Questo è il #118 di Catenaccio - una newsletter che parla di sport, cultura e società.
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La sportellata di Gabriele Moretti
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Al tifoso di oggi potrebbe sembrare strano, ma fino a relativamente poco tempo fa la pratica di cantare l’inno prima delle partite era assai poco diffusa. Le melodie venivano suo nate e i giocatori le ascoltavano in religioso silenzio, prima di iniziare la competizione. Un mondo che sembra essere distante anni luce, specialmente se paragonato all’enfasi che viene messa oggi nell’intonare Il canto degli italiani da parte dei calciatori azzurri, del pubblico allo stadio e anche dei telecronisti. La veemenza con cui i giocatori dell’Italia cantano l’inno è adesso un tratto distintivo della nostra Nazionale: all’estero è raro vedere tanto trasporto nella stessa situazione, e qui da noi è abbastanza implicito il ragionamento secondo cui più alto è il tono del canto, più è evidente che un giocatore “sente” l’importanza di giocare in Nazionale. Basta però vedere qualche registrazione delle partite dei vecchi Mondiali di calcio per accorgersi che gli Azzurri un tempo non cantavano affatto l’inno di Mameli, e nemmeno i tifosi.
È bene fare un inciso: la storia dell’inno italiano è alquanto complicata e ben poco conosciuta. Benché scritto e composto nel 1847, in epoca risorgimentale, non fu mai molto popolare e solo dopo la Seconda guerra mondiale divenne un inno provvisorio, alternato nelle celebrazioni ufficiali alla Canzone del Piave e all’Inno di Garibaldi. Fu a partire dal 1999, con la nomina a Presidente della Repubblica di Carlo Azeglio Ciampi, che iniziò una campagna di rivalorizzazione del Canto degli italiani, che si concentrò anche sul persuadere i giocatori della Nazionale a cantarlo durante i Mondiali del 2002.
Il risultato in Corea e Giappone fu in realtà molto timido, ma al di fuori dei campi da calcio questo revival patriottico ebbe grande successo. E nacque all’improvviso un’insensata polemica: perché gli Azzurri non cantano l’inno? I flop del Mondiale del 2002 e dell’Europeo del 2004 contribuirono molto ad alimentare il caso: l’Italia andava male perché i giocatori non “tenevano” abbastanza alla maglia (mentre s’impegnavano di più con i loro club), e ciò era “confermato” dal mancato interesse nel cantare l’inno. Questo avveniva in un periodo in cui gra dualmente il nazionalismo italiano stava tornando a crescere, accompagnato dal successo politico dei governi di Berlusconi, con le sue ambivalenti alleanze: da un lato la destra di Alleanza Nazionale (nome abbastanza esplicito), dall’altro i secessionisti settentrionali della Lega Nord.
Le pressioni sui calciatori italiani si fecero sempre più forti, e alla fine, ai Mondiali del 2006 in Germania, la Nazionale accettò di cantare l’inno con trasporto (con la sola eccezione di Mauro Germán Camoranesi, che era un oriundo argentino). La successiva conquista della Coppa del Mondo cementificò questo legame, e da quel momento in avanti gli Azzurri hanno sempre intonato il Canto degli italiani. I risultati successivi dimostrano che il nesso tra cantare l’inno e vincere i trofei è molto labile; in questi anni, però, il sentimento politico italiano è scivolato molto verso destra e verso atteggiamenti sciovinisti, rendendo impossibile rimettere in discussione questa usanza. Anzi, come detto poco sopra, cantare con sempre maggiore passione, a volte anche al limite del ridicolo, è tendenzialmente visto dai tifosi come sintomo di un reale senso di appartenenza nazionale.
Questa storia, però, non nasce in Italia all’inizio degli anni Duemila, bensì nella Germania Ovest degli anni Ottanta. Dopo la guerra, l’inno Das Lied der Deutschen – scritto nel 1841 ma adottato solo nel 1922 – era stato oggetto di discussioni per via dei suoi contenuti eccessivamente nazionalisti, che non potevano non rimandare alle atrocità del Nazismo, e per questo si era convenuto di cantare solo la terza strofa, più politicamente accettabile. Ma già nel 1954, quando la squadra tedesca ri entrò in patria per partecipare alle celebrazioni per la vittoria del Mondiale in Svizzera, si verificò un incidente: al momento dell’inno, le circa seimila persone presenti si confusero e cantarono la prima strofa, al punto che la diretta radiofonica dovette essere interrotta.
Per tutti gli anni Sessanta, l’esecuzione allo stadio di Das Lied der Deutschen vide il totale silenzio sia dei giocatori della Germania Ovest che dei tifosi sugli spalti. Un perfetto esempio è dato dalla finale dei Mondiali casalinghi del 1974, vinti dai te deschi in finale contro l’Olanda: il boato della folla berlinese si spegne al momento degli inni nazionali, e durante l’esecuzione di quello della Germania nessun giocatore muove la bocca (al contrario, qualche olandese canta il proprio, anche se non con troppa enfasi).
Le cose cambiarono solo nel 1982 dopo l’elezione a cancelliere del conservatore Helmut Kohl, che proponeva un rapporto più rilassato tra i tedeschi e la propria identità nazionale. Come segnalato da Kay Schiller, in quegli anni il direttore della Federcalcio Hermann Neuberger iniziò a distribuire ai gioca tori dei fogli con il testo dell’inno, e ai Mondiali del 1986 per la prima volta la Germania Ovest scese in campo con delle magliette che sul colletto portavano i colori della bandiera nazionale. La reazione da parte del pubblico fu positiva, e così, per gli Europei di due anni dopo, la selezione vestì una maglia che addirittura aveva sul petto una vistosa striscia con i colori nazionali. Durante la stessa competizione, finalmente i giocatori tedeschi cantarono l’inno.
Pochi anni dopo, una situazione simile si presentò in Francia, in occasione di un’altra particolare congiuntura storica. Sotto il profilo sportivo, la Nazionale transalpina era in grande crescita e stava diventando una delle squadre più forti al mondo. In quel momento, per la prima volta la squadra annoverava un consistente numero di giocatori di origini africane o caraibiche. In contemporanea, la Francia stava assistendo anche alla prima preoccupante ascesa del Front National di Jean-Marie Le Pen, un partito neofascista fondato nel 1972 ma che era rimasto a lungo irrilevante, fino a quando, nel 1986, non era sbarcato a sorpresa in Parlamento ottenendo quasi 3 milioni di voti alle legislative, salendo ben oltre i 4 milioni alle presidenziali di due anni dopo.
Fu Le Pen a lanciare la polemica, durante gli Europei del 1996, sulla Marsigliese, dicendo che i giocatori della Francia non la cantavano perché non la sapevano, essendo per la maggior parte «stranieri naturalizzati al solo scopo di essere convocati nella Nazionale». Se nel caso tedesco e in quello italiano – che sarebbe emerso solo pochi anni dopo – la questione dell’inno viene spinta da politici con un incarico preciso, in Francia viene usata come arma di propaganda da un partito di opposizione. La polemica era però, anche in questo caso, pretestuosa: non era vero che i calciatori della Francia erano «stranieri naturalizzati» e non era vero neppure che le altre squadre cantavano tutte l’in no. In più, anche a quelle latitudini cantare La Marseillaise prima delle partite era una cosa che non era mai avvenuta in passato.
Le parole di Le Pen furono abbastanza snobbate dai gioca tori della Francia e dalla maggior parte dell’opinione pubbli ca, ma parallelamente si scatenò una polemica contro un solo elemento della rosa dei Bleus: il centrocampista Christian Ka rembeu. Nonostante anche altri suoi compagni non cantassero l’inno (compreso un bianco come Fabien Barthez), Karembeu era stato l’unico a dare una motivazione politica alla sua scelta: essendo di origine canaca (i kanak sono un popolo indigeno della Nuova Caledonia), si rifiutava di intonare La Marseillaise come forma di protesta contro il colonialismo francese. Inter vistato da Le Parisien nel marzo 2002, poco prima delle ele zioni presidenziali in cui il Front National avrebbe raggiunto il ballottaggio e prima dei Mondiali in Corea e Giappone, Karembeu dichiarò: «Guardate i Mondiali del 1986: Bossis, Platini, eccetera, nessuno canta l’inno. La polemica è nata nel 1996 con Le Pen».
Così, alla finale dei Mondiali del 2006, se praticamente tutti gli italiani (Camoranesi escluso, come già detto) cantavano il proprio inno, tra i francesi l’atteggiamento era più ambivalente: lo fecero Thuram, Makélélé, Gallas, Henry, Malouda e Sagnol, mentre restarono in silenzio Abidal, Vieira, Ribéry, Barthez e Zidane. Un assortimento particolare, che certifica quella che è chiaramente una scelta individuale più che di rivendicazione etnica: ci sono giocatori neri e bianchi che cantano e altri che non lo fanno – Vieira, nato in Senegal, no; Thuram, nato in Guadalupa, sì. Ma in un’epoca in cui il governo Sarkozy sta va spingendo molto sull’identità nazionale e la demonizzazione degli immigrati, le cose dovevano cambiare: così, in vista degli Europei del 2008, il presidente della Federcalcio Jean-Pierre Escalettes decise addirittura di inserire l’obbligo di cantare La Marsigliese nelle regole per i convocati in Nazionale. La nor ma venne rigettata in blocco dai calciatori transalpini, tuttavia nel frattempo la discussione si era accesa, al punto che il de putato conservatore Jean-Claude Guibal (dell’UMP, il partito di Sarkozy) aveva presentato in Parlamento una proposta di legge sull’obbligo per gli atleti di cantare l’inno, pena l’esclusione dal le rappresentative francesi.
Negli anni successivi, le pressioni sui giocatori si fecero sem pre più forti, specialmente da parte dei politici di estrema destra. Durante il periodo in cui Laurent Blanc fu selezionatore della Francia (2010-2012), praticamente tutti i giocatori prese ro a cantare l’inno, pratica proseguita anche con la successiva gestione di Deschamps. L’unica eccezione fu Karim Benzema, che per la sua scelta divenne bersaglio di frequenti polemiche da parte dei politici conservatori ma sempre più spesso anche moderati, che lo accusarono di non essere davvero francese. Marine Le Pen, nuova leader del Front National, giunse a sug gerire la sua estromissione dalla Francia.
Il fenomeno a cui ci troviamo davanti pare quindi abbastanza trasparente: la progressiva imposizione del canto degli inni nazionali agli eventi sportivi è andata di pari passo con un graduale recupero delle retoriche nazionaliste da parte dei politici. Il caso tedesco ha aperto la strada, ma gli episodi in Francia e Italia mostrano come questo discorso sia stato accompagnato dalla crescente rilevanza dell’estrema destra nella politica locale.
Non si tratta solo di intonare una canzone prima di una partita di pallone, com’è ovvio: cantare l’inno – e perfino il modo in cui lo si fa – diventa un indice del senso di appartenenza alla nazione, che in ambito sportivo si traduce nella quantità di impegno che un giocatore mette in campo nel raggiungimento di un risultato. Tutto ciò non ha ovviamente alcun senso, se consideriamo la prospettiva puramente sportiva, ma ha assunto un enorme valore culturale, tanto che chi non canta l’inno viene spesso indicato come primo responsabile nel caso in cui la squadra non ottenga la vittoria.
Sport e numerologia con Alessandro Ginelli
12 - Come i gol di Scott McTominay: l’uomo copertina del quarto scudetto del Napoli. Un campionato meritato, nel quale gli Azzurri sono stati in testa per 20 giornate e, complice l’assenza dalle Coppe Europee, si sono dimostrati la squadra più solida. C’é il volto di Antonio Conte su questo Scudetto, un uomo che raramente ha sbagliato al primo anno.
119 - Come gli anni di storia del Crystal Palace Football Club, che sabato scorso in quel di Wembley ha conquistato il suo primo trofeo alzando l’FA Cup in faccia al Manchester City di Pep Guardiola. Per il quartiere di Croydon, una data indimenticabile, in un anno molto particolare per le Coppe Nazionali in giro per l’Europa.
38 - I secondi di vantaggio con cui il messicano Isaac del Toro della UAE Emirates si appresta ad affrontare il terzo dei quattro weekend del Giro d’Italia. Al suo inseguimento il compagno di squadra Ayuso e l’italiano Antonio Tiberi, che sta ben figurando sin qui. Roglic resta probabilmente il favorito a 1’35” ma questa sará la settimana decisiva: arrivano le Alpi.
390.000 - L’incredibile numero di spettatori che hanno invaso i campi degli Internazionali d’Italia 2025. Effetto Sinner, senza ombra di dubbio, ma anche tanta passione in un maggio che Roma difficilmente dimenticherá, anche dal punto di vista logistico. La tennis/mania è appena cominciata, e la testa é giá alla prossima edizione.
31 - Come i punti messi a referto da Tyrese Haliburton nella clamorosa rimonta con cui, in Gara-1 delle Finali di Eastern Conference, gli Indiana Pacers si sono imposti sul campo dei New York Knicks. Poco prima dei playoff una curiosa classifica votata da anonimi giocatori della lega aveva eletto Haliburton “il più sopravvalutato di tutta l’NBA”. Tyrese l’ha presa sul personale e gioca come un uomo in missione. Vedremo dove arriverá.
Matteo Orlandi ha cinque opinioni su tutto
Antonio Conte ce l’ha fatta ancora. Gli anni passano ma il suo elettroshock non smette di funzionare sulla Serie A. La formula vincente, trovata nel lontano 2012, è ancora valida e non conosce logorii, rimanendo fedele a sè stessa. Fame, sudore, cattiveria. Uno dei pochi allenatori al mondo che riescono a mettersi sopra la propria squadra, vincitore tre volte su quattro al primo anno, con Juve, Inter, Chelsea e oggi Napoli, altra bandierina nella sua carriera sensazionale. E il futuro? Nessuno puó dirlo. Come una cometa, Conte passa e va via, almeno di solito, a caccia della prossima avventura e della prossima panchina da sbranare. Cinque momenti decisivi della sua stagione.
1. La fame
“Io ho vinto cinque campionati e ho ancora fame. Come è possibile che voi dopo uno solo già non ne avete?” Queste le parole che si narra Conte abbia pronunciato nello spogliatoio di Verona, dopo una stralunata sconfitta estiva per 3-0 nella prima giornata del campionato. Come una candela automatica, Conte è sempre acceso e non puó accettare di vedere il contrario dai suoi uomini. È bastato poco, pochissimo. La purga di Verona ha convinto De Laurentiis a investire su McTominay nell’ultima settimana di agosto, un acquisto dall’impatto impronosticabile. La corsa per lo Scudetto parte.
2. Çalhanoğlu non sbaglia mai
Hakan Çalhanoğlu è un formidabile calciante. Il suo errore a San Siro, nel cuore del secondo tempo, sul punteggio di 1-1 (su un rigore inesistente) ha segnato uno spartiacque decisivo della stagione. La distanza finale è paradossalmente tutta in quei due punti, crudeli e irrecuperabili nella classifica finale. Un bacio divino.
3. Mister ma quanto siamo forti
A inizio febbraio a Napoli, improvvisamente si presenta una Juve di Thiago Motta concentrata e determinata, come poche volte l’abbiamo vista prima e mai dopo. Un primo di tempo di dominio tattico e un vantaggio meritato per 0-1. Il secondo tempo del Maradona ha spaccato in due il campionato del Napoli, creando una consapevolezza nuova. I partenopei giocano 45 minuti di fuoco e fiamme, ridicolizzando la pallida juve mottiana e sbranando il campionato. Politano, dopo 70 minuti ad arare la fascia destra esce dal campo e dice al suo allenatore “mister ma quanto siamo forti”. È la consapevolezza.
4. E alla fine arriva Billing
Philip Biling, classe 1996, arriva da separato in casa del Bournemouth, con sole 10 apparizioni stagionali; serve numericamente per coprire la pezza lasciata dalla cessione di Folorunsho, una figura fisica da piazzare in mezzo al campo nei minuti finali di partita quando c’è da fare legna. Il nome più improbabile per segnare il gol Scudetto; la zampata del pareggio last minute in Napoli-Inter ha tenuto a galla il Napoli.
5. Quanto basta
L’ineluttabiltà dello 0-1 sporco in trasferta, mancato per poco a Parma e conquistato con sapienza a Monza e Lecce, cementifica il granito del Napoli, che riesce anche a viaggiare con il pilota automatico. Saggio conoscitore della ricetta per la vittoria, Conte ha saputo usare le dosi giuste, affrontando anche la cessione di Kvara con calma inattesa zen. Il Napoli non aveva poi molto da dare, ma Conte sapeva che poteva bastare. C’era troppo sul tavolo; se lo è preso tutto.
I momenti più imbarazzanti della settimana secondo Leonardo Salvato.
Non potevamo non iniziare da quello che, senza dubbio, è l'evento calcistico delle ultime settimane: dopo una lunga agonia (di cui vi abbiamo già parlato su Sportellate), la Sampdoria è sprofondata in Serie C. La copertina di questa impresa al contrario, e quindi la gloria in questa rubrica che celebra le storture ed elegge a ideale di vita il contrario, è ovviamente tutta per M'Baye Niang: una carriera, quella del francese, vissuta "in direzione ostinata e contraria" come avrebbe detto un genovese illustre (però della sponda rossoblu della città), che partendo dal Milan come giovane speranza che prometteva di spaccare il mondo, in realtà è finito per scendere sempre più in basso e comunque continuare a scavare ancora più profondamente. E, nel mezzo, non ha di certo spaccato il mondo, ma parecchie auto sì. Di solito, si dice che più in basso di un certo punto non si può andare, e Niang sembra voglia esplorarlo sempre di più, trascinando con sé la Samp fino all'inferno. O forse no? Magie della Serie B.
Da un verdetto già emesso (almeno sul campo, perché di ciò che decideranno i tribunali non v'è certezza) a uno lasciato ancora tutto da scrivere per un'altra lunghissima settimana: siamo a San Siro, e le sue proverbiali luci stanno illuminando un contropiede che lancia l'Inter all'assalto della porta della Lazio sul punteggio di 2-2: una scena ormai diventata familiare se non addirittura iconica, ovvero cross in mezzo e Acerbi nel cuore dell'area, come centravanti aggiunto spinto dall'istinto di sopravvivenza come fu col Barcellona. Rispetto al Barcellona cambia che stavolta Acerbi non può battere a rete: poco male però, visto che la situazione di gioco suggerisce una comoda sponda per l'accorrente Arnautovic, il quale potrebbe mettere il punto su una storia ricca di colpi di scena che si protrae da agosto. Eppure stavolta esita: la penna sembra pesare più del solito, il foglio bianco una voragine pronto ad inghiottirlo...
Dopo due errori dal peso specifico altissimo (o potenzialmente tale), chiudiamo con un errore da matita blu per la gravità del gesto, ma ben lontano dall'esser decisivo: il derby di Oporto infatti è una stracittadina tra le più impari esistenti in giro per l'Europa, visto il divario esistente tra il gigante Porto, con i suoi 30 titoli nazionali, 2 Champions League e altre coppe nazionali e internazionali, contro il piccolo Boavista, che altro non è che una bellissima maglia a scacchi bianconera e poco più. A meno che non siete nati poco più di trent'anni fa: in quel caso forse ricorderete quella squadra di carneadi che riuscì ad issarsi un punto sopra tutte le rivali, vincendo uno dei due titoli portoghesi sfuggiti alla sacra triade Benfica-Porto-Sporting. Quest'anno però tutto si svolge come da copione: Boavista condannato alla retrocessione al termine di una stagione disastrosa; Porto che dal canto suo può solo guardare da lontano il duello tutto lisbonese per il titolo, e conquista il derby quasi con lo stesso entusiasmo di un impiegato al catasto.
Poi però arriva il gustosissimo fuori menu: al termine di un'azione offensiva per nulla pericolosa dei bianconeri, il pallone viene spazzato via da Djalo, ma nel suo volo si scontra contro il braccio alzato di Nehuen Perez, quando ancora ci troviamo nei primi 16 metri di campo: l'arbitro, impassibilmente, concede calcio di rigore al Boavista.
La foto più bella della settimana secondo la redazione di Catenaccio
New York City (Stati Uniti) - 17 maggio 2025
Jalen Brunson dei New York Knicks mette a segno un terzo tempo in gara 6 di Boston Celtics-New York Knicks, decisiva per la vittoria per 4-2 nella serie semifinale di Conference dei play-off NBA.
(Al Bello / BBC)

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