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Catrame & Libertà · Jan 27, 2026

Rigirare il timone verso est

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Paola Natalucci · Catrame & Libertà

In questo numero:

  1. Il mio primo lutto nazionale per un monarca, e del mantenere la sanità mentale nei macroeventi. Le due cose sono collegate

  2. I libri del mese: una conferma da Cross Fell, Cumbria, e una tripletta asiatica

  3. Angolino indiano non pianificato: una mostra a Milano, e un documentario online

  4. Fuori da qui: perché lavoro come lavoro, la mia altra newsletter, programmi di language coaching; link vari

  5. Cercare equilibrio su un continuum difficile da percorrere, con Romain Gary

Tempo di lettura: 16 minuti circa, esclusi manifesto e malloppo lavorativo. Lunga, ma non so quando esce la prossima

Spezzettate, andate, tornate. Liberamente, come Catrame che esce quando riesce… Perché sì., tipo oggi.

Nella sommersione digitale ci servono pace e tempo.

Pace e bene alle nostre sinapsi strapazzate.

La foto di copertina è di Thomas Tucker, su Unsplash

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E: quando leggi affermazioni al plurale femminile, non parlo solo delle donne. Sto usando il femminile sovraesteso, come è stato fatto col maschile sovraesteso per noi nei secoli dei secoli, amen

Intensità e sommersione sono le due parole che ho scelto per descrivere i primi venti giorni di gennaio in una delle chiamate del Joy Luck, il mio puccissimo gruppo di inglese, prima di lasciare la parola alle altre persone. (Tra l'altro, siccome credo nell’autorganizzazione e nell'indipendenza didattica, mentre io sarò sconnessa, loro si troveranno da solə, a fare autogestione. Sono molto curiosa di cosa combineranno ma sarà certamente meraviglioso, questo Occupy Joy Luck, perché loro sono meravigliosə e infatti quando gliel’ho proposto hanno detto sì che storia l’autogestione, senza esitare. Poi vi dico.)

Comunque: l’onda era più o meno la stessa per tutt3 noi, l’altro giorno, come se la pausa di Natale non fosse mai esistita. Un po’ come quando vai, fai un massaggio, vai a yoga, vai dall'osteopata, stai benissimo quando esci, e niente, qualcuno ti fa arrabbiare o ti turba appena dopo, e tutta la rilassatezza… Puff. Evapora.

Mi ha fatto ricordare, questa sensazione, del giorno in cui a Bangkok era morto il re, l'amatissimo (da molta popolazione) Bhumibol, che era re da una botta di tempo, decenni, visto che era stato incoronato più o meno nello stesso periodo di Elisabetta II.

Comunque insomma, quando il re era malato, tutto era avvolto nel mistero, come molte cose nel Regno. Si sapeva che era malato, ma non se ne doveva parlare troppo. Si sapeva in che ospedale era, ma nessuno doveva dirlo a voce alta. A ottobre del 2016 — SCUSATE IN CHE SENSO TUTTO CIÒ È STATO DIECI ANNI FA? — la fine era vicina, ma ovviamente non lo si poteva dire se non tra farang.

Io, a Bangkok, gli anni li festeggiavo spesso in associazione con la mia amica C. di Monastier di Treviso, che una va dall'altra parte del mondo e si trova la amica vèneta, ovviamente (un giorno devo parlarvi di come io possa pure finire in culo al mondo, ma ci saranno sempre persone venete, napoletane e siciliane da qualche parte a diventarmi amiche.) Comunque, C. è nata il 12 ottobre, io il 13, il compleanno lo facevamo sempre nella nottata tra l'una e l'altra; lo avevamo organizzato a un bar chiamato Hemingway’s, in una vecchia casa di teak thailandese, bellissima, destinata pochi mesi dopo alla demolizione (ma dai) per essere sostituita da un grattacielo costruito da una holding giapponese (ma dai.)

Il bar Hemingway’s

Durante la festa, un amico thai che lavorava all'ospedale dove era ricoverato il re mi dice: fate festa e bevete, a me da qui non fanno uscire, siamo in lockdown, sta succedendo qualcosa, c'è qui mezza famiglia reale. Sicuramente domani sono cazzi, mi ha detto in italiano, dato che egli studiava italiano e grazie all’amicizia con me sapeva tutte queste espressioni finissime.

Il giorno dopo a scuola avevo passato un compleanno bellissimo coi miei bambini, i genitori mi regalarono una torta a forma di Nemo, festeggiai con una banda di due e treenni, grandi fan dei compleanni, visto che ne hanno festeggiati pochi, e a fine giornata lavorativa ho detto, beh, mi vado a fare un massaggio thai di due ore che non ho dormito un cavolo, stanotte, dai. Ma perché non esce nessuna novità sul re? Dal mio amico dell’ospedale, silenzio radio.

Vado al mio posto di fiducia, mi faccio il mio regalo di compleanno, essere smanacciata per due ore da una signora bravissima e sentirmi scricchiolare, esco dalla saletta con la signora, e troviamo tutte le altre massaggiatrici in lacrime. Mi dico, Ah, mi sa che è uscita la notizia. Esco dal negozio e vedo una cosa che non ho mai visto, nemmeno durante il tentativo/simulazione di tentativo golpe in Turchia, nemmeno durante il golpe a Bangkok, due anni prima: tutta la gente per strada in lacrime, disperata, come se fosse morto il nonno o il papà, ma a tutte. Fa un certo effetto, in un paese dove sorridere è parte dell'essere educati, dove raramente si vedono sentimenti molto forti espressi così tanto esplicitamente, vedere una città colorata e di temperamento tutto sommato allegro (le città per me sono come le persone) vestirsi di nero, di botto. Io avevo poi dovuto lavorare tutto il mio ultimo anno accademico vestita di nero, tra l’altro, perché la mia scuola era vicina alla famiglia reale.

Foto di Anusak Laowilas, NurPhoto, Getty

In quel momento, ovviamente, tutto il rilassamento e la onda positiva di due ore di smanacciamento, della torta a forma di Nemo, è evaporato, perché quando muore un monarca in un paese stabile ma non molto come la Thailandia, non sai mai cosa potrebbe accadere.

Ecco, l'inizio di quest'anno è stato un po' come uscire da quel negozio di massaggi, e le vacanze di Natale, che comunque non sono state vuote come la volevo, erano state le due ore di massaggio durante il quale le autorità preparano una notizia brutta.

Solo che ora il massaggio è rappresentato dalla scelta di non prendere in mano il telefono per dribblare la quantità esagerata di focolai di conflitto che ci circondano: (faccio come Stefano Nazzi, saltate due paragrafi se non vi interessa il macro) oltre alle più note, Ucraina, Venezuela (il fuoco su cui sono più ignorante), Iran, Gaza (crisi NON finita magicamente da un giorno all'altro. Dopo due anni a parlare quasi solo di quello, a spese di tutto il resto, è calato il silenzio, e quindi ciao eccomi qui a ricordarvelo io), ce ne sono un sacco di altre di cui si parla molto meno, tipo il Sudan, perché più lontane, e la prossimità resta un fattore in quanto una cosa sia percepita come rilevante o meno. Ci sta. (Tutti i link che sto usando sono del Guardian, perché a) in genere è abbastanza affidabile, b) non mette paywall su niente, c) fa del suo meglio per coprire tutto il globo e d) organizza le notizie in modo tale da potersi aggiornare per paese facilmente. Ve lo consiglio, io su sto giornale ci scrissi pure la tesi, voglio dire)

Ma ci sono, queste crisi più lontane, e un minimo sul pezzo ci devo stare, perché è lì che sto andando: il conflitto a singhiozzo al confine tra Cambogia e Thailandia, che mi ha fatto decidere di non andare nell'isola dove volevo andare da anni, al largo delle coste cambogiane appunto, dopo aver parlato con chi vive lì — ovviamente mi chiedo se pecco di cautela e se questa cautela sia buon senso o vecchiaia; per poi entrare in quella situazione di tensione latente che è Taiwan.

Ci sono stata quindici anni fa e l'ho amata molto, volevo tornare, ho comprato il biglietto, sei giorni dopo Coso ha sequestrato Maduro, e io mi sono chiesta adesso cosa fa Xi? Ho avuto un paio di giorni di sbattimento tale, anche io che di solito ho sangue freddo, che ho addirittura chiesto a Pieranni-san cosa ne pensava lui nella sua grande saggezza.

Alla fine, ho deciso di partire lo stesso. Però, almeno al mare, dopo, vado a Phuket. E’ un ripiego perché mi serviva una cosa facile, e buttala via Phuket, anche se è tutt'altra onda dall’isolina tranquilla che volevo io. Ma è gigante, e i cantucci di pace si trovano. Ho pochi giorni a disposizione per il mare, quindi va bene così. In quanto topolini di città, da Milano e Buenos Aires con furore, abbiamo da andare a viverci un po' la Bangkok lenta della mia vecchia casa, del fiume, degli accadimenti random.

Starò due settimane nel mio vecchio edificio, e una settimana in un subaffitto a Chinatown, e

sono non felice, di più, di poter vivere Bangkok a un ritmo umano dove non lavoro 60 ore a settimana e non mi sveglio alle 5, ma ho invece spazio e tempo per la flânerie e gli amici.

a street with lots of wires and buildings in the background
Per Bangkok vale quel che si dice per Istanbul: c’è chi lo chiama caos, e chi lo chiama casa. Per me è casa. I cavi aggrovigliati sono casa // la foto è di Red Shuheart su Unsplash

Due anni fa ero andata su un'isola vicino a Ranong, al confine birmano, che avevo trovato piena di rifugiati birmani. Quest'anno evito l’altra isolina al confine perché il conflitto con la Cambogia al momento è contenuto, ma devi passare vicino al confine sulla terraferma per arrivarci, e le fiammate e i casini, per loro virtù intrinseca, non sono prevedibili. Se no non sarebbero fiammate e casini.

Alla luce del fatto che mi faccio già due settimane a Taiwan in un periodo di tensione mondiale enorme, almeno al mare stavolta andiamo in posti lontani da tutti i cazzi, anche solo per la pace mentale mia e di mio fratello che mi dice TU MI FARAI VENIRE I CAPELLI BIANCHI, come quando ero andata in Iran. Io, per non sbagliare, gli ho detto invece di venire a Bangkok che nella casa nel mio vecchio edificio ho una stanza in più. [Aggiornamento su questo da Taipei: fratellovolante, in tutta risposta, è salito su un aereo per Kathmandu con compagno e migliore amica, e siccome non è Briatore, non credo che potrà venire anche a Bangkok appena dopo. Ti voglio bene lo stesso, uomo, se leggi. Buone scalate, a te che le fai. Bello essere all’unisono in zone molto sismiche]

E mia madre? Mia madre quando ero piccola e prendevamo l’aereo diceva a mio padre che era nervosetto: Stefano, comunque se viene la tua ora non è che se ti agiti la tua ora non arriva. Per fortuna che è così zen, mia madre ci sono stati anni dove è stato molto necessario che lo fosse.

Negli anni che vivevo a Bangkok viaggiavo molto di più, e per non essere giornalista ma una semplice prof ho visto succedere un sacco di roba: due colpi di stato, uno vero e riuscito, uno fallito che forse era una montatura; la morte di un monarca e un lutto di stato; svariati attentati, con bombe e camionette. Dice il buontempone: Pa’, scusa, con tutto il bene, non è che porti sfiga? E no, la questione è che più viaggi e più ti muovi e più sei esposta alle cose del mondo.

Che poi, comunque, l'altro giorno quando ho visto cosa è successo questa settimana qua in Spagna (la scorsa per voi) con TRE deragliamenti, pace all'anima delle vittime tutte, ho pensato quello che penso sempre: la vita (e la sfiga) con noi fanno veramente quello che gli pare. Abbiamo veramente pochissimo controllo sulle cose.

E quindi, improvvisamente andare a Taiwan in uno dei periodi di tensione internazionale più forti che abbia vissuto in vita mia ha quasi senso. Andiamo, andiamo a Taiwan, finché Taiwan resiste e lotta con noi — il mio ex sinologo aveva detto lo stesso di Hong Kong vent'anni fa, e aveva avuto ragione, perché pare che oggi Hong Kong sia l’ombra di quello che era. E io sono molto contenta, di aver potuto vedere cos’era a suo tempo.

Questo numero partirà al mio primo giorno a Taipei perché lo sto finendo in corner prima di partire.

A febbraio e marzo, Catrame uscirà un po’ a macchia di leopardo, o magari no, magari avrò voglia di condividere le mie riflessioni qui, dove vi leggete i pipponi lunghi così, e io vi amo e ringrazio per questa cosa preziosa che è l’attenzione.

Naturalmente non ho finito lo zaino, quindi ora vado a fare quello, ma non prima di

Sto lavorando per voi su quella storia del replicare insieme tra Catramell3 l’atelier di scrittura che ho fatto per i professori di francese: ne parlavo qui.

Siccome sono la organizzatrice più lenta del globo terracqueo, non ho una data, perché non so quando sarò a Milano, e molti di voi volevano fare live a Milano (astute, così poi magari rimaniamo pure a bere un vinello, io sono chiaramente a favore ma richiede più logistica che farlo online quindi vabbè, quando mi organizzo per andare a Milano cerco di capire chi potrebbe ospitarci, che io a Milano cose di lavoro non ne faccio mai).

Però intanto, vi faccio un’altra domanda, divisa tra chi vuole fare a Milano con tarallucci e vino, o chi vuole fare online, in quel caso con tarallucci e vino spirituali e/o digitali, per ste due orette:

Caricamento in corso...

Caricamento in corso...

Intanto, sto chiacchierando con Carla, un’amica colombiana che vive ancora a Bangkok di vedere di organizzare insieme una talismanata nella sua casa-centro culturale. Vediamo se ce la faccio, perché ovviamente mi è venuto in mente con pochissimo anticipo, ma magari a Bangkok si monta senza troppi sbattimenti, la cosa.

Due volte al mese, il mio obiettivo è aiutarvi ad aumentare la diversità culturale presente nelle vostre vite.

È un modo diverso e gioioso di fare politica.

Se il diverso lo ascolti, lo conosci, lo leggi, tenti di capirlo, da una posizione di apertura e curiosità, apprendendo dai e dei modi altrui di stare al mondo, è più difficile essere chiusi e bigotti. E non per forza questa apertura la si deve cercare attraverso il viaggio, che non è alla portata di tutti.

La cultura può permettere di aprirsi anche a chi non può o non vuole muoversi.

Se volete sostenere Catrame, dare valore al tempo che prendo per pensare, scrivere le mail e registrare ed editare gli episodi, qui e su Spotify, o aiutarmi a pagare gli abbonamenti che pago per leggere e selezionare cose per voi, potete farlo così:

  • condividere Catrame, lasciandomi stellette su Spotify (per aiutare la diffusione del pod) cuoricini sulla Substack app (per aiutare la mia produzione di dopamina) rispondendo alle mie mail (per palesarvi e farmi sentire che non sto parlando col muro: a volte con le newsletter può esserci questa sensazione, al contrario che sui social)

  • abbonarvi alle notifiche di CatramePod attivando la campanellina di Spotify, e dandomi 5 stelline così arrivo a genti nuove.

  • Abbonarvi a Catrame, che comunque resterà senza paywall, perché l’Omino del Cervello ed io crediamo nella cultura accessibile. Unitevi alle Moschettiere di Catrame, Enrica, Marianna, Mavi, Chiara, Sonia, Mary, Tiziana e Cate, e l’amic3 di Davide che ha avuto Catrame in regalo (come ti chiami? Rispondi e dichiarati, se vuoi <3 ), con una donazione mensile, trimestrale, o annuale. Ancora 3 abbonat3 e siamo pronte per fondare il Catrame Fútbol Club! Senza panchinari, però, per quello siamo in poche.

  • Sostenermi con una donazione libera una tantum, cliccando sul bottone qui sotto, come abbiamo sempre fatto! 3, 5, 10€: tutto genera gratitudine. Io te lo dico, poi insomma, fai con calma dopo che hai finito coi regali, che so che sono una sbatta.

Anche io voglio sostenere Catrame!

  • Il mese scorso vi avevo parlato di questo libro, del mio nuovo amore letterario Sarah Hall, che dà voce al vento Helm, nel nord dell’Inghilterra, e che ci fa notare che non solo i ghiacci e i mari, ma anche i venti, sono toccati dal cambiamento climatico. Ve lo avevo citato dicendo, “siccome l’ho appena iniziato non so se consigliarvelo davvero”, e nel frattempo, l’ho finito. Considerato che ne ho parlato per cinque minuti di fila davanti a una cotoletta gigante alla mia amica V., con cotanto entusiasmo e occhietto brillante che lei mi ha detto, “ma in italiano c’è già?” mi sembra evidente che sì, ve lo consiglio, ma che no, non ve lo consiglio se volete una roba scorrevole. La struttura a volte è ostica, a cicli come lo è la storia; si deve prestare molta attenzione per cogliere i dettagli che connettono luoghi e personaggi, a volte a distanza di secoli di tempo… Ma posso dire che, anche se a volte è stato faticoso, è un libro che non dimenticherò facilmente. Speriamo lo traducano presto, e se leggete in inglese e volete una sfida, buttatevi. E’ difficile, però, eh: datevi tempo, datevi grazia, e preparatevi a cercare molti vocaboli.

  • La stessa amica della cotoletta al Circolo degli Alpini mi ha passato il dato sul libro This Land is Our Land, An Immigrant Manifesto / Questa terra è la nostra terra: Manifesto di un migrante, di Suketu Mehta, che ho letto immantinente e che è da un lato tristemente attuale; dall’altro, è uscito inizialmente nel 2019, e sembra parlare di circa un secolo e mezzo fa, come tutto ciò che viene da appena prima della pandemia. Questo libro è un po’ un pamphlet politico, un po’ un ripasso di storia del colonialismo e dell’imperialismo, un po’ un saggio di geopolitica e sociologia; una critica alle politiche migratorie statunitensi, insomma, è molte cose insieme, tutte interessanti. Per me, piccola bimba terzomondista di Mediazione Culturale, molte cose erano note, ma alcune altre non le avevo mai sentite nemmeno io, e le ho scoperte con un certo disappunto. E’ un libro da spiaggia? Per un cazzo, ma tanto è inverno. E’ un libro che si legge molto bene? Sì. Quello sì, è un libro appassionato. E’ parecchio incazzato Suketu, eh, io vi ho avvisato.

  • Rimanendo in modalità Piccola Bambina Girotondina (se non sapete cosa vuol dire essere girotondino, invidio la vostra gioventù; ditemi nei commenti che vi metto un link) vi consiglio anche la lettura di 2100, Come sarà l’Asia, come saremo noi, il libro più recente di Simone Pieranni, del cui fan club immaginario, come sapete, sono presidenta cosmica. Vi lascio qui una recensione, e ve lo consiglio se siete anche voi fan dei suoi podcast, Altri Orienti e Fuori da Qui, ma anche se non lo avete mai ascoltato e siete curiosi di saperne di più di un continente che spesso, da noi, viene raccontato con stereotipi tremendi, spesso inconsapevoli. La capacità di analisi è la stessa dei podcast, cioè notevole. Potete anche regalarlo come parte di un pack anti-orientalista al vostro zio che parla ancora di occhiamandorla, alla vostra cugina che vede i lustrini del K-Pop ma non il machismo presente nel paese, all’amica che gli asiatici sono tanto spirituali, insieme a quest’altro libro di ADD Editore, che ho consigliato e che consiglio a chiunque mi dia retta, da mesi, sull’India.

  • Ultimamente vengo a Milano un po’ in stealth mode, principalmente perché lo decido all’ultimo grazie ai voli standby di Fratello Volante, e tra lavoro e famiglia, lo spazio di improvvisazione per molte persone è ridotto. Finisco spesso a fare quelle che Julia Cameron, autrice di The Way of the Artist chiama le Artist Dates (grazie Julia di questo volano di prospettiva.) Una delle mie artist dates milanesi è stata questa mostra collettiva di arte contemporanea indiana, in corso fino all’8 febbraio. Merita un’oretta e qualcosa del vostro tempo. Alcune cose mi hanno fatto sentire come l’amica basica e stupida, altre invece mi hanno parlato molto, come spesso mi capita con l’arte contemporanea.

  • Tutta questa India in questo numero non era pianificata, ma tant'è. Si vede che il cervello si sta preparando a tornare in Asia (anche se non in India.) Vi lascio questo documentario su Narendra Modi, di cui ho letto su 2100, il libro di cui sopra. Nello specifico, questo documentario illustra da un lato la storia di Modi finché era a capo del Gujarat; la seconda parte racconta di cos'è accaduto dopo che è divenuto primo ministro dell'India. Ve lo consiglio, ovviamente è duro perché descrive una realtà dura. Comunque boh, per me come donna della strada, il riassunto in tre parole dell'India di Modi potrebbe essere mafia, bullismo e nazionalismo (che poi è la triade di comportamenti dominanti della cricca di autocrati che stanno al potere attualmente. E che la gente vota con entusiasmo, questa è la parte più preoccupante.)

(che il pod è miseramente fermo, tra l’altro, chiedo perdono. Per comprarmi tre settimane di vuoto e sconnessione nei primi 20 giorni circa di gennaio ho lavorato così tanto che è già un miracolo che abbia avuto testa di scrivere questo numero, che infatti è stato scritto un paragrafo alla volta nel corso di settimane)
  1. Se a te, o a qualcuno che conosci, può servire far pratica e coltivare il proprio inglese e francese, in un luogo tranquillo dove non si deve performare, un po’ di coaching linguistico con me potrebbe fare al caso tuo, da inizio marzo ho UN posto 1:1 libero! Se ci stai pensando, contattami pure, senza impegno né pressione di comprare NULLA, la odio su di me, non la farò certo al prossimo. A gennaio ha iniziato una persona con cui ho iniziato a parlare a novembre, figurati! Qui le esperienze di chi ha già lavorato con me, chi meglio di loro per raccontarvi tutto?

  2. Sarai tu a decidere i tuoi obiettivi, col mio aiuto. Completa questo modulo per dirmi che ti serve, ci troviamo e ti racconto come lavoro, e vediamo come ci sentiamo. Nessuno vende niente a nessuna. 20 minuti per conoscersi: la relazione umana è fondamentale perché tutto funzioni. Qui tutte le le info sul language coaching 1:1 con me.

  3. Budget piccolino? E che problema c’è? Vieni al bar, a The Joy Luck Café, dove rendiamo il parlare inglese accessibile, leggero, e buena onda. Tutte le info le trovi qui. Cose belle del Joy Luck Café? Ti stanchi meno, conosci persone pucci con cui fare il viaggio, pratichi regolarmente, e impari con piacere. Ormai il mio compagno e mia madre, con cui condivido lo spazio a seconda di dove sono, riconoscono la Faccia da Joy Luck, perché fa così bene anche a me che esco con un sorriso così.

  4. Sì, ma perché non lavori a scuola come tutt3, Pa’? Il mio progetto di coaching linguistico è nato perché le scuole di lingue sottopagano e maltrattano chi insegna, mica perché il nomadismo digitale. Ho deciso di cambiare modalità di lavoro e passare al coaching per avere autonomia decisionale e didattica al 100%, per essere meglio preparata a gestire l'emotività di chi lavora con me, e per non essere più sfruttata. Certezze sempre zero, ma posso fare il mio lavoro in primis come serve davvero a chi mi sceglie, e poi come piace a me, lasciando spazio anche alle clienti per cui scrivo, poche ma buone, e alla mia vita improduttiva di studente, nerd, lettrice, flâneuse, scribacchina, yogina, podcastina wannabe Joe Rogan, ma femmina, pucciosa e lenta.

  5. Dove altro mi trovi: su The Mindful Speaker, fai pratica leggendo e impari già per i fatti tuoi, che poi è la cosa migliore che puoi fare. Se usi LinkedIn, qui, qui, e qui parlo di come funziona il coaching linguistico. Il mio Instagram personale di cazzeggio multilingue senza filtro, che uso molto più di LinkedIn ultimamente, è @migrabonda. Se usi la app di Substack, possiamo seguirci anche su Notes. Le mie interviste su lingue e viaggio da sola in inglese, francese e italiano sono qui.

“Il giusto mezzo. Da qualche parte tra fottersene e creparci.

Tra chiudersi a doppio giro di chiave e lasciare entrare il mondo intero.

Non diventar duri, ma neppure lasciarsi distruggere. Molto difficile.”

Romain Gary, già nel 1979.

Chissà che direbbe oggi, Romain

E anche per sto giro, abbiamo finito.

Come sempre,

grazie del vostro tempo, e del vostro focus 🧿

Abbraccio,

Pao

La terapia è proprio scrivere SENZA usare Chat GPT.

Read the original on catrameeliberta.substack.com

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