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Catrame & Libertà · Feb 21, 2026

Il monolinguismo è monocultura

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Paola Natalucci · Catrame & Libertà

  1. TL;DR: i monolinguismi sono male. Leggete la sezione per la strada panoramica, con un tot di foto per il vostro intrattenimento, che passa a trovare i backpacker giapponesi bellissimi, le doccette da culo dell’Asia, il doppiopesismo, la realtà che cambia a seconda di dove la guardi, e i traumi collettivi della popolazione catalana che gli distorce le lenti.

  2. I link infodemici del mese Vi voglio raccontare di un film in Tamil, dall’India, e di uno di archivio, franco-corso-arabo

  3. Mondo reale: per quell'idea balzana di dover mangiare tre volte al dì, pare che io debba lavorare: posso aiutarvi a parlare inglese o francese a cuore tranquillo, o scrivendo per voi, mentre voi vi occupate di quello per cui siete format3. O invitarvi al bar, a chiacchierare in inglese con me e non solo!

  4. Catrame Amarcord: Bangkok è una matrioska

Se stai leggendo su Gmail, assicurati di cliccare su “scarica l’intero messaggio” per non perderti nemmeno un pezzo. Questa newsletter usa il femminile sovraesteso, a volte. Altre volte no. Sempre il cazzchelepare.

Tempo di lettura: 16 minuti circa, esclusi Manifesto e Malloppo del Lavoro.

L’Asia, per me, ricomincia sempre già in aereo. Una cosa è ricordarlo razionalmente, altro è esserci in mezzo, come ora.

Tornare qui è tornare alla varietà umana che mi accoglie già negli scali mediorientali: Istanbul, Bahrein, Sharjah, Abu Dhabi, Dubai, Muscat. Nei decenni sono passata da tutti. In un periodo che stavo non benissimo e vivevo a Bangkok, cercavo sempre di tornare via Istanbul, perché Istanbul era già essere praticamente a casa, come una camera di decompressione tra Bangkok e Milano, col çay, i gabbiani e le facce amiche. Poi sono passati gli anni, le ferite si sono rimarginate, le cose sono state integrate, ed ora, anche arrivare a Bangkok da altrove sembra casa.

[Potevo io esimermi, in 13 ore in aereo, dallo scrivere un pippone da condividere con voi? MA OVVIAMENTE NO. Vi scrivo dalle note del telefono, su un aereo Etihad, e non so quando pubblicherò questo post. Probabilmente leggerete fra un bel pezzo, perché ho davanti tre settimane senza quasi toccare il computer, a meno di cataclismi.]

Atterri ad Abu Dhabi o Dubai ed appaiono le doccette da c*lo per pulirsi con l'acqua nei bagni (cosa non da poco, che mi dà molta felicità personale, chi mi conosce lo sa, un decennio e passa fa avevo anche scritto l’Ode alle Doccette, non so se ce l’ho ancora da qualche parte.)

Di botto sono attorniata da persone vestite diversamente da me, con incarnati diversi dal mio, tratti differenti. Ci sono più persone scalze in attesa ai gate, perché togliere le scarpe è un gesto molto più normale ad altre latitudini, ancora di più se si è nell'intermezzo tra due voli di 7, 8, 10 ore. Non è cafonaggine. È senso comune.

Improvvisamente, essere bianca, con gli occhi azzurri e i capelli chiari è spiccare nella folla perché sei tu, la diversa.

Sei tu, la minoranza.

Che poi è quello che siamo nel pianeta: una minoranza molto ingombrante.

A punteggiare la folla, i turbanti degli uomini Sikh, i sari delle donne indiane, i pellegrini della Mecca vestiti di bianco, e invariabilmente, giovani uomini dell'Asia orientale da soli, esili e belli, giapponesi, a volte coreani, zaino distrutto in spalla, capelli lunghi annodati in testa e zigomi alti, cuffie e telefono di ultima generazione. Gli stessi, le stesse, uomini e donne, che quando decidono che il Giappone lə soffoca (mi sembra che i coreani partano meno) finiscono a vivere in giro, a Okinawa se vogliono restare in patria, o in Thailandia, dove è iniziata la mia amorosa osservazione ventennale delle loro esistenze controcorrente, ad aprire ostelli o ristorantini o a insegnare yoga, invece che lavorare in ufficio (impresa peraltro sempre più difficile pure al paese loro: anche lì c'è la questione dei nuovi poveri, quelli che lo sono pure se lavorano.)

E poi, sembra una roba da nulla ma non lo è: a farmi sentire che sto tornando a est c'è anche la selezione di film a bordo.

Lo sapete che amo il cinema, che il festival del cinema africano e quello del cinema asiatico a Barcellona, come lo era a Milano, sono sempre settimane di gioia per me.

E quindi, se tu prendi un volo Qatar, Oman o Etihad come ho fatto io, il volo diventa aula di cinema, almeno per qualche ora.

Improvvisamente sono esposta non solo ai film di Hollywood, ma anche a film di Bollywood, cinema in arabo, film d'autore europei, film d'autore asiatici, commedie di molto mondo. C'è una sezione solo per i film nelle lingue "regionali" indiane, ognuna parlata da più persone dell'italiano: tamil, kannada, malayalam, punjabi, gujarati.

Io amo Barcellona, tantissimo. Però, dal punto di vista linguistico... Può essere un po' soffocante. Parla molto di inclusività, Barcellona, e poi però a una mostra capace che ti mette le spiegazioni solo in catalano e castellano, e tu vedi i visitatori asiatici farsi tutta la mostra leggendo le descrizioni con Google Lens e dici, minchia ma dai, e poi si vendono come città aperta, essù. Oltretutto in una mostra sulle culture del Pacifico organizzata originariamente dal British Museum, quindi non è che i materiali in inglese non ce li avevano già belli e pronti. Inclusivi, ma solo se parli una lingua della penisola. Se no vaffancuore amico cinese / coreano / giapponese / di un qualche altrove, cuccati tutti questi pezzi d'arte senza spiegazioni o contesto a meno di non tradurre ogni pannello con Google Lens.

Ho lasciato detto tutto questo in una mail al museo, che già so che verrà ignorata al 100%, magari pure con una madonna lanciata da chi la leggerà che mi dice questa ci ha l'atteggiamento globalistaaah, stupida straniera biondoroscia in odore di nomadismo digitale, cosa ne sai tu dei nostri dolori (forse io sono globalista, ma organizzare una mostra in questa maniera resta roba da cortiletto. È una scelta politica!)

Per ragioni storiche, politiche e, sono convinta, di trauma collettivo, nella città dove vivo del tempo il 90% si è così tanto concentrati sullo scontro catalano/castellano... che si perde di vista tutto il resto. Si perde di vista che in città si parlano molte altre lingue. Si perde di vista che no, imparare bene l'inglese non ti serve mica solo a parlare con i detestati expat biondi che ti stanno sulle palle perché ti alzano l'affitto. Parlare inglese (francese, tedesco, coreano, cinese, italiano, giapponese, quel che ti pare, se vuoi essere più avventuroso o hai un interesse specifico) ti porta ad avere più possibilità di conversare con le persone di altri continenti che hanno studiato altre lingue, come te, di molte parti dell'Africa, di molte parti dell'Asia.

Nel caso dell'inglese, conosciuta in Argentina come la lingua dei pirati, il beneficio di poter ascoltare queste persone di prima mano per me supera le varie considerazioni storico-politiche che si possono fare sul perché dello stato delle cose al riguardo. È vero: l'inglese è parlato comunemente a causa del colonialismo e della storia economica degli ultimi due secoli.

E possiamo decidere di respingerlo per questa ragione. Possiamo, però, anche fare che invece ce ne appropriamo, di sto codice, e lo usiamo per ascoltare quello che hanno da dirci persone molto diverse da noi (che parlano ALTRE lingue oltre l'inglese, molto molto spesso. Viva il multilinguismo.) Se io fossi una che ama l'Asia centrale, probabilmente potrei fare lo stesso discorso col russo, mi sa, su una scala magari geograficamente più ridotta. Il meccanismo, però, è lo stesso.

Come a Barcellona, nel Gótico, io se incontro una foresta che cresce da un palazzo mi fermo in adorazione, e entro a cercare la dea o il dio che se ne occupa, se posso, per congratularmi.

Mi è capitato di incontrare ispanofonə che mi hanno detto che lui o lei l'inglese non lo studiano perché il colonialismo. Persone parlanti quella stessa lingua che ha decimato le lingue autoctone di un continente intero (e che ha tentato appunto di fare lo stesso nella penisola da cui ha origine, per questo siamo qua a litigare di catalano e castigliano, ignorando quel che succede fuori dal cortile)... A dare lezioni di anticolonialismo al prossimo, e a rimanere allo stesso tempo invischiati in una monocultura linguistica che non li soffoca solo perché copre molti e molti paesi e territori (perché il colonialismo, appunto. Ma quello lì, di colonialismo, non è da loro percepito come problematico. Forse perché non viene notato, come l'acqua dai pesci. Io invece lo noto tutto il tempo, perché ogni singola volta che metto piede in Sudamerica mi chiedo come sarebbe stato oggi, se le popolazioni autoctone e le loro lingue non fossero state decimate.)

E gli anglo? Che vi devo dire, che ve lo dico a fare: non è un mistero per nessuno che siano gli apprendenti più pigri e demotivati del globo terracqueo (sempre perché il colonialismo, e anche loro non se ne accorgono, a dar loro quella spocchia che gli fa dire tanto tuttə parlano inglese: non è così, lo sanno tuttɜ tranne voi. Attrezzatevi, e scendete dal piedistallo neocoloniale.)

E’ singolare, in questo momento, la questione inglese/spagnolo. Negli US ci sono gli anglofoni che operano politiche colonialiste e violente sui latines, accanendosi sugli ispanofoni di là, ragione per cui un Bad Bunny che fa cose in spagnolo al Super Bowl da pop diventa rivoluzionario (per una settimana, circa, poi all’atto pratico non so cosa cambi, ma a livello simbolico pare sia stato potente per le persone di là. Io ho recuperato internet in questi giorni — sono a 12 fusi di distanza, quasi senza social da quasi un mese. Mi sono persa quasi tutto, e sticazzi, insomma, ero a Taiwan sperando che Xi stesse bono, avevo ed ho altre questioni in testa. Se non vi sembro sul pezzo, è perché non lo sono.)

Più a sud, lo spagnolo perseguitato oggi negli US è stato ed è lingua che sradica e distrugge le lingue indigene del continente, a parte alcune sacche di resistenza: in Messico, dove un secolo fa avevo trovato un fantastico progetto di accademia di diffusione lingue indigene (non solo del Messico!) a San Cristobal in Chiapas; o altrove nella persona di gente come la nonna del mio compagno, che parlava il guaraní, perché era cresciuta nel nord argentino, dove la devastazione culturale era stata meno completa che altrove.

In Asia, dove sono ora, lo spagnolo è completamente o quasi fuori dal radar, e l’inglese è semplicemente una lingua che può farti progredire nella vita: avere visti, studiare fuori, avere lavori migliori. Senza soppiantare la tua lingua, semplicemente affiancandola, in maniera molto pragmatica, in un mondo culturale altrettanto pragmatico e attento al progresso sociale dei propri figli, allo studio (specie nel mondo cinese, anche nelle comunità cinesi di oltremare).

Come molte cose, l’immagine di una lingua cambia a seconda di dove sei, e spesso, l'ironia delle cose la vedi solo da fuori, quando vieni da una lingua piccola come la nostra. (Perché la nostra è una lingua piccola, molto.)

Non so se si è capito – non è questa una pubblicità per il mio lavoro, ma un tema che mi sta a cuore su cui rompo le scatole a tuttə più o meno da sempre: tutti i monolinguismi sono male, perché ti chiudono dentro a un mondo più ristretto di quello a cui potresti accedere imparando più di una lingua, cioè più di un codice.

Ti blindano in una monocultura che è anche monocultura della mente. Lo dice anche Vandana Shiva, in Monocultures of the Mind. E ce lo dice in inglese, perché se ce lo avesse detto in una lingua meno diffusa, io magari di lei non avrei sentito parlare giammai. Per dire.

In Catalunya vedo che molte persone che ci tengono alla protezione della propria lingua faticano, presumo per ragioni anche legate al trauma storico e politico, a decidere di usare sia il catalano che il castellano, restando bloccati nella paralisi del o/o.

Molt3 spagnol3 parlano solo lo spagnolo, e se vogliono andare lontano vanno in Ispanoamerica, non solo ma anche per pigrizia sul come cavarsela dove non vengono capiti (ovviamente non tuttɜ, ma mi è stato detto più di una volta a corredo della frase “vorrei andare in Asia, ma“, per spiegarmi perché poi vanno invece in vacanza in Messico, in Perù, in Brasile i più audaci.)

La mia città preferita, a Taiwan, non è Taipei. Questa seconda visita lo conferma.

Per me, ovviamente, sbagliano tuttɜ.

Per chiarire con esempi di altrove, perché il mio non è un problema coi catalani o gli ispanofoni: in Malaysia la persona media parla la lingua del proprio gruppo etnico, quindi una lingua indiana e una lingua cinese come Hakka o Hokkien, a cui si aggiungono spesso Hindi e Mandarino, il Bahasa, la lingua dei malay, e poi l'inglese. E se hanno possibilità economica e didattica magari studiano anche il giapponese, il coreano, una lingua europea.

I thai, invece, in media parlano poco e male l'inglese. Alcune persone, generalmente benestanti, studiano giapponese o coreano, o qualche altra lingua europea. Il risultato è una notevole insularità, quella che poi crea anche le contrapposizioni brutte tra nord e sud e questa e quella regione del paese, e la credenza per ignoranza che il Proprio Paese Sia Il Migliore del Pianeta Anzi dell’Universo (vi ricordano qualcuno? A me almeno due paesi, vengono in mente!)

Potete immaginare quale approccio io preferisca.

E quindi, tornando al tema iniziale, dopo sto pippone, grazie ai sottotitoli in inglese io mi guardo cose pazzesche in aereo, come uno dei (tre! Gli altri sono thai e giapponese) film che ho guardato nelle 13 ore di volo per arrivare a Taipei.

Ecco, il film indiano a me è piaciuto per questo: è commedia, è dramma, è realismo, è momenti muti di musica con parole molto belle, insomma, la vita stessa. Ho pianto tre volte in due ore. In un aereo pieno. Martín che ha guardato il film dopo di me: uguale. I registi dei film regionali non hanno alcuna esitazione a toccare i tasti dei nostri neuroni specchio.

Ve ne parlo meglio sotto: è stato proprio questo film a innescare tutte queste riflessioni. La lingua come espressione di identità è elemento importante della trama, e spero che abbiate modo di guardarlo, prima o poi.

Tornando a me, la questione è che quando prendo un aereo verso est – non importa a che latitudine, ma verso est – a me sembra di sentirmi scorrere più viva la linfa nel corpo, perché vedo e sento così tanta umanità differente da me, così tante lingue che non capisco, così tanti codici di cui non ho la chiave, che credo che le sinapsi del mio cervello brillino di luce propria, e quella luce si trasmette direttamente al cuore.

Quando avevo vent'anni c'era una porzione di smarrimento, le prime volte che venivo, sui voli Air India con gli aerei vetusti.

Adesso, dopo vent'anni a viaggiare e quasi sei passati in Asia, tra i soggiorni lunghi e gli anni di lavoro, adesso per me è un tornare a casa.

Gli alberi qui, come in Argentina, sono imponenti e hanno un sacco di carattere. Questo è uno dei miei amati banyan del quartiere.

Non tanto Taiwan, che non vedevo l'ora di rivedere, ma il sud-est asiatico, senza alcun dubbio, è casa. Una delle. Più vado avanti, e più la mia identità diventa complessa e composita, e più faccio fatica a interagire con chi non comprende, ammette o apprezza le identità ibride.

Ben venga, chi sta in mezzo.

Chi i confini linguistici e culturali li attraversa, manipola, rende propri e rielabora, chi è nel liminale, chi sta sulle soglie, chi davanti all'incomprensibile non prova paura, ma curiosità e voglia di ascolto, di imparare.

Pensate a un mondo di persone guidate dalla curiosità, invece che dalla paura e dal bisogno di definire una opposizione noi/voi, di continuo, anche con la violenza.

Sarebbe davvero bello.

E invece.

Invece abbiamo una popolazione mondiale che vota chi fa discorsi nazionalisti, che dicono che diverso è male: non importa se quel diverso è tale per razza, lingua, classe o religione – va asfaltato.

Esce fuori un nuovo autocrate a settimana, l'ultima Laura Fernández, in Costa Rica. Giusto come memo per chi dice che le donne salveranno il mondo: essendo le donne individui e non soggetti angelicati, dipende dalla donna.

Io, intanto, mi chiedo se il mio modo di vivere e vedere il mondo, cercando apertura e apprendimento, sia una cosa da vecchia ciabatta.

Se così fosse, farò la vecchia ciabatta e concluderò questa newsletter dicendo,

Dove andremo a finire, signora mia?

Io intanto continuo a scrivere e raccontare di altri altrove.

Siamo in pochi. Ma non siamo scomparsi. Quindi, facciamo comunella perché il mondo là fuori è sempre più distante da quello che vorremmo che fosse.

[Questa newsletter è iniziata prima e proseguita dopo una breve ma arricchente conversazione con Eleonora Zocca di Japanica, dopo la vittoria elettorale di Takeuchi, che mi ha fatto molto piacere. Sono tempi infami, stringiamoci a coorte tra genti che aprono le braccia al diverso. Se avete newsletter qui su Substack o fuori che risuonano con il mood del numero di oggi, le mettete nei commenti? Io ne raccomando già un po', ma ne devo aggiungere.]

Ultima foto: io che sono presa così bene da un libro di cui vi dirò che trovo modo di leggerlo anche mentre lavo i denti. Giuro.

Il mio obiettivo è aiutarvi ad aumentare la diversità culturale presente nelle vostre vite.

È un modo diverso e gioioso di fare politica.

Se il diverso lo ascolti, lo conosci, lo leggi, tenti di capirlo, da una posizione di apertura e curiosità, apprendendo dai e dei modi altrui di stare al mondo, è più difficile essere chiusi e bigotti. E non per forza questa apertura la si deve cercare attraverso il viaggio, che non è alla portata di tutti.

La cultura può permettere di aprirsi anche a chi non può o non vuole muoversi.

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  • Tourist Family è il film che ha innescato il pippone sopra, contro i multilinguismi. Una famiglia Tamil arriva a Chennai, India, dallo Sri Lanka, in barca, di notte, illegalmente. Il film segue le vite dei quattro membri della famiglia che devono fingere di venire da un'altra zona dell'India per evitare guai, finzione che deve passare in primis dalla lingua: un vocabolo troppo “da Tamil dello Sri Lanka”, e salta la storia, arriva l'espulsione. Il papà che cerca e trova lavoro, il figlio piccolo a scuola, la mamma che fa amicizia con l'anziana vicina e il marito, il figlio adolescente amareggiato per l'amore lasciato sull'isola. Seguiamo i personaggi della famiglia Dharmadas e del quartiere, le loro avventure e disavventure per due ore, fino a una sequenza conclusiva che praticamente dice fuck the police in Tamil, contrapponendo la legge alla protezione da parte della comunità, che ha deciso che questa famiglia è dei loro.

    È un film che parla con leggerezza, delicatezza e humour di accettazione e inclusione, della polizia corrotta, di come le idee che ci facciamo sugli altri a volte sono completamente sbagliate, di emigrazione, di lutto, di famiglia e amicizia, di perdita. Sono veramente felice di esserci inciampata in aereo e mi sono molto affezionata a molti dei personaggi.

    Se avete idee e voglia di esplorare un mondo lontano senza uscire di casa, questo film è per voi, ed è in versione integrale sia su YouTube, in Tamil con sottotitoli in inglese.💜 è smielato, a tratti? A volte. D'altronde non guardi il cinema regionale indiano aspettandomi un film scritto secondo i dettami di Lars Von Trier (che per me sarebbe atteggiamento comunque un po’ neocolonialista.) È grande cinema? Non lo so. Forse non mi importa. Apre una finestra su un mondo a noi sconosciuto? Assolutamente. E quindi è da Catrame. Buona visione.

  • Conoscete il film Un prophète di Jacques Audiard? Filmone, in tema col pippone odierno. In breve: un giovane detenuto entra in prigione e viene costretto a lavorare per una fazione corsa dominante. Imparando a leggere, scrivere e parlare più lingue, costruisce potere e autonomia fino a diventare una figura centrale nel sistema criminale. Il film ci racconta l’ascesa di un outsider che trasforma conoscenza e strategia in autorità, con cazzimma a pioggia. Qui, la lingua emerge come uno strumento di potere: il protagonista sfrutta il proprio plurilinguismo e il code-switching per ottenere vantaggi strategici, costruire alleanze e muoversi tra gerarchie culturali e criminali, mostrandoci come la competenza linguistica possa diventare capitale sociale e mezzo di dominio. (Sì, lo so che stiamo parlando di galeotti in carcere, ma la dinamica è sempre quella, e noi la usiamo per le forze della pucciosità, ecco) Il film mette in luce anche il lato oscuro della traduzione: l’interprete detiene un potere rituale fondato sulla fiducia di chi non comprende la lingua originale. Il protagonista manipola questo squilibrio fingendo di tradurre fedelmente, alterando i messaggi e rafforzando la menzogna con gesti performativi che rendono credibile la versione falsata dei fatti. (E quindi, da qui l’Omino del Cervello dice: più codici maneggiamo, e meno siamo manipolabili, forse?)

Il malloppo sul lavoro, in 5 punti
  • Se a te, o a qualcuno che conosci, può servire far pratica e coltivare il proprio inglese e francese, in un luogo dove non si deve performare, un po’ di coaching linguistico con me potrebbe fare al caso tuo. Ho UN posto a disposizione per chi vuole iniziare in 1:1 da inizio marzo. Sarai tu a decidere i tuoi obiettivi, col mio aiuto, tête-à-tête. Parliamo? Qui alcune esperienze di chi ha già lavorato con me, leggi da loro come funziona!

  • Se ci stai pensando, completa questo modulo: tu mi dici che ti serve, io ti dico come lavoro, e vediamo come ci sentiamo. Nessuno vende niente a nessuna. 20 minuti per conoscersi: la relazione umana è fondamentale perché tutto funzioni.

    Qui un google doc con tutte le info sui percorsi 1:1.

  • Hai già un buon livello di inglese, ma nessuno con cui parlare? Budget ridotto? Ho uno spazio pure per te, perché la cultura deve essere accessibile. Vieni a The Joy Luck Café! Ci troviamo di martedì alle ore 13 in pausa pranzo, due volte al mese! Riassunto qui. Mantieni attivo (o rispolvera!) il cervello anglofono, ed esci molto meno stanca che da una sessione 1:1. E poi, hai accesso a me per domande e perplessità su Telegram: non esistono domande stupide!

  • Sì, ma perché non lavori a scuola come tutt3, Pa’? Il mio progetto di coaching linguistico è nato perché le scuole di lingue sottopagano e maltrattano chi insegna, mica perché il nomadismo digitale. Ho deciso di cambiare modalità di lavoro e passare al coaching per avere autonomia decisionale e didattica al 100%, per essere meglio preparata a gestire l'emotività di chi lavora con me, e per non essere più sfruttata. Certezze sempre zero, ma posso fare il mio lavoro in primis come serve davvero a chi mi sceglie, e poi come piace a me, lasciando spazio anche alle clienti per cui scrivo, poche ma buone, e soprattutto alla mia vita improduttiva.

  • Dove altro mi trovi. Con The Mindful Speaker: fai pratica leggendo e impari già per i fatti tuoi, che poi è la cosa migliore che puoi fare. Se usi LinkedIn, qui, qui, e qui parlo di come funziona il coaching linguistico. Il mio Instagram personale di cazzeggio multilingue senza filtro è @migrabonda. Se usi la app di Substack, possiamo seguirci su Notes. Le mie interviste su language coaching e viaggio da sola in inglese, francese e italiano sono qui.

Bangkok è una matrioska

·

March 3, 2024

A Bangkok sono stata crisalide, per quasi tutti i miei quattro anni di vita lì.

E’ una città dove sono stata malissimo, e che mi ha fatto benissimo. Insieme.

È stato così forte per me, tornare, dopo la pandemia e mille accadimenti, e trovare la mia vecchia casa (la vecchia me), il mio posto sicuro, i miei vicini, nel mezzo del quartiere che cambia.

E infatti mi sono messa a piangere nel BTS la prima sera che siamo usciti, dicendo, io non sto mica piangendo.

E’ una città che certo, è fatta di grattacieli, zone a luci rosse, zone per turisti scemi e intossicati… Però, per me, la sua anima è nelle parti basse, nella shitamachi, la città orizzontale, diremmo, se stessimo parlando di Tokyo.

Nei vicoli, i soi, come si chiamano a Bangkok.

A presto, grazie di esserci, del vostro tempo, e della vostra attenzione 🧿🪬

Ci sentiamo prossimamente.

Un abbraccio,

Pao

Read the original on catrameeliberta.substack.com

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