L’ennesimo iato nella pubblicazione di questa newsletter mi ha dato modo di riflettere sulla domanda del titolo. Se anche tu sei qui su Substack con il tuo bravo progetto editoriale, forse avrai già fatto i conti con una varietà di domande del tipo: ogni quanto pubblicare? che format deve avere il mio contenuto? come parlare al mio pubblico, col tu o col voi? Ma soprattutto: chi me lo fa fare?
Questa è la domanda delle domande quando si guarda alla newsletter come a un impegno editoriale con se stessi che ti porta a soffrire l’ansia delle scadenze ma senza alcun ritorno economico (a meno che non ti chiami Selvaggia Lucarelli, in quel caso complimenti per il tuo milione di euro!). E non sia mai che salti un’uscita, quella successiva dovrà aprirsi immancabilmente con tre righe di scuse temendo l’ira dei lettori neanche fossi il direttore dell’unico ospedale della tua regione e lo avessi chiuso per due settimane. Lo sappiamo che stiamo cercando solo di farci perdonare da noi stessi, il resto del mondo neanche se n’era accorto che eravamo mancati.
Ma allora perché farlo? Che scopo ha tutto questo? Sto per lanciarmi in uno sproloquio retorico di quanto è bello scrivere per se stessi anche se nessuno ti legge? No, lo ha già fatto qualcuno meglio di me (ciao Alessio Fattorini, la tua newsletter invece sì che mi manca). La mia domanda è più pratica, ed è quella riportata nel titolo: a cosa serve davvero una newsletter? La risposta non è uguale per tutti. Ma, ai fini di questo pezzo che non vuole essere un trattato accademico che rinchiuda tutto lo scibile su questo mezzo di comunicazione ma invece vuole andare verso una direzione ben precisa, riduco la mia risposta a due obiettivi:
se hai un progetto editoriale strutturato su più canali, ti permette di raccogliere tutta la tua produzione in un compendio in uscita a cadenza regolare di facile digestione per il lettore che non vuole perdersi un granello della tua produzione (e in realtà aiuta anche te a tenerne traccia);
se invece hai solo qualcosa da dire, ma non hai un luogo specifico dove trovare il tuo pubblico potenziale, la newsletter ti permette di sfogare la tua voce, incontrare altri scrittori e lettori, e magari farsi scoprire da qualcuno che ci darebbe anche una cosa di soldi per esprimere i nostri pensieri così belli belli in modo assurdo sotto forma di articoli, talk, consulenze o corsi online.
Da notare che nel secondo esempio il termine newsletter è sinonimo di Substack (o piattaforme simili) dove il contenuto è reperibile da chiunque frequenti la piattaforma, e non solo da chi è iscritto (un po’ come i podcast su Spotify).
Il primo caso è invece più simile alla newsletter com’era un tempo*: la mail che il tuo blogger o magazine preferito ti mandava direttamente nella casella di posta per aggiornarti dei contenuti pubblicati durante la settimana.
(*con i dovuti distinguo di casi differenti, non sono uno storico delle newsletter)
E qui arriviamo al mio caso specifico. Il mio iato - che non è in realtà nemmeno il primo - è stato determinato dal fatto di voler trattare questo strumento come quello di cui non avevo bisogno, ovvero una piattaforma dove esprimere i miei pensieri in formato long-form. E tutti quelli che producono contenuti di questo tipo qui su Substack ne conoscono bene l’impegno in termini di tempo: lo so, perché non fanno altro che ricordarcelo in calce alla newsletter quando ci chiedono di offrirgli un caffè (che non si è mai capito quale sia il prezzo di sto benedetto caffè). Questo tipo di impegno ha sicuramente molto senso quando non hai un’altra “casa” da dove pubblicare questo genere di contenuti da far leggere al mondo.
Ma io quella casa ce l’ho. La mia avventura editoriale è cominciata con un blog. È proseguita con canali social, un podcast e articoli su varie testate. Perché aggiungere ulteriormente il peso di una newsletter in cui obbligarmi ogni settimana a cercare qualcosa di intelligente e profondo da argomentare in un contenuto di 2000 parole? La risposta è semplice: vanagloria. Misurarsi con la miriade di talentuosi scrittori che miracolosamente si radunano tutti qui in un solo luogo e gridare “guardatemi, guardatemi, anche io ho qualcosa di interessante da dire!”. Il piccolo orgasmo che si riceve ogni qual volta qualcuno dei tuoi pari interagisce con i tuoi contenuti è paragonabile solo al morso della prima fetta della tua pizza preferita.
Ho fatto più volte esperimenti su questa newsletter, e non credo che questo sarà l’ultimo. Quello con cui inizio questo nuovo ciclo è un modello ibrido tra le due modalità che ho elencato: un argomento di apertura seguito da una sequela di link che rimandano alle mie altre produzioni. Non mi sto inventando niente: lo vedo applicato con successo da altri creator che hanno il vizio di essere multipiattaforma come me (ciao Cristiano Guidetti, ti copio, grazie per l’ispirazione). Chissà se questo mi aiuterà a mantenere regolarità di pubblicazione fino a quando non cambierò idea di nuovo o sprofonderò in un altro iato. Tu che dici? Io punto contro di me.
E QUINDI, SE TI PIACE SEGUIRMI ALTROVE, ECCO COSA HO PUBBLICATO NELL’ULTIMO PERIODO:
Ho aperto la nuova categoria Grecia sul blog, nella quale sto pubblicando le recensioni di alcune pizzerie e affini in cui ho mangiato tra Atene e Creta quest’estate. Seguirà solito articolo riassuntivo.
Collaboro sempre con Garage Pizza, per cui ho scritto tre pezzi:
Dopo la figura di pupù colossale fatta da 50 Top Pizza, il mio sconforto per come il mondo pizza viene sfruttato dalla stampa, e un monito ai pizzaioli: sono i giornalisti che hanno bisogno di voi, non il contrario.
Perché un format TV sui camerieri funzionerebbe meglio di MasterChef (e potrebbe partire proprio dalla pizzeria).
Su Instagram sto sperimentando un doppio formato per le recensioni: uso le storie precedentemente pubblicate sia in formato reel con montaggio più rapido e serrato (nei limiti di quello che posso sopportare, odio il ritmo ansiogeno e urlato di molti creator) e una caption scritta ad hoc; che in formato carousel, in cui alterno l’immagine della pizza alle stesse storie pubblicate in precedenza ma senza montaggio aggiuntivo, con una caption generata dall’AI sulla base di un mio articolo, e con piccoli aggiusti da parte mia. Al momento i caroselli sembra che stiano facendo più views dei reel ma ho troppi pochi dati per tirare conclusioni. Un esempio del doppio formato è qui (reel) e qui (carosello). Opinioni su questo esperimento?
Come tutti faccio anche il repurpose dei reel per YouTube Short e TikTok, due canali su cui non sono per niente attivo ma che ho sempre usato come sorta di cloud di backup dei contenuti. Ma su TikTok vorrei provare a sperimentare altro per capire il funzionamento di una piattaforma che ha un linguaggio tutto suo. E infatti questo video - che non ho pubblicato su Instagram - in cui non faccio altro che parlare ha stranamente raccolto oltre 14k views, un centinaio di commenti e un botto di iscrizioni al mio profilo che da 45 follower è passato a 131. Tutti greci.
Un mio contributo è apparso sull’articolo del giornalista francese Ezéchiel Zérah sul quotidiano Les Échos in versione stampata. Nelle righe a me dedicate si parla di come immaginerei un museo della pizza a Napoli. Per motivi di copyright non posso pubblicare gli screenshot dell’articolo, mi limito a uno stralcio in cui si vede il mio nome per dimostrare che non sto mentendo. Ma credo sarà un argomento che approfondirò in un prossimo pezzo o magari con il podcast (perché sì, avrei anche il podcast tra le mie varie produzioni). Comunque fa piacere leggere il proprio nome su un giornale straniero.
Poi avevo anche iniziato con una rubrica chiamata "La pizza della settimana" in cui ti parlo di una pizzeria di una qualsiasi parte di Italia pescata tra quelle di cui ho già parlato su Facebook.
Caricamento in corso...
Ok, siamo arrivati al termine. Essendo questo l’inizio di un nuovo ciclo sono stato come mio solito molto verboso. Cercherò di ottimizzare per le prossime volte, ma non ti prometto niente. Tu però fammi sapere se questo processo di pensieri ti ha ispirato qualche cosa, se ritieni che questa nuova linea editoriale possa giovarmi o se fino ad adesso non sapevi nemmeno chi fossi. Un commentino qui sotto, dai, che mi fa piacere.
Alla prossima sett… mes… boh.
TUTTI I LINK AL MIO PROGETTO PIZZA
Pizza DIXIT: il blog da cui nasce tutto, in cui parlo di pizzerie napoletane all’estero.
Pagina Facebook: qui parlo di pizza mangiata un po’ ovunque, faccio riflessioni varie, e condivido articoli scritti da me pubblicati anche su altre testate.
Profilo Instagram: qui puoi seguire nelle storie i luoghi e le pizzerie che visito, e avere qualche narrazione più variegata tramite i reel.
Gruppo Facebook Pizza Social: spazio di discussione con altri amanti della pizza, in cui parlo di temi come quelli di questa newsletter, ma in cui chiunque può lanciare una discussione.
Che Pizza - Il Podcast: il podcast creato da Simon Cittati di cui sono stato co-host per tre anni e che è poi stato lasciato interamente nelle mie mani. Ha anche un profilo Instagram dedicato e un suo canale Telegram con gruppo annesso.
Grazie di avermi letto.
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Mi chiamo Giuseppe A. D’Angelo, ma puoi chiamarmi Peppe: scrivo di pizza dal 2015 sul mio blog Pizza DIXIT e anche altrove. Dal 2021 conduco un podcast chiamato Che Pizza. Non faccio talk, non pubblico libri, non offro consulenze, non insegno in nessuna accademia: insomma, LinkedIn mi odierebbe.
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