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L'editore indie · Dec 12, 2025

Il declino della lettura in Italia

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256 Edizioni · L'editore indie

Immaginate questa scena: studenti universitari di letteratura inglese ricevono le prime pagine di Bleak House (Casa desolata) di Charles Dickens e viene chiesto loro di leggerle e spiegarle. Semplice, no? Dopotutto sono studenti di letteratura che leggono letteratura dell’Ottocento.

London. Michaelmas term lately over, and the Lord Chancellor sitting in Lincoln’s Inn Hall. Implacable November weather. As much mud in the streets as if the waters had but newly retired from the face of the earth, and it would not be wonderful to meet a Megalosaurus, forty feet long or so, waddling like an elephantine lizard up Holborn Hill. Smoke lowering down from chimney–pots, making a soft black drizzle, with flakes of soot in it as big as full–grown snowflakes — gone into mourning, one might imagine, for the death of the sun. Dogs, undistinguishable in mire. Horses, scarcely better; splashed to their very blinkers. Foot passengers, jostling one another’s umbrellas in a general infection of ill temper, and losing their foot–hold at street–corners, where tens of thousands of other foot passengers have been slipping and sliding since the day broke (if this day ever broke), adding new deposits to the crust upon crust of mud, sticking at those points tenaciously to the pavement, and accumulating at compound interest.

Londra. Sessione autunnale da poco conclusa e il Lord Cancelliere tiene udienza a Lincoln’s Inn Hall. Impeccabile clima di novembre. Tanto fango che nelle vie pare che le acque si siano da poco ritirate dalla superficie della terra e non stupirebbe incontrare un megalosauro, di quaranta piedi circa, che guazza come una lucertola gigantesca lungo Holborn Hill. Fumo che scende dai comignoli come una soffice acquerugiola nera con fiocchi di fuliggine grandi come fiocchi di neve vestiti a lutto, si potrebbe immaginare, per la morte del sole. Cani che si distinguono appena nella mota. Cavalli, infangati fino al paraocchi, in condizioni di poco migliori. Pedoni, quasi tutti affetti da irascibilità, che si urtano a vicenda con gli ombrelli e perdono l’equilibrio agli angoli delle strade, dove fino dall’alba (ammesso che ci sia stata un’alba oggi) sono già scivolati migliaia di altri pedoni, aggiungendo nuovi depositi alla crosta formatasi sopra lo strato di fango, restando in quei punti tenacemente sul marciapiede e accumulando melma e interesse composto.

Eppure sono rimasti completamente spiazzati, confusi dal linguaggio, persi nelle metafore. Uno studente, vedendo la parola “whiskers” (baffi), ha pensato si riferisse a “un animale nella stanza... forse un gatto?”.

On such an afternoon, if ever, the Lord High Chancellor ought to be sitting here - as here he is - with a foggy glory round his head, softly fenced in with crimson cloth and curtains, addressed by a large advocate with great whiskers, a little voice, and an interminable brief, and outwardly directing his contemplation to the lantern in the roof, where he can see nothing but fog.

Ora facciamo un esperimento mentale: cosa succederebbe se chiedessimo a studenti italiani di letteratura di leggere e spiegare l’inizio dei Promessi Sposi? O anche solo un capitolo del Gattopardo? Temo che i risultati non sarebbero molto diversi.

Questo esperimento, raccontato da The Economist, ci dice qualcosa di inquietante: non stiamo solo leggendo meno. Stiamo perdendo la capacità stessa di leggere testi complessi.

Il fenomeno non è solo anglosassone. I dati parlano chiaro.

In America, la percentuale di persone che legge per piacere è calata del 40% in vent’anni. Nel Regno Unito, il 40% delle persone non ha letto o ascoltato nemmeno un libro nel 2024.

E in Italia?

L’Istat, nel suo report “Produzione e lettura di libri in Italia” per il 2022 ci dice che il 39,3% della popolazione ha letto almeno un libro. Nel 2012 era al 46%.
Il confronto europeo è altrettanto impietoso, secondo i dati Eurostat, che ci relega nella zona bassa della classifica con un 64,6% di persone che non ha neanche letto un libro negli ultimi 12 mesi (dati ottobre 2025).

Il problema non riguarda solo chi non ha accesso ai libri. Anche gli studenti universitari, anche chi studia letteratura, fatica a completare un romanzo in tre settimane. Come ha detto Jonathan Bate, professore di letteratura inglese ad Oxford: “I ragazzi non riescono più a leggere un romanzo in tre settimane”.
In Italia non abbiamo un caso studio similare, e personalmente non ho conoscenze dirette che possono fornirmi delle statistiche, anche empiriche.
Tuttavia i dati certi riportati sopra potrebbero indicare che nel nostro Paese non si sia lontani da queste affermazioni.

C’è un altro dato impressionante nell’analisi dell’Economist: hanno studiato centinaia di bestseller del New York Times scoprendo che le frasi nei libri più venduti si sono accorciate di quasi un terzo dagli anni ‘30 a oggi.

Nel 1843, il bestseller Modern Painters (Pittori moderni) di John Ruskin iniziava con una frase di 153 parole. Il bestseller attuale su Amazon, The Let Them Theory (La teoria di lasciare andare) di Mel Robbins, inizia con una frase di 19 parole.

Certo, sono due titoli completamente diversi, destinati a un pubblico diverso, ma provate a prendere un qualsiasi libro di questi anni e non andrete tanto lontano con il conteggio.

I promessi sposi conta 116 parole. L’attuale best seller italiano, Succede sempre qualcosa di meraviglioso di Gianluca Gotto, che trovate su Amazon in categoria Narrativa contemporanea, conta 11 parole.
Nel primo abbiamo un’abbondate descrizione della morfologia del lago di Como, nel secondo una semplice azione.

Questo raffronto non vuole essere un paragone di qualità, piuttosto un’evidenza di come i tempi siano cambiati, come il nostro modo di approcciare alla lettura e ancora più precisamente come gli scrittori si pongono nei confronti della scrittura sia cambiato.
Persino questa frase conta più parole di altre e mi chiedo, dopo averla scritta, se qualcuno non si sia perso per strada.

Non è necessariamente negativo che i discorsi siano più semplici. La prosa semplice è spesso buona prosa. Il problema è quando la semplificazione diventa l’unica modalità possibile, quando perdiamo la capacità di seguire e costruire ragionamenti articolati.

Ci sono ragioni universali per il declino della lettura - gli smartphone, le distrazioni infinite, la frammentazione dell’attenzione. Ma in Italia ci sono anche fattori specifici che vale la pena esplorare.

L’Italia ha sempre avuto un rapporto particolare con la TV. Per decenni, la televisione è stata il principale veicolo di intrattenimento e cultura popolare.

3 ore e 24 minuti è la media che in Italia si passa davanti alla tv. Un dato in crescita di 2 minuti rispetto al 2023. Fonte Il Sole 24 Ore. Ore sottratte ad altre attività, potrebbe pensare qualcuno.
Eppure la televisione in Italia ha anche avuto un forte ruolo educativo. Basti pensare alla RAI, a partire dal dopoguerra, con programmazioni culturali (Non è mai troppo tardi, un esempio brillante) da far invidia alle attuali soap/reality & Co.
Non deve stupire, quindi, se la televisione ha saputo catalizzare la nostra attenzione più o addirittura prima di un buon libro. È stato un media ad alto impatto, innovativo che si è diffuso rapidamente nelle case degli italiani; non richiedeva impegno (un costo ammortizzato nel tempo sì), come lo può fare la lettura. Basta sedersi e ascoltare, neanche guardare delle volte. Forse è anche qui da ricercare la motivazione per cui fatichiamo a stare seduti, fermi, con gli occhi fissi su delle linee nere.

Poi è arrivato internet e con esso i primi smartphone connessi. Il declino è stato veloce e inesorabile: ha spalancato le porte del mondo permettendo di connetterci ovunque, esplorare e imparare la qualsiasi. Uno strumento che è arrivato senza manuale d’istruzioni in mano degli utilizzatori (che poi siamo famosi per non leggere le istruzioni a prescindere) ha permesso di farci perdere ogni cognizione della realtà e del tempo trascorso connessi a quel dispositivo.

Paradossalmente, mentre negli altri paesi il declino della lettura è spesso attribuito a Internet e smartphone, in Italia la lettura ha sempre dovuto competere con un medium visivo molto forte. Se già leggevamo poco prima, ora non guardiamo neanche più la TV tradizionale, sostituita dallo scrolling infinito (a tal proposito abbiamo pubblicato un libro breve proprio su questo caso, Come Picasso, di Martina Gerelli).

C’è un divario geografico nella lettura in Italia, e contrariamente a quanto si potrebbe sperare, non si sta riducendo.

Nel 2010, il 52% della popolazione del Nord aveva letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti, contro il 35% al Sud. Un gap di 17 punti percentuali.

Nel 2022, questi numeri sono scesi al 46,1% al Nord e al 28% al Sud. Il gap rimane praticamente identico: 18 punti percentuali.

In altre parole, il declino della lettura sta colpendo in modo proporzionale tutto il paese. Non è che il Sud stia recuperando terreno mentre il Nord resiste: stanno semplicemente crollando insieme, mantenendo le stesse distanze. È come se due corridori rallentassero allo stesso ritmo, senza che quello dietro riesca mai a recuperare.

Questo ci dice qualcosa di importante: il problema della lettura in Italia non è solo una questione di accesso alle risorse (biblioteche, librerie, reddito), altrimenti vedremmo un restringimento del gap man mano che il paese si sviluppa. È qualcosa di più profondo, culturale, che attraversa tutte le regioni.

TikTok e Instagram hanno dato vita a una nuova generazione di “influencer del libro”. E i dati mostrano che funziona: secondo una recente ricerca AIE su “Televisione e social: come influenzano la scelta di un libro”, quando si chiede da quale social arrivano i maggiori spunti per l’acquisto o la lettura, le risposte sono: Instagram 53%, TikTok 43%, Facebook 39%.

Per confronto, le trasmissioni televisive che più influenzano l’acquisto di libri sono “Che tempo che fa” di Fabio Fazio (40%), “Splendida Cornice” di Geppi Cucciari (31%) e persino “Striscia la Notizia” (28%).

I social hanno superato la TV. La vecchia vetrina dei libri - lo scrittore ospite in prima serata, l’intervista al talkshow - sta cedendo il passo ai video di 60 secondi con musichetta in sottofondo e pile di libri esteticamente disposte.

E i numeri delle vendite lo confermano. Secondo un’indagine GFK presentata dal Sole 24 Ore, nel 2024 sono state vendute circa 5,8 milioni di copie di libri appartenenti alla categoria “BookTok”. Un dato in netta crescita: 5,6 milioni nel 2023, appena 3,1 milioni nel 2022. Quasi un raddoppio in due anni.

Tra i titoli più venduti: Fabbricante di lacrime di Erin Doom (Salani) e It ends with us di Colleen Hoover (Sperling&Kupfer). Romance, storie d’amore intense, emozioni immediate.

È una buona notizia? Sì e no.

Da un lato, qualsiasi cosa riporti l’attenzione sui libri è benvenuta. Quasi 6 milioni di copie vendute sono 6 milioni di libri che altrimenti forse non sarebbero stati letti. Dall’altro, sorge una domanda: se BookTok fa crescere le vendite ma la percentuale di italiani che leggono continua a scendere, significa che semplicemente gli stessi lettori comprano più copie degli stessi tipi di libro?

Il rischio è che si crei una lettura “performativa” - leggo per poter fare il video, per mostrare la mia libreria estetica, per collezionare i titoli di cui tutti parlano. Non per il piacere della scoperta o l’arricchimento personale. E la concentrazione su generi specifici (principalmente romance e young adult) potrebbe creare lettori che leggono molto, ma sempre la stessa tipologia di narrazione, emotivamente diretta.

Ma forse, in un’epoca in cui l’alternativa è non leggere proprio, anche questo è meglio di niente.

Ecco il vero paradosso del nostro tempo: i libri non sono mai stati così accessibili e così poco letti.

Nell’Ottocento vittoriano, un operaio doveva risparmiare per settimane per comprarsi un libro. Oggi la situazione è completamente diversa.

In Italia ci sono circa 6.260 biblioteche pubbliche (dato 2022). Puoi scaricare gratis migliaia di classici su Kindle. Puoi trovare libri usati a un euro. Il costo medio di un libro, secondo l’ISTAT, è addirittura sceso: da 20,54€ nel 2010 a 20,05€ nel 2020 (confronta qui e qui).

Eppure molti italiani continuano a lamentarsi che “i libri costano troppo”. Come si spiega questa contraddizione? Probabilmente con la perdita del potere d’acquisto generale: i libri costano meno in termini assoluti, ma rappresentano una spesa più pesante rispetto a stipendi che non crescono. Un libro a 20 euro pesa di più quando il tuo potere d’acquisto è diminuito del 10-15% nell’ultimo decennio.

Ma c’è anche altro. Nell’economia dell’attenzione in cui viviamo, il vero costo di un libro non è il prezzo di copertina: è il tempo. Leggere un romanzo di 400 pagine richiede 8-10 ore, o più. In quello stesso tempo potresti guardare quattro film, venti episodi di una serie TV, scorrere migliaia di post sui social.

Eppure leggiamo sempre meno. Perché?

La risposta brutale è: perché non abbiamo più voglia. I ragazzi, quando gli viene chiesto perché non leggono, rispondono semplicemente che è “noioso” e “una fatica”.

È sparita quella fame di riscatto sociale attraverso la cultura che caratterizzava le generazioni passate. L’idea che leggere ti renda una persona migliore, più completa, più capace di comprendere il mondo. L’idea che la cultura sia una scala sociale da scalare.

Oggi quella scala sembra rotta. Laurearsi non garantisce più un lavoro, figuriamoci leggere libri. Il messaggio implicito è: perché sforzarsi?

Come nota il professor Bate, perdere la capacità di leggere prosa complessa significa perdere la capacità di sviluppare idee complesse, di “vedere le sfumature e tenere insieme due pensieri contraddittori”.

La politica contemporanea ne è la prova. Il dibattito pubblico si è appiattito su slogan, tweet di 280 caratteri, tifoserie contrapposte. Sempre meno spazio per il ragionamento articolato, per il “sì, ma anche”. Tutto è bianco o nero, buoni contro cattivi.

I social media hanno accelerato questo processo. Non è solo che leggiamo meno: è che quando “leggiamo” (se così si può dire per uno scroll su X/Twitter), lo facciamo in modo frammentato, superficiale, emotivo.

Pochi strumenti sono potenti quanto la lettura per cambiare la propria posizione sociale. È uno degli ultimi veri ascensori sociali democratici: non servono soldi, non serve nascere nella famiglia giusta, non serve avere connessioni. Serve solo la volontà di aprire un libro.

Ma questa scala funziona solo se si usa. E sempre meno persone la stanno usando.

C’è anche qualcosa di più semplice e profondo che stiamo perdendo: il puro piacere della lettura.

Il piacere di perdersi in una storia. Di scoprire un’idea nuova. Di sentire che qualcuno, magari vissuto cent’anni fa, ha espresso perfettamente quello che tu sentivi ma non sapevi dire.

Umberto Eco lo spiegava così:

Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito... perché la lettura è un’immortalità all’indietro.

Un’immortalità all’indietro. La possibilità di vivere migliaia di vite, di essere presenti in epoche lontane, di vedere il mondo attraverso occhi diversi dai nostri. Questa è la promessa della lettura. E questa è ciò che stiamo perdendo.

Non ho soluzioni facili. Non credo che basti dire “leggete di più” o rimpiangere i tempi andati. Il mondo è cambiato, le distrazioni sono reali, i ritmi di vita sono diversi.

Ma forse possiamo iniziare da qui: riconoscere che c’è un problema. Che non è solo “i giovani di oggi”, ma un fenomeno strutturale che ci riguarda tutti. Che perdere la lettura significa perdere molto di più di un passatempo.

E poi, magari, iniziare piano. Un libro alla volta. Una pagina complessa alla volta. Resistendo alla tentazione di passare al prossimo video, al prossimo post, al prossimo scroll.

Perché come sapeva bene Dickens - e come rischiamo di dimenticare - una volta che si perde l’abitudine alla lettura, le cose diventano davvero “bleak”. Desolate.

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