E così siamo arrivatǝ al termine dell’undecima edizione di Diluvio. Tra chi mette a posto e inizia a smontare, chi si toglie dal viso la maschera dei TARM, chi si dirige verso l’auto per rientrare a casa.
Quando le cose belle finiscono, come fai a non cercare dei modi per trattenerle? Per farti trasformare; per farle diventare il motore di una micro-evoluzione interiore.
Sono arrivato a Diluvio abituato alla musica che si fa a Milano. Ai concerti, ai festival come si vivono in una grande città. Dove i concerti sono spettacoli, performance, eventi. Che spesso ti lasciano quella sensazione che provi davanti ai capolavori assoluti dell’arte. Prendi atto del fatto che è bellissimo, che non puoi dir male, saresti folle. Eppure quando torni a casa in metro ne parli come se fosse stata una riunione di lavoro. Riesci a sintetizzarli in debrief razionale e preciso di quanto accaduto, pedissequo e cronologico. Ma tu cosa hai provato? La musica ha scalfito qualcosa?
Sotto i palchi, in questi quattro giorni a Diluvio, mi sono invece ricordato che i concerti sono, in primo luogo, un’idea di collettività diversa. Pacifica, quasi utopica. Me lo sono ricordato nelle danze lisergiche a tarda notte con Pan Dan, nel pogo dei Bryter Layter, nelle lacrime versate con i Fine Before You Came. Quando eravate tantissimə a saltare a tempo con Rareş, Faccianuvola, Novecento e tutta la band, nel finale con i Tre Allegri Ragazzi Morti. Me lo sono ricordato vedendo l’entusiasmo genuino dei cento e oltre volontari che facevano, letteralmente, ogni cosa.
Dalle sere di Diluvio, tornavo a casa in macchina. Una cosa che a Milano non mi succede mai, tra l’ultima metro e le corse in monopattino. E quindi sono stato sempre lucido, sempre interamente consapevole. Nella mezz’ora quotidiana di tangenziale, mentre ripercorrevo le serate trascorse, nemmeno una volta mi sono trovato ad analizzare quello che avevo visto sul palco. Piuttosto, mi sono trovato che sentivo delle cose. A cui ho provato a dare un nome.
Che la musica a Brescia si muove, e lo fa molto bene.
I Reels of Joy, i Bettino Taxi, Arthur Lisko, gli Eyes Be Quiet. Anche quest’anno, in line up, Diluvio ha raccontato un po’ di quello che succede nella scena bresciana. In mezzo al percolato e al malore dell’asfalto (per citare, appunto, gli Eyes Be Quiet) c’è una provincia coriacea che scalpita per farsi sentire. Soprattutto, c’è una provincia che fa musica che da altre parti invidiano. Adesso è quando ci si deve promettere di farla esistere, crescere tutto l’anno.
Che Zoe ci ha spezzato le gambe.
Ed è bastato pochissimo. Le parole giuste, messe in fila. Quella tenerezza che sa spezzarti le ossa. Zoe è arrivata a Diluvio che aveva rilasciato un solo singolo, e si è lanciata in un’impresa mica da poco: suonare un EP che ancora deve uscire a un pubblico che non lo aveva mai ascoltato, quando ancora faceva giorno. Dieci secondi, e stavamo tuttə con le lacrime agli occhi. Qualche volta, è bello lasciarsi scalfire. Zoe ci ha ricordato quant’è bello essere vulnerabilə, lasciarsi scalfire. Non aver paura di essere indistrittubilə. Ricordiamocelo, se mai ci verrà imposto d’esser quellə fortə.
Che Rareș ci ha invitati alla sua festa.
Che Rareş abbia fatto il disco dell’estate, è qualcosa su cui bene o male siamo tuttə d’accordo. Non è solo una questione di canzoni (che, per inciso, sono devastanti). Ma è anche una questione dell’attitudine con cui si portano in giro. Ieri sera, sembrava che Rareş stesse a una festa con i suoi amici di sempre. La gioia genuina e spassionata con cui ha suonato i suoi pezzi ci ha ricordato (se ce ne fosse bisogno) che la musica, prima di tutto, dev’essere gioia sfrenata. Poi facciamo tutti i discorsi.
Che con Pan Dan, a notte inoltrata, è stato tutto possibile.
Era mezzanotte, gli schemi erano ormai saltati, le formalità infrante. Sul palco è arrivata Pan Dan. E non ci abbiamo capito più niente. Ci ricordiamo solo che è stata un’ode alla libertà sfrenata, ai difetti (se così si possono chiamare), all’amore. Certe volte serve solo questo.
Che con i Tre Allegri Ragazzi Morti c’è posto per tuttə. Non scherzo: tuttə.
C’erano bambinə. Coppie. Gruppi di amichə. Adultə, anzianə. Cani (svariati). La band di Pordenone ha craccato il sistema, trovando una specie di formula per garantire la coesistenza. Sarebbe un bell’esempio di società possibile, se stessimo stilando un manuale di qualche scienza umana. Ma non lo stiamo facendo. E allora ci limitiamo a dire che quest’edizione di Diluvio non poteva finire meglio.
Si ritorna alla vita vera. Con la speranza che la botta di serotonina del post-festival possa durare per sempre. O almeno, fino a che non lo rifaremo da capo.
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