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Il piacere delle parole - di Claudio Ferlan · Mar 9, 2026

Il digiuno ritrovato

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Claudio Ferlan · Il piacere delle parole - di Claudio Ferlan

Ripropongo su “Il piacere delle parole” l’editoriale che ho scritto per “Il T Quotidiano”, pubblicato sabato 7 marzo 2026.

Il tempo di Quaresima si caratterizza, tra le altre cose, per il messaggio programmatico pontificio, che ogni anno – prima della fine del Carnevale – stabilisce delle linee guida di riflessione e di condotta per i fedeli cattolici. Alla luce delle parole dei due papi che hanno preceduto quello regnante, era evidente il valore metaforico dei quaranta giorni precedenti la Pasqua. Rarissimi apparivano infatti i riferimenti al digiuno nel senso letterale del termine. Non mancavano invece i cenni alle rinunce simboliche: meno social network, per esempio, in generale meno distrazioni per lasciare tempo alla preghiera e alle opere di carità. Si era insomma andata sfumando quella disciplina concreta del corpo che per secoli aveva caratterizzato il calendario cattolico.

Nel suo messaggio per la Quaresima 2026 papa Leone XIV reintroduce una specifica riflessione che richiama il sapore della tradizione. “L’astensione dal cibo”, scrive il pontefice, “è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione”. Non si tratta dunque di una semplice metafora spirituale, ma di una pratica reale, capace di coinvolgere il corpo e di educare il desiderio. È un richiamo che riporta alle radici stesse del cristianesimo, vediamo perché. Già nel IV secolo il monaco Evagrio Pontico insegnava che il digiuno non era un gesto simbolico, ma uno strumento concreto di disciplina spirituale. “Un ventre vuoto prepara alla preghiera”, scriveva, mentre quello sazio conduce al torpore dell’anima. Il digiuno e l’astinenza servivano a rendere l’uomo più vigile e più leggero; di conseguenza aumentava la capacità di disporre il proprio spirito verso Dio.

Nell’esperienza cristiana la privazione non è mai stata fine a sé stessa, ma si è orientata per lo sviluppo di una pedagogia del limite. Per secoli questa pedagogia ha modellato sia la spiritualità individuale, sia la vita sociale. Il calendario alimentare dell’Europa cristiana, infatti, distingueva rigorosamente tra giorni di magro e giorni di grasso. Mercati, cucine e abitudini quotidiane si adattavano alle prescrizioni quaresimali, segnando un senso di appartenenza comunitaria.

Le cose cambiarono nel XVI secolo, con l’emergere delle idee della Riforma, intese a ridurre astinenza e digiuno a comportamenti certo virtuosi, ma non certo vincolanti e obbligatori. A quel tempo, il digiuno quaresimale divenne un vero e proprio motivo di conflitto: modellare la vita sociale, viste le prospettive differenti tra cattolici e protestanti verso il rapporto con il cibo, divenne una ragione di scontro e di denuncia. Nel 1522, a Zurigo, lo stampatore Christoph Froschauer fu portato davanti ai magistrati per aver mangiato salsicce durante la Quaresima e averle offerte ai suoi lavoratori. Un gesto tutt’altro che banale divenne uno dei primi simboli della Riforma protestante. Il teologo Huldrych Zwingli difese pubblicamente la libertà di mangiare carne anche nei giorni proibiti, sostenendo che i precetti quaresimali non avessero fondamento evangelico. La disputa sulle salsicce mostrava quanto il digiuno fosse una pratica concreta e socialmente rilevante. Qualche decennio più tardi, a Firenze, un annusatore di professione andava a caccia di protestanti che nei giorni di magro erano così malaccorti da cucinare carni lasciando le finestre aperte. Il profumo sospetto poteva portare alla denuncia, e alla condanna.

Immagine generata da ChatGPT

Nel corso del XX secolo questo legame tra Quaresima e tavola si è progressivamente allentato. Le norme si sono alleggerite e il digiuno ha assunto forme nuove, spesso più simboliche che alimentari. Un esempio recente è stato offerto dall’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi (oggi presidente della Conferenza Episcopale Italiana), che qualche anno fa suggerì ai sacerdoti una “quaresima digitale”: quaranta giorni lontani dai social network e dalla connessione continua. L’idea riflette bene una trasformazione profonda. In un mondo dominato dall’eccesso di stimoli e informazioni, la penitenza sembra riguardare più il tempo e l’attenzione che il cibo.

È proprio su questo sfondo che il messaggio di Leone XIV assume un significato particolare. Il papa non rifiuta affatto la dimensione simbolica del digiuno. Anzi, la amplifica. Accanto all’astensione dal cibo propone una forma di privazione “spesso poco apprezzata”: quella dalle parole che feriscono. “Cominciamo a disarmare il linguaggio”, scrive, invitando a rinunciare al giudizio immediato o al parlare male di chi è assente. Qui emerge una chiara continuità con il pontificato di Francesco, che aveva denunciato più volte il “terrorismo delle chiacchiere”. Il papa argentino paragonava la maldicenza a una bomba lanciata contro gli altri: chi parla male semina distruzione e poi si allontana, lasciando che l’esplosione faccia il suo lavoro. Leone XIV raccoglie l’urgenza evidenziata da Bergoglio e la inserisce dentro la consuetudine quaresimale. Il suo messaggio lo dice chiaramente: come il digiuno disciplina il corpo, così il silenzio e la misura delle parole possono educare le relazioni.

In fondo non si tratta di un’idea nuova. Nella spiritualità monastica il silenzio è sempre stato una forma di ascesi tanto importante quanto l’astinenza dal cibo. Rinunciare alla chiacchiera era considerato un esercizio di purificazione non meno necessario del digiuno. La proposta del papa si inserisce dunque puntale sul solco della tradizione cattolica: mangiare e bere meno aiuta a limitare la parola e a concentrarsi sull’ascolto. E in tale tradizione pare collocarsi il significato più profondo del messaggio quaresimale di Leone XIV: rinunciando a qualcosa, si scopre ciò che conta davvero, esercitando la propria libertà.

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