Mostrissimo, ciao.
Quante volte si può voler guardare un film di cui tecnicamente non si è nemmeno il target? Quand’è che l’ossessione si fa mostruosa sul serio?
Tra le uscite al cinemino con SquAlien e le serate in streaming (sempre accanto a SquAlien medesima, l’infanta, va da sé), credo di aver già guardato Zootropolis 2 tra le 15 e le 27 volte. È uscito in sala a fine novembre. Fai tu.
Sospetto in generale di non essere un ✨ unico e speciale fiocco di neve ✨, e ancor più lo sospetto nel sentirmi a mio agio in mezzo alle pelosezze antropomorfe.
Per dire: qualche tempo fa, quando lo standupper americano Gianmarco Soresi si è ritrovato fisicamente in una Zootropolis dal vivo, ossia FURPOCALYPSE 2025, e – al di là di qualsiasi battuta – ha registrato con malcelato stupore quanto l'ambiente che aveva attorno fosse pacifico, bendisposto, safe, allora ho capito: la faccenda è più pelosa, ahem, del previsto.
Allarghiamo il quadro?
Rallentiamo, ok, ok.
Con calma e per favore.
La prima volta che mi sono innamorata è successo in un bosco animato a tecnica Xerox. L’oggetto della mia venerazione era fulvo e andava in giro, ti dirò, senza pantaloni; la casacca verde e il cappello con la piuma bastavano a compensare la sua lunga, foltissima coda.
La narrazione familiare tramanda che io giocassi a impersonarlo sin dalla più tenera età; che ripetessi Facciamo che io ero Obbiù, anzi Obbi (staccato) Ù; che obbligassi la genitrice a mollare tutto e interpretare Little John per farmi da spalla, interrompendo qualsiasi attività.
La verità? La verità è che all’epoca (e forse ever) non c’era differenza tra ambizioni romantiche e postura identitaria: tradotto, io volevo essere Robin Hood — agile sarcastico incorruttibile; pietra miliare della mia futura postura morale; buono bravo bellissimo — e allo stesso tempo volevo credo pure esser scelta da lui, un’investitura ufficiale, uno sguardo complice addosso e accanto. Non mi rassegno a vederla come una contraddizione, oggi: al contrario, più come un cortocircuito fertile.
Identificazione e desiderio scorrevano (scorrono?) nella stessa direzione: quella dell’agentività.
Lo deduco perché ogni volta che entrava in scena Lady Marian, col suo ridicolo copricapo color Pimpi, le riscrivevo le battute in testa. Era ‘na tale morta de sonno... (Beh — almeno, rispetto ai modelli femminili dell’epoca, era sveglia. Nel senso di lucida / cosciente / non in coma, I mean.)
L’ho capito solo più avanti, molto più avanti, che quella sovrapposizione poteva risultare imbarazzante. Il fatto è che l’immaginazione, a un certo punto nella vita, diventa sorvegliata.
Nel mondo dell’animazione, se si parla di funny animals s’intendono quegli animali antropomorfi che, pur mantenendo tratti riconoscibili della loro specie (orecchie; becco; la folta, lunghissima coda di cui sopra), camminano su due zampe, parlano, indossano vestiti e vivono in un mondo socialmente simile a quello bipede. Più che meri animali parlanti, quindi, sono versioni didascalicamente simboliche dell’umano, programmate per consentire a chi osserva di identificarsi, sorridere e, soprattutto, ragionare.
È un gioco che compare sin dalle origini del cartoon moderno: personaggi come Oswald il coniglio fortunato oppure Topolino e i suoi guanti creepy incarnano funny animals che si prestano alla deformazione visiva, alla slapstick e alla rappresentazione immediata di ruoli e caratteri senza dover ricorrere a un più dispendioso fotorealismo.
L’ambivalenza ibrida tra animale e umano permette di accedere a tratti caratteriali immediatamente riconoscibili (l’astuzia del topo, la megalomane sicurezza in se stesso del leone e così via) senza incappare nei paletti produttivi o nei pregiudizi deteriori legati a specifici corpi umani. In questo modo, l’animazione può ricorrere (non senza azzardi, s’intende) alla comicità fisica e persino portare satira o messaggi sociali che sarebbero troppo rischiosi o didascalici se detti da una persona.
Un esempio paradigmatico è proprio Robin Hood: la scelta di un cast… peloso per raccontare una leggenda umana qui fa leva sugli stereotipi da bestiario medievale (la volpe astuta, l’orso forte ma bonaccione, il leone regale, il lupo avido e senza cuore) per rendere immediatamente leggibili ruoli e dinamiche senza bisogno di didascalia, ma saccheggiando a piene mani la favola esopica. Vere e proprie figure retoriche visivo-narrative, insomma.
Questo linguaggio simbolico attraversa tutta la storia dell’animazione: da Bugs Bunny (mia ulteriore crush ante litteram. Di nuovo: furbo e sarcastico. Hmm), fino alle iterazioni più contemporanee — e qui, scs mi disp, devo accollarmi con Nick Wilde.
Gotta talk to someone.
C’è un’altra volpe in giro. È la stessa? A ogni modo, è tornata.
Adesso spinge un passeggino a fini di hustle, ossia fa l’impicci; ha scaricato tutti gli aggiornamenti del caso, anche se fare la cosa giusta non è sempre la sua priorità; metaforeggia le ambizioni intersezionali di una vibrante megalopoli incasinata, e va in terapia (beh, ci prova) fino a raggiungere un breakthrough sullo schermo; c’ha pure la voce di Jason Bateman…
Come si dice a Zootropolis: ma che je voi di’.
Nel frattempo, cioè da Robin dei boschi a oggi, nel mondo è arrivato un paio di condizionamenti mondiali da non ritorno; l’iperconnessione, per citarne uno; la rule 34, per dirne un altro. E infatti l’Internet, nel frattempo, ha fatto quello che sa fare meglio: ha amplificato una ‘nticchia.
Nick Wilde è già stato shippato / appaiato / romanticamente indirizzato in ogni direzione possibile. Con Judy Hopps, partner professionale e stella polare à la Mulder e Scully; con personaggi di altri universi narrativi…
In versioni binarie, ma anche queer, o over dramatic (nei dieci anni intercorsi tra i due episodi di Zootropolis, per dire, la fanfic sull’aborto - sì, hai letto bene - ha rischiato di diventare canon per parecchia gente…).
Ma anche: in montaggi video che oscillano tra l’autoironia e la dichiarata ossessione. Con tanto di occhiate oblique in slo-mo. E posture analizzate frame per frame. E code (sempre quelle) che diventano esclamativi segni grafici di seduzione;…
Liquidare tutto questo con un pur comprensibile “andate a toccare l’erba, degeneratə” è facile ma ipocrita – scrisse quella che stava in fissa con le volpi dall’inizio dell’età evolutiva.
Leggerlo come laboratorio culturale permanente è mooolto più onesto, a mio avviso: l’ibrido antropomorfo, l’abbiamo detto, offre uno spazio di sperimentazione simbolica quanto safe; se il corpo non è umano non è immediatamente intrappolato nelle categorie sociali più rigide. Non appartiene al mondo concreto. È figura sublimata.
La fantasia trova spazio al margine e sfugge alla sorveglianza: soprattutto la sorveglianza imposta (o autoimposta) ai corpi non conformi.
Non che si possa negare l’ironia assolutamente adulta che alligna in quest’ultimo script: i maligni diranno fanservice. Il pubblico del primo episodio ha ora dieci (10!) anni di più:
Ma a tal proposito c’è una voce abbastanza sostanziata che già aleggia sul marketing di allora. A ridosso degli eventi di promozione del primo Zootropolis, BuzzFeed aveva scoperto e divulgato un’email inviata da Allied Integrated Media (un’agenzia di marketing digitale assoldata da Disney) a una comunità furry, ossia Furlife, in cui si suggeriva alle persone di postare sui social delle foto in fursuit con hashtag collegati al film in cambio di materiale promozionale — insomma, un invito diretto a contribuire alla campagna virale da una prospettiva… laterale, ecco.
Ma quindi, la comunità furry…?
L’Anthropomorphic Research Project è un gruppo di ricerca composto da professionistə nel campo della psicologia sociale, dell’antropologia e della sociologia, provenienti da diverse istituzioni: il tratto in comune è l’interesse rispetto al fandom furry, alla therianthropia e affini. I questionari del team vengono distribuiti online e in alcune convention selezionate, e i risultati diffusi attraverso gli stessi canali. Con alcuni finanziamenti governativi, negli anni, per di più. (Dal Canada, mica dagli USA.)
La comunità furry ruota attorno alla creazione di personaggi antropomorfi — disegno, scrittura, performance, avatar: un ambiente creativo e identitario, spesso intrecciato con un portato esperienziale più queer che punk e con la possibilità di esplorare il sé attraverso una fursona (da fur + persona), un alter ego animale. Ma lo stigma persiste.
Le psicoricerche menzionate non hanno mai evidenziato alcuna correlazione tra appartenenza al fandom e psicopatologia. In pubblicazioni di settore e in numerosi articoli peer-reviewed emerge che per la maggior parte dei partecipanti si tratta di un interesse creativo, comunitario, spesso vissuto come spazio di supporto sociale.
(Se poi cerchiamo risposte ancor più cliniche, da DSM un interesse pur atipico diventa clinicamente rilevante solo se comporta sofferenza significativa o danno non consensuale verso altre persone: e l’attrazione per personaggi antropomorfi immaginari, sia lode alle code a batuffolo, non costituisce di per sé una categoria diagnostica.)
Questo non significa che ogni declinazione sia neutra o identica, o che la comunità più progressista di standupper, nel suo insieme, sia sul pezzo…): significa che lo stigma mediatico non trova riscontro nei dati. Nei media mainstream, il furry compare spesso come caricatura – pensiamo al preside vestito da dalmata in Community – oppure come insinuazione di devianza tout court, a CSI piacendo.
L’ibrido antropomorfo distilla tensioni profonde, a prescindere dalle fascinazioni esotizzanti di chi vanilla è e vanilla rimane (con buona pace di Daniel Schloss). È liminale; esiste in uno spazio immaginario che non insidia realmente l’immanente; permette al desiderio di nascere, muoversi, respirare fuori e oltre le categorie sociali più sorvegliate. Il mostruoso, quando non è costruito per spaventare, diventa spazio di negoziazione (si prega di citofonare al mio amichetto del cuore Elia Bonci).
Se oggi ripenso alla foresta disegnata, con tanto di animazioni riciclate in libitum, e torno alla volpe con arco e frecce che manda invettive al reuccio di turno, torno pure a pensare che tutti i giorni io voglio essere la volpe. E che tutti i giorni voglio che la volpe mi veda, anche. Che l’oscillazione tra l’essere in sé e l’entrare in relazione con l’altro (con l’oltre!) è un esperimento identitario formidabile, un modo di riconfermare via via chi sono, cosa voglio, dove conto di arrivare.
(Dove conto di arrivare? A toccare l’erba. Disegnata. Ovviamente.)
L’ibrido ci offre uno spazio sicuro in cui esplorare desiderio e identità. Qui come altrove il mostro non serve a terrorizzare. Serve a consentirci di immaginare. Da lezione rodariana, oserei dire:
A proposito di Rodari: per me e Francesco Gallo, parlarne giusto ieri sera alla BAMP di Pagnano e allinearci su cosa significa poi, alla fin fine, crescersi accanto è stato un vero onore.
(Un onore spoilerosissimo e memorabile, argh!: ma te ne parleremo meglio, magari insieme, tra un paio di settimane…)
Anche il secondo appuntamento di “Leggere, che vergogna!”, il GdL del Circolo che conduco insieme a Giulia Muscatelli, ha a che fare col desiderio e l’immaginazione, oltre che con la vergogna: oggi, in sala Musica, ci è stato detto che è catartico, e noi due mitomani pacche sulle spalle ce le diamo. Il prossimo appuntamento è tra un mese esatto, il 28 marzo.
Dopo il detour ambivalente quanto divertente, se è lecito dirlo, tra i boschi di God of the woods (zero volpi in vista, ahimé!), il 31 marzo con le Malagrazie riprenderemo a #LeggereOmbre: stavolta tocca a sua maestà JCO, aka Joyce Carol Oates. Ed eccoci in presenza del Macellaio.
E nel frattempo?
Nel frattempo ci aspetta una reprise dell’Utero Tour!
Dopo la sortita all’Università di Torino, dove abbiamo seminato gemme che regaleranno titanici progetti futuri (no spoiler!), Benedetta e io saremo:
il 5 marzo alle 13 alla Sala Stampa della Camera dei Deputati, in una compagine che ci emoziona particolarmente:
sempre il 5 marzo, ma alle 18, alla Mondadori Bookstore di Monterotondo;
il 6 marzo all’Antigone di Roma proprio insieme a Elia Bonci;
l’8 marzo alle 17.30 alla Biblioteca di Guidonia, dove proveremo a non crepare di mimosa (e di retorica!) con l’aiuto dell’avv. Annalisa Bernardini e l’associazione Libere di, graditissimo ritorno;
il 10 marzo alle 18.30 a Milano, a LaScighera, con la Libreria Antigone e il gruppo vocale Femina.
Tornerò a disturbarti presto, mostrissimo mio, perché mi piacerebbe festeggiare con te un paio di mostri nuovi di zecca: sono le nuove creature che ho partorito col buon Gallo, e non vedo l’ora di mostrartele…
Nel frattempo sbircia qui, se ti va: e poi scrivimi, mostrezza sopraffina. Oppure: scrivi.
(Oppure disegna.)
E, volendo,
Intanto, e sempre: GRAZIE.

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