Questo è il #117 di Catenaccio - una newsletter che parla di sport, cultura e società.
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La sportellata di Gabriele Moretti
Nazima e Nazira Khairzad vivono da ormai più di un anno ad Hanau, una bella cittadina dell’area metropolitana di Francoforte, immersa nel verde e famosa per le le bellissime Fachwerkhaus (le case a graticcio tipica della Germania occidentale e del nord della Francia) ma - purtroppo - più tristemente nota per la strage xenofoba avvenuta il 19 febbraio 2020 in uno shisha bar del centro. Nazima è la più grande e ha 23 anni, Nazira ne ha uno in meno, e si sono trasferite in Germania dopo essere fuggite dal regime talebano in Afghanistan nell’inverno del 2023. Vivevano a Bamyan, poco distante da Kabul, un luogo talmente distante da Hanau nei panorami, nelle tradizioni, negli odori e nei colori che - fossi un alieno - non scommetterei un centesimo che si trovino sullo stesso pianeta. Tuttavia, per Nazima e Nazira, Hanau e Bamyan hanno un fondamentale punto in comune: sono i due posti nel mondo che loro chiamano casa. Tuttavia, a causa del nuovo Patto europeo sulla gestione delle migrazioni e dell’asilo, le sorelle Khairzad rischiano di separarsi: Nazira rischia la deportazione dalla Germania verso l’Italia, il paese di prima accoglienza.
Nazima e Nazira sono dovute scappare dalla loro prima casa, quella in cui sono nate e cresciute, perché sono donne libere che pretendevano di affermare il proprio diritto a praticare sport in barba al maschilismo del regime islamista: Nazima era una sciatrice e alpinista di successo, prima donna ad arrivare a medaglia in una gara di sci nel proprio paese, mentre sua sorella Nazira era portiere della nazionale di calcio femminile. La loro passione per lo sport ha sempre avuto un significato profondo molto aldilà del divertimento, del gioco, della fatica, dell’appartenenza: parare, correre, scalare o sciare, per una donna afghana, vuol dire combattere una durissima battaglia quotidiana per la libertà, per la propria autodeterminazione. "Ho sempre voluto essere diversa", racconta Nazira a Deutsche Welle, "Mi è sempre piaciuto infrangere le regole. Volevo vivere la mia vita come volevo e, soprattutto, fare sport".
La loro battaglia per lo sport comincia molto prima del ritorno al potere dei talebani ed è combattuta innanzitutto dai genitori di Nazima e Nazira, disposti a sacrificare ogni cosa per i diritti delle loro figlie. A Kahmard, il villaggio rurale dove sono cresciute, non era permesso loro andare a scuola (né tantomeno fare sport) ed erano costrette a indossare il burqa. La madre lo riteneva inaccettabile e, con il sogno di un futuro diverso per le sue due bambine, decise di trasferirsi in città a Bamyan. Il padre, inizialmente titubante, si convinse presto e lasciò il lavoro di poliziotto.
Anche prima che i talebani riprendessero il controllo del paese, lo sport femminile in Afghanistan era malvisto e di nicchia, per non dire quasi inesistente dopo l'infanzia. Come raccontava Sabrina Nawrozi a Internazionale, le calciatrici erano costrette ad allenarsi alle cinque del mattino, prima dell’alba, “per non dare troppo nell’occhio”. Spesso, inoltre, non viene permesso loro di giocare su veri campi da calcio: “Non abbiamo gli scarpini e non ci fanno stare sul manto erboso. [Gli uomini] Dicono che lo roviniamo”. Ciononostante, le sorelle Khairzad hanno iniziato a giocare a calcio nel 2014, inizialmente contro la volontà dei genitori, allenandosi in segreto, ma poi sono riuscite a convincerli.
Due anni dopo, le Nazima e Nazira hanno scoperto la montagna e lo sci, anche questo da sole. Risalivano a piedi le montagne innevate di Bamiyan e scendevano con gli sci. Sognavano grandi traguardi e, nel frattempo, scalavano e sciavano ogni volta che era possibile. Pochi anni dopo, in una gara in Pakistan, Nazima ha vinto la prima medaglia internazionale nello sci alpino per l'Afghanistan e nel 2021, lei e Tamara Jahan sono diventate le prime donne afghane a scalare lo Shah Fuladi, che con i suoi 5048 metri è la vetta più alta dell'Afghanistan centrale diventando un modello per milioni di ragazze locali.
Come accennato, anche sua sorella maggiore Nazira si è tolta grosse soddisfazioni nello sport, continuando a giocare a calcio: è arrivata ad essere il portiere della nazionale afghana femminile, anche grazie al lavoro di Khalida Popal, calciatrice tra le fondatrici della nazionale femminile afghana di calcio nel 2007 e ora attivista rifugiata in Danimarca, di cui abbiamo raccontato in un Catenaccio di qualche anno fa. "Il calcio è qualcosa di speciale per me. Mi ha reso forte", dice Nazira a DW, molto orgogliosa di se stessa e delle sue compagne "Ma sono anche orgogliosa delle altre ragazze che hanno giocato con me, perché non è mai stato facile essere una calciatrice in Afghanistan".
Essere donna e fare sport in Afghanistan non è mai stato un fatto banale e accettato, dicevamo. Però, nella primavera-estate del 2021, le cose cambiano di nuovo e decisamente in peggio. A maggio le forze statunitensi cominciano a ritirarsi dal paese e, nell’arco di due mesi, i Talebani sono a Kabul. Khalida Popal, all’epoca, raccontò la tremenda situazione in cui le sue ex compagne si sono ritrovate praticamente da un giorno all’altro:
“Si nascondono, hanno paura. La maggior parte di loro ha lasciato le proprie case in città per nascondersi dai parenti, perché i loro vicini di casa sanno che sono delle calciatrici e temono di essere denunciate. Le ho incoraggiate a cancellare i profili social, cancellare o distruggere tutte le fotografie che le ritraggono in abiti sportivi, bruciare le divise della propria squadra e fuggire in un luogo più o meno sicuro. Tutto ciò mi spezza il cuore, abbiamo lavorato anni e anni per aumentare la libertà e la visibilità delle donne e ora mi trovo a consigliare loro di stare zitte e scomparire. Ma le loro vite sono in pericolo”.
A quel punto, le sorelle Khairzad hanno preso una decisione netta: sarebbero fuggite dall'Afghanistan. Nazira riesce a entrare in Pakistan insieme ad altri atleti, mentre il primo tentativo di fuga di Nazima fallisce al confine. Al secondo tentativo però incontra Eva zu Beck, travel blogger e produttrice cinematografica polacca, che riesce ad aiutarla a prendere un volo per Islamabad, dove si unisce al gruppo di sciatori afghani in cerca di asilo con cui era sua sorella e, grazie alla mediazione di un ONG, riesce ad ottenere un visto per l'Italia. Nazira, invece, lo ottiene per la Germania, mentre i genitori scappano in Iran. Arrivata in Italia, viene contattata da Milan Foundation e per alcuni mesi è ospitata a Milano e si allena con la primavera femminile rossonera. Tre anni più tardi però si sposta verso nord per ricongiungersi con la sorella e con il resto della famiglia, che nel frattempo è riuscita a lasciare l’Iran per Hanau.
Adesso che la famiglia Khairzad è finalmente riunita, Nazira non vuole più separarsi dalla sorella e dai genitori, anche perché - dice - hanno un grande bisogno del suo aiuto: "Mia madre è malata e ha bisogno della mia vicinanza, del mio sostegno e della mia stabilità emotiva". Anche sua sorella maggiore, Nazima, che adesso organizza viaggi alpinistici in Pakistan, ha bisogno di sostegno, ora più che mai: nel 2024, poco dopo l’arrivo di Nazira in Germania, le è stato diagnosticato un tumore al cervello e ha dovuto sottoporsi a una difficile operazione. Negli ultimi mesi, Nazira si è ricostruita una vita in Germania, ha imparato la lingua, ha trovato un lavoro e ha persino ricominciato a giocare a calcio, sognando un provino con l’Eintracht.
Tuttavia, rischia comunque l'espulsione verso Italia, paese che inizialmente le aveva concesso la residenza. Lei e la famiglia, insieme all’avvocato Elke Gabsa, stanno cercando di impedire la deportazione puntando sul principio del ricongiungimento familiare. "Al momento, se a una persona viene concesso lo status di rifugiato in un paese, è quasi impossibile richiedere protezione in un altro stato membro dell'UE", ha detto Gabsa a DW a meno di “carenze sistemiche, cioè paesi in cui il rifugiato rischia di ricevere un trattamento inumano o degradante”. Però, come ha sottolineato Gabsa, anche questa giurisprudenza è stata recentemente modificata secondo un’ottica restrittiva e repressiva dal nuovo Patto sulle migrazioni.
Sport e numerologia con Alessandro Ginelli
108 - Come il numero dell’edizione del Giro d’Italia che ha preso il via dall’Albania nella giornata di ieri. La prima volata è stata da panico con Mads Pedersen che ha regolato Wout van Aert e si è preso la prima Maglia Rosa del Giro 108. Ah, non c’è Tadej Pogacar, quindi quest’anno potrebbe essere divertente anche scoprire chi vince.
4-3 - Un risultato che pare essere ricorrente quando si prova ad iscriversi all’esclusiva lista delle partite più belle della storia del calcio. Questa settimana a farlo con argomenti piuttosto convincenti è stato il match di ritorno della semifinale di Champions tra Inter e Barcellona: una partita che ha fatto piacere a ogni vero appassionato di sport.
14’ 32” - Il tempo che è servito a Nadia Battocletti per correre 5 km e stabilire così il nuovo record europeo su strada. Il talento di questa ragazza del 2000 non va sottovalutato e la sensazione è che si stia comunque raschiando la sola superficie delle soddisfazioni che può regalare al nostro Paese. Intanto, grazie Nadia per correre velocissima!
13 - I tennisti italiani nel tabellone principale dell’ATP di Roma, sempre molto oculato nella gestione delle Wild Card agli Azzurri. E come potrebbe essere altrimenti in un momento così florido? Ecco, poi non neghiamo che l’interesse è quasi tutto sul numero 1 che a Roma torna in campo dopo tre mesi. O forse c’è qualcuno che attira ancora di più?
69 - Eh sì, a Roma il tennista più chiacchierato del venerdì è stato un 69enne nato nell’Illinois. Si chiama Robert Francis Prevost, ma da ora in avanti ci riferiremo a lui come Leone XIV. È il Papa che succede a Francesco e dicono abbia davvero un gran bel rovescio, soprattutto in back. Probabilmente non avremo mai modo di constatarlo, ma è una storia talmente bella che ci fidiamo ciecamente.
Matteo Orlandi ha cinque opinioni su tutto
Cinque nuovi acquisti in Serie A che quest’ anno magari avremmo potuto, avremmo voluto, ci saremmo aspettato, ci sarebbe piaciuto ma alla fine, niente o quasi.
1. Andrea Colpani
Lo sbarco (sbarco forse è esagerato, Firenze-Monza sono quattro ore di autostrada, ma si dice così) di Andrea Colpani a Firenze sembrava sulla carta perfetto. Un ragionevole salto di qualità per un giocatore delicato e dall’andamento ondulare, in lento crescendo, un passaggio in una piazza abituata al talento ma che non carica di aspettative eccessive, un giovane allenatore pazzo di lui. Non è invece successo niente di buono ed è difficile capire perché. Colpani è stato utilizzato in ogni ruolo possibile da agosto a febbraio, non riuscendo mai a mostrarsi all’altezza del contesto. Ha ricevuto tanta fiducia, tanti minuti, tante parole al miele in conferenza. Palladino pensava di disegnare su di lui la sua nuova Fiorentina, prima di vedersi costretto partita dopo partita a cambiare idee ed assetto. Complice un misterioso infortunio alla pianta del piede, Colpani chiude la stagione da corpo estraneo vedendo improvvisamente ridimensionate tutte le sue ambizioni e tornando di fatto al punto di partenza. Come un paio di anni fa, Colpani dovrà nuovamente guadagnarsi da zero la fiducia di un club di media-alta classifica.
2. Lazar Samardžić
Samardžić e Gasperini sembravano un’accoppiata esplosiva. Ecco l’ennesimo trequartista ipertecnico, capace di occupare ampie zone di campo dalla mediana al sottopunta pronto per esplodere seguendo il solito modello Gasperini. Invece no. L’ex Udinese non è riuscito mai a guadagnare la piena fiducia del suo allenatore, ad eccezione di qualche sprazzo a fine autunno e inizio inverno, presto terminato. Nelle gerarchie attuali sembra finito addirittura dietro il neoarrivato Daniel Maldini (un altro giocatore che meriterebbe un posto in questa classifica). Come sempre, da Bergamo, filtrano poche notizie; l’Atalanta ha rigettato il talento del serbo che si trova adesso un bivio importante della sua carriera. Il talento non è in discussione ma la stagione è andata male. Un altro anno a Bergamo dovrebbe essere la scelta giusta.
3. Tijjani Noslin
Contattato telefonicamente da uno sconosciuto tifoso tassista laziale, Lotito si è messo a disquisire sulla stagione della Lazio. Al di là dell’assurdità di questa semplice frase, plausibile e realistica solo nello strano mondo di Claudio Lotito, tra le varie affermazioni caustiche del Presidente biancoceleste (“i giocatori hanno tutti la merda nel cervello”), il parere su Noslin è sembrato piuttosto netto. “18 milioni è costato, ma l’ha voluto l’allenatore, mica io”. Una sorta di bocciatura presidenziale per un attaccante su cui, anche se oggi è difficile ricordarlo, lo scorso anno si dicevano cose molto interessanti. Coltellino svizzero della trequarti, Noslin si è presentato a Verona spaccando la Serie A con una di serie di prestazioni travolgenti. Il trasferimento alla Lazio seguendo il mentore Baroni è sembrato un passaggio naturale e meritato; nel contesto laziale Noslin è però sembrato da subito un pesce fuor d’acqua, incapace di collocarsi nel 4-2-3-1 da subito scelto da Baroni. Troppo poco associativo per sostituire Dia, troppo poco pesante per sostituire Castellanos, troppo poco frizzante per dare il cambio a Zaccagni e Isaksen sulle fasce, lo spazio di Noslin è nel complesso esaurito. Il secondo anno potrebbe essere quello buono ma con lo stesso sistema di gioco è complesso immaginare grossi progressi.
4. Gaetano Oristanio
Oristanio doveva essere la punta di diamante del Venezia, il giovane leader tecnico di una squadra fragile ma coraggiosa e votata al gioco offensivo. Un acquisto a titolo definitivo piuttosto oneroso per gli standard del Venezia (5 milioni, con percentuale di rivendita in favore dell’Inter) e una centralità mai in discussione ad inizio stagione. Tante buone premesse per l’ex Cagliari, risolte solo in due gol e tre assist, tutti nel 2024. Poco. Il Venezia progressivamente ha abbassato il baricentro di inizio anno, diventando oggi una squadra sorprendentemente attenta in fase difensiva ed Oristanio ha iniziato a perdere la fiducia di Di Francesco fino ad arrivare, nel momento decisivo della stagione, a diventare una riserva di John Yeboah, non esattamente Lamin Yamal. Se l’acquisto principale del mercato finisce a diventare una riserva vuol dire che Oristanio non ha rispettato la responsabilità affidata e si è mostrato sicuramente molto lontano dal potersi immaginare protagonista in realtà superiori a quelle del Venezia. Un peccato per un ragazzo giovane ma non giovanissimo (classe 2002) che ha fatto intravedere a tratti qualità molto interessanti sotto la punta. Lo rivedremo sicuramente in Serie A ma serve molto di più.
5. Douglas Luiz
Un po' nascosto dalla lucentezza al contrario del flop di Koopmeiners, che ha però spiegazioni tattiche, temporali e comportamentali che possono assurgere da parziale alibi, il vuoto pneumatico lasciato dal primo anno in bianconero di Douglas Luiz è francamente sconcertante. 50 milioni complessivi, tra soldi cash più un paio di cartellini risibili, 20 gol nelle ultime cinque stagioni di Premier, Douglas Luiz sembrava il nome perfetto per ribaltare il pallido centrocampo juventino delle ultime stagioni e portare di linfa alla regia anemica di Locatelli. Non si è mai visto. Nessuna fiducia da Thiago Motta, nessuna fiducia da Tudor, una costante presenza in infermeria, prestazioni svagate e non concentrate. Douglas Luiz è stato un incredibile disastro, impossibile girarci troppo intorno. A maggio, con una stagione compromessa, gli rimangono solo tristi commenti notturni al veleno su Instagram. Molto difficile immaginare per lui un altro anno in bianconero, chiunque sarà il prossimo allenatore.
I momenti più imbarazzanti della settimana secondo Leonardo Salvato.
Partiamo da qui, dalla grande impresa della settimana: al termine della partita del secolo (e d'altronde era ora che ne eleggessimo una anche noi di questo millennio, dopo la magnifica notte dell'Azteca dei nostri genitori) l'Inter ha raggiunto la seconda finale di Champions League nelle ultime tre edizioni, eliminando il Barcellona sconfitto per 4-3. Una gara epica, ma reale, proprio perché non tutto è stato perfetto, anzi è stato proprio l'atteggiamento non perfetto se non ai limiti del superficiale della difesa del Barcellona ad aver contribuito a scrivere questa grande storia. E quindi i posteri ricorderanno per anni la tenacia di Lautaro Martinez, capitano coraggioso che stringe i denti nonostante l'infortunio e apre le danze dei gol, l'incedere leggero e impetuoso come il vento di Lamine Yamal e i prodigi di Sommer nel chiudergli la porta in faccia, la corsa disperata di Acerbi che si trova per caso nell'area avversaria, lui che di mestiere protegge la propria, ma in realtà era lì per assolvere a una missione; ma ricorderà anche di quella volta in cui Gerard Martin ha momentaneamente disimparato a camminare, scrivendo il colpo di scena più memorabile del calcio moderno.
Un inaspettato, ma doveroso salto in un mondo abbastanza alieno a questa rubrica, ovvero quello della Formula 1. Le notizie che arrivano non sono di certo le migliori: la luna di miele tra Hamilton e la Ferrari sembra già finita, con un avvio di stagione in cui la vettura della casa di Maranello non è riuscita a tenere il passo della concorrenza, rendendo la vita difficile sia al pluricampione del mondo britannico che al "veterano" (perlomeno in Ferrari) Charles Leclerc. Un nervosismo, dettato dalla frustrazione di Hamilton verso la situazione difficile e la confusione in cui versa il team, che lo spinge a sbottare in malo modo, ma contemporaneamente in maniera molto comica, contro i suoi meccanici durante una comunicazione radio.
Il rosso è il colore dell'amore, della passione, ma anche del sangue e delle difficoltà: per questo passiamo da un team rosso in piena tribolazione come la Ferrari a uno ormai arreso al proprio destino quale è il Milan: per i rossoneri una stagione a dir poco indimenticabile (nel peggior senso possibile ovviamente) che sembra non finire mai, trascinandosi stancamente perlomeno fino alla finale di Coppa Italia, con un trofeo che potrebbe dare quantomeno un senso a quest'annata. Nel frattempo però ci sono le altre partite da giocare, e da vincere: contro il Genoa ci riescono, riuscendo a infondere nei difensori del Genoa un senso di compassione verso chi è più sfortunato di loro.
In fondo, anche questo è un talento.
Cose da leggere, guardare e ascoltare suggerite da Lorenzo Lari
Ho visto la partita del secolo, di Giuseppe Allegrini [ARTICOLO]:
Inviato-per-caso di Sportellate a San Siro, Giuseppe Allegrini racconta l’esperienza di Inter Barcellona 4-3 vissuta dall’interno: sia dall’interno della Scala del calcio, sia dalle viscere e dai più profondi meandri emozionali di un tifoso interista. Un processo catartico, centoventi minuti di sofferenza e gioia estreme, da cui l’autore-tifoso esce con un gran sorriso sulla bocca e undici importanti lezioni di vita.Playoff NBA [COMPETIZIONE SPORTIVA]:
Dopo qualche anno dove ancora devo capire se per culo o per sfiga la malattia mi sembrava passata, in questo maggio sono tornato a non potere fare a meno dei Playoff NBA. E senza neanche la necessità di mettere la sveglia: il mio inconscio chiama, entra in lotta con la parte razionale di me che vorrebbe dormire e non essere un'ameba il giorno dopo, ma porta sempre a casa la partita. Almeno lo spettacolo è clamoroso. Probabilmente come non lo si vedeva da anni. Tantissime le partite finite punto a punto, quei vecchietti dei Warriors che non demordono, Jokic dominante as usual, Brunson e Gordon sempre clutch, il babbo di Haliburton che entra in campo e sfotte Giannis. Molte le storie, troppe le emozioni. Nella speranza comunque che finiscano il prima possibile.Goodbye Hotel, di Michael Bible [LIBRO]:
Michael Bible, che tanto già mi aveva positivamente colpito con "L'ultima cosa bella sulla faccia della terra", si conferma un giovane scrittore di grande talento. L'Hotel Goodbye, chiamato così in quanto essere l'ultimo rifugio di chi - per ragioni diverse - si è allontanato dal mondo e nel mondo non vuole più tornare, è la location dove, tra neve e silenzi, François riavvolge il nastro di una storia che forse è accaduta, forse no. Una storia che si interseca con quella di altre tre persone e che non può toccare l'anima del lettore.
La foto più bella della settimana secondo la redazione di Catenaccio
Sydney (Australia) - 3 maggio 2025
Due uomini votano per le elezioni federali australiane in un seggio elettorale allestito nel Bondi Surf Lifesaving Club.
(Hollie Adams / Reuters)

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