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Il piacere delle parole - di Claudio Ferlan · Feb 27, 2026

La grandezza e l’umiltà: una lezione olimpica

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Claudio Ferlan · Il piacere delle parole - di Claudio Ferlan

Seconda puntata olimpica. Vi propongo la traduzione di un articolo scritto da Patrick Kelly. Ho adeguato il titolo e messo come sottotitolo quello scelto da America Magazine.

This article is reprinted with permission from America Magazine, published by America Press, ©2026. All rights reserved.

Questo articolo è ripubblicato con autorizzazione di America Magazine, edito da America Press, ©2026. Tutti i diritti riservati.

Ritrovo in alcuni commenti degli olimpionici statunitensi un atteggiamento appreso attraverso lo sport che può aiutare il resto del Paese a comprendere che cosa significhi davvero la grandezza. Gli atleti che hanno raggiunto questo livello di eccellenza nutrono passione e amore per la propria disciplina e ne comprendono e valorizzano tradizioni e standard di eccellenza. Sono capaci di riconoscere i propri limiti e le proprie debolezze. Sanno imparare dai fallimenti e dagli errori. È così che migliorano e, alla fine, diventano grandi.

Le loro risposte alle domande dei giornalisti su ciò che sta accadendo nel nostro Paese riflettono la stessa sensibilità. Lo sciatore freestyle Hunter Hess ha recentemente scritto sui social media: «Amo il mio Paese. Ci sono così tante cose grandi in America, ma ci sono sempre cose che potrebbero andare meglio».

Lo ha scritto dopo una conferenza stampa in cui agli atleti era stato chiesto come si sentissero rispetto a ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. Gli atleti hanno interpretato la domanda come riferita alle recenti operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Hess ha dichiarato che rappresentare oggi gli Stati Uniti alle Olimpiadi suscita in lui sentimenti contrastanti. «Ovviamente stanno succedendo molte cose di cui non sono un grande fan», ha detto. «E penso che siamo in molti a non esserlo. Se qualcosa è in linea con i miei valori morali, sento di rappresentarla. Ma solo perché ho indosso la bandiera non significa che rappresenti tutto ciò che accade negli Stati Uniti».

La risposta di Hess era complessa e sincera, una riflessione onesta su cosa significhi per lui rappresentare oggi gli Stati Uniti. Va ricordato che non aveva convocato una conferenza stampa per fare dichiarazioni politiche: stava semplicemente rispondendo a una domanda dei media. La domanda arrivava in un momento in cui le operazioni dell’ICE erano aumentate in diverse città americane, tra cui Minneapolis, dove agenti avevano sparato uccidendo i cittadini statunitensi Renee Good e Alex Pretti. Alti funzionari governativi avevano immediatamente fornito versioni dei fatti poi contraddette in modo significativo da diversi video circolati pubblicamente, attribuendo inoltre a Good e Pretti la responsabilità della propria morte.

L’approccio di Hess mi ha fatto pensare a una frase di G. K. Chesterton: «L’amore non è cieco; è l’ultima cosa che possa esserlo. L’amore è vincolato; e quanto più è vincolato, tanto meno è cieco». Per Chesterton, città e nazioni diventano grandi solo quando sono amate «senza alcuna ragione terrena». Questa devozione primaria, questo attaccamento verso un luogo è fonte di energia creativa. Ma un tale amore riconosce anche i difetti. Chi ama veramente il proprio Paese desidera conoscerne le debolezze e capire di cosa ci sia bisogno per cambiare in meglio.

Dopo i commenti di Hess, Donald Trump lo ha definito «un vero perdente», sostenendo che «ha detto di non rappresentare il suo Paese» alle Olimpiadi. Il presidente ha aggiunto che, se fosse così, Hess non avrebbe dovuto provare a entrare nella squadra e che «è un peccato che ne faccia parte. È difficile fare il tifo per qualcuno così. MAKE AMERICA GREAT AGAIN!».

Trump coglie la grandezza in modo molto diverso dagli atleti olimpici statunitensi. Gli riesce estremamente difficile ammettere di aver fallito o commesso errori. Ha sostenuto la grande menzogna secondo cui le elezioni del 2020, vinte da Joe Biden, sarebbero state rubate, e continua a diffondere questa falsità ancora oggi. Essa è ormai diventata parte di una forma di «menzogna organizzata» presente in settori della sua amministrazione e tra alcuni suoi alleati. È stata, ad esempio, la giustificazione per il recente sequestro da parte dell’FBI di documenti elettorali sensibili relativi alle elezioni del 2020 nella contea di Fulton, in Georgia. Se il presidente riuscisse ad ammettere la sconfitta subita da Joe Biden, potrebbe imparare qualcosa e crescere come persona e come leader. Ma la menzogna lo mantiene fermo dov’è.

Allo stesso modo, se il presidente ascoltasse le voci critiche del Paese e riflettesse sulla propria leadership, potrebbe individuare aspetti da cambiare e migliorare. Invece reagisce spesso attaccando chiunque suggerisca che abbia commesso errori.

La menzogna non impedisce soltanto al presidente di migliorare: danneggia anche la società. Il Catechismo della Chiesa cattolica, riflettendo sull’ottavo comandamento — che proibisce di rendere falsa testimonianza contro il prossimo — afferma che «la menzogna è l’offesa più diretta alla verità» (2483) e che «un’affermazione contraria alla verità, quando è fatta pubblicamente, riveste una gravità particolare» (2476).

Il Catechismo prosegue:

«La menzogna (essendo una violazione della virtù della veracità) è un’autentica violenza fatta all’altro. Lo colpisce nella sua capacità di conoscere, che è la condizione di ogni giudizio e di ogni decisione. Contiene in germe la divisione degli spiriti e tutti i mali che questa genera. La menzogna è dannosa per ogni società; scalza la fiducia tra gli uomini e lacera il tessuto delle relazioni sociali» (n. 2486).

Non è così che una nazione diventa grande. Gli atleti olimpici statunitensi possono insegnarci oggi che l’integrità — intesa come onestà e umiltà nel riconoscere i propri fallimenti e gli errori — è una condizione necessaria per migliorare e diventare davvero grandi. Spero che ora possano tornare a concentrarsi pienamente sugli sport che amano e incarnare questo esempio senza ulteriori distrazioni.

Credo che gli Stati Uniti siano una grande nazione. Ma diventa sempre più chiaro che dovremo ricominciare dall’essere di nuovo virtuosi.

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Autore
Patrick Kelly, S.J., è titolare della Heider Chair presso la Creighton University. Da molti anni collabora con uffici vaticani sui rapporti tra Chiesa e sport. Il suo libro più recente è Play, Sport and Spirit (Paulist Press, 2023).

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