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Bar Palco · Jul 24, 2026

Siamo già a metà di quest’edizione di Diluvio, ci pensi?

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Diluvio · Bar Palco

Le serate dei festival sono dei vortici dello spazio-tempo. Durano un sacco di ore ma scappano in un secondo. Sono come gli episodi che succedono nelle giornate d’estate lunghe e bellissime. Appena cerchi di metterli a fuoco e di ricordarne i dettagli, diventano sfocati. Si smaterializzano, non ricordi la fisionomia di quella ragazza incontrata qualche ora prima in spiaggia, non capisci com’è che un attimo fa facevi colazione e ora stai andando a dormire.

I palchi in queste prime due sere hanno dialogato senza fermarsi mai, neanche un secondo di silenzio. Come si spegneva il Palco Luna, ecco che il Palco Narvalo si infuocava, e poi di nuovo, e poi di nuovo. Sembra un’impresa, ricordarsi tutto quello che è successo.

I Reels of Joy hanno aperto quest’edizione che ancora faceva giorno, lanciando i dischi al pubblico “perché la musica nel 2026 deve essere regalata”, e portando anche gli Eyes Be Quiet sul palco con loro, così che potessero prendere confidenza in vista di domenica. Poi sono arrivati i Bettino Taxi ci hanno fatto fare squat, i Clash of Rhinos che hanno spaccato i bassi del Palco Luna, il male al cuore coi Fine Before You Came e il pogo sfrenato con i Bryter Layter. E in un attimo era già venerdì, il giorno due. Lo Stato Brado in apertura, e il compito difficile di suonare la sveglia musicale. I C+C=Maxigross con il loro groove elegante e sempre a tempo, tutte le montagne di Merli Armisa, gli altrove elettronici delicati di Altea, le chitarre elettriche che si fondono con i computer di juni.

Mentre ci laviamo i denti prima di andare a dormire a metà festival, ché abbiamo davanti ancora due giorni lunghi e ci dobbiamo arrivare preparatǝ e riposatǝ, ci sono cinque cose che proprio non ci riusciamo a togliere dalla testa.

Il cerchio dei Fine Before You Came si è finalmente chiuso.

foto: Giovanni Paracini

Un po’ di anni fa, il concerto dei Fine Before You Came a Diluvio era durato pochissimo, con la pioggia arrivata a fermare tutto. Quest’anno, finalmente, questa specie di debito è stato risarcito. Con gli interessi, ché chi stava sotto il palco, se avesse potuto, non li avrebbe mai fatti andare via. Il Maglio, per un’ora, è stato un porto sicuro per tuttǝ lǝ introversǝ. Che senza parlarsi o guardarsi, in qualche modo hanno sentito che lì intorno c’era chi lǝ poteva capire. Che male, che bene. Che bello.

I Bettino Taxi hanno citato Luca Giurato e ci è sembrato tutto giusto.

foto: Carolina Cominelli

È successo un po’ di tutto sul palco con questǝ sei. Campionamenti, citazionismo di momenti cardine della cultura pop italiana, assoli di sax. Ti distraevi un attimo, e sotto il palco c’erano centinaia di persone che stavano facendo squat a tempo. Non c’era niente che non fosse per scherzo, o forse era proprio il contrario. Del resto, non servono a questo i concerti? A immaginare degli altrove improbabili e apparentemente irrealizzabili, e riuscire a vederli, per qualche ora, reali che sembrano veri?

Lo Stato Brado ci ha ricordato com’è che si apre un festival.

foto: Giovanni Paracini

Hai presente quel momento che è ancora giorno, c’è ancora luce, pensi che hai davanti cinque ore di live e pensi che inizi subito a buttarti nella mischia ne esci a pezzi? Ecco, stasera però sul palco sono arrivatǝ tre musicistǝ che all’inizio parevano timidǝ, lo-fi. Poi piano piano è cambiato tutto. Mentre cantavano di “cose sacre, come i fiori dell’estate o la merda delle capre” si alzavano i bpm, le persone dai tavoli, gli umori generali. E tutto è finito in una danza rurale e pacifica.

Le geografie di Merli Armisa hanno trovato la loro destinazione al Maglio.

foto: Giovanni Paracini

Merli Armisa arriva sul palco quasi come se dovesse scusarsi perché sta rubando tempo a chi lǝ ascolta. Il tempo è prezioso, ma se non lo investiamo per live come questi, cosa ce ne possiamo fare? Da qualche tempo il sax è diventato l’inno della Valtellina, ed ecco che Merli Armisa ne porta uno dentro la band.

L’elettronica di Altea ha creato una dimensione terza.

foto: Giovanni Paracini

Non il reale, il Maglio. Non l’immaginato, qualunque cosa passasse per la testa del pubblico. Il live di Altea è qualcosa che sta nel mezzo. Esoterica senza essere estranea, ferma senza essere asettica. Una voce di un altro pianeta, una batteria elettronica e una chitarra elettrica, suonata da Giovanni Troccoli. Che due anni fa aveva suonato qua con il thrucollected. Ci avevamo visto lungo, ma siamo di parte.

Abbiamo un sonno che ci si porta via. Altre due serate piene di musica davanti, la voglia di viverci ogni momento, di trovare il modo di non farlo fuggire, di farlo durare il più a lungo possibile. Però anche andare a dormire ripercorrendo le cose belle è un modo per trattenerle. E per avere qualche dritta su come affrontare quelle che verranno.

Buonanotte. Ci vediamo domani al Maglio. Siamo solo a metà!

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Read the original on diluvio.substack.com

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