Questo è il numero #105 di Catenaccio, una newsletter che parla di sport, cultura e società.
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La sportellata settimanale di Gabriele Moretti
Gianni Infantino, presidente della FIFA, è stata una delle prime figure istituzionali a congratularsi con Donald Trump, a pochi minuti dalla sua proclamazione ufficiosa come vincitore delle elezioni, anticipando addirittura diversi capi di stato e alleati internazionali. Il messaggio è stato trasmesso attraverso un post su Instagram, tanto breve quanto pregno di significati: un carosello di cinque fotografie che ritraggono Trump e Infantino insieme, felici come vecchi amici a cui basta uno sguardo d’intesa per capirsi, e poche parole: “Congratulazioni signor Presidente! Avremo una bellissima Coppa del Mondo FIFA negli Stati Uniti d’America! Il calcio unisce il Mondo”, il tutto corredato da varie emoji – stretta di mano, bandiera americana, cuoricino giallo (un riferimento ai capelli di Trump?) e, per chiudere, mondo-cuore rosso-pallone. Se le fotografie hanno il senso di dimostrare la sincera e umana felicità per un amico, non semplicemente un referente politico, che ha avuto un grande successo, il testo del post a una prima lettura appare fuoriluogo persino per l’arcinota ipocrisia del massimo dirigente FIFA: la Coppa del Mondo è innegabile e inevitabile (sì, dopo l’emiro del Qatar, il prossimo a premiare la nazionale vincitrice sarà proprio Donald Trump) quel “Football Unites the World!” risulta comunque dissonante anche rispetto alla retorica trumpista che si oppone apertamente a un mondo “unito” e predica il ritorno a divisioni e isolazionismi. Inoltre, non sarebbe stato forse più adeguato utilizzare la parola soccer in questo contesto? Tuttavia, è innegabile che il rapporto tra Infantino e Trump abbia, in un certo senso, unito alcuni mondi che condividono una particolare visione del potere e che, di fronte ad esso, riescono a riconoscere una convergenza di obiettivi.
Il rapporto tra Donald Trump e Gianni Infantino risale a otto anni fa, quando entrambi vinsero le rispettive elezioni e riconobbero immediatamente le reciproche affinità nella visione del mondo, negli intenti pubblici e negli interessi privati. Il primo di molti incontri tra il presidente della FIFA e il presidente USA, invece, risale all’agosto 2018, quando Infantino venne ufficialmente invitato alla Casa Bianca dimostrando – secondo quanto hanno raccontato funzionari FIFA a The Independent – un grande entusiasmo non tanto “per il ruolo”, ma “per la persona” (sic!). Gli incontri sono proseguiti con una certa costanza e, a quanto disse lo stesso Infantino dopo un incontro a Davos nel 2019, sono stati molto fruttuosi. Trump era (ed è) certamente poco interessato al soccer, ma probabilmente aveva ed ha ben chiara l’importanza di questo sport a livello globale, la crescita all’interno degli Stati Uniti e, per questo, ha capito l’importanza di ricucire i rapporti con la massima istituzione mondiale dopo che queste si erano gravemente deteriorate “a causa” di importanti esponenti del Partito Democratico. Pare che sia stata in primis la delusione di Bill Clinton e di Obama, dopo essersi visti incredibilmente sconfitti dal Qatar per l’organizzazione del mondiale 2022, a dare inizio alle indagini che dimostrarono in maniera inequivocabile il sistema corruttivo ai massimi livelli della diplomazia internazionale con cui l’Emirato era riuscito a ottenere il torneo e, soprattutto, la gestione smaccatamente personalistica e corrotta di praticamente ogni aspetto della FIFA (temi a cui abbiamo dedicato un podcast in quattro episodi, Sabbia).
Ricostruire l’amicizia tra USA e FIFA, quindi, era interesse di entrambi i presidenti che avevano promesso al proprio elettorato un grande rinnovamento, una nuova era di grandezza. Riportare la Coppa del Mondo negli Stati Uniti, quindi, era diventato un obiettivo politico di primaria importanza a cui si dedicò in prima persona Jared Kushner, genero e senior consultant di Donald Trump. Obiettivo, come sappiamo, perfettamente riuscito, a quanto sembra anche grazie a un mediatore fondamentale: Mohamed Bin Salman, principe ereditario e probabilmente padrone de facto dell’Arabia Saudita e di PIF, il suo fondo d’investimento statale, che ha avuto un ottimo rapporto con l’amministrazione Trump e a cui Kushner aveva chiesto supporto e a cui gli USA, qualche anno dopo, hanno ricambiato il favore. Il triangolo di relazioni, però, non è così lineare. I Sauditi hanno anche sostenuto la proposta di Infantino – poi bocciata dall’assemblea della FIFA – di tenere la Coppa del Mondo ogni due anni anziché quattro e, soprattutto, sono stati tra i principali sponsor (anche economici) della nuova Coppa del Mondo per Club. I problemi di questo torneo, che sostituità l’ormai defunta Confederations Cup, sono numerosi. Innanzitutto il calendario, dal momento che le squadre di club sono già oberate dai tornei, che secondo molte società e addirittura secondo FIFPro, il principale sindacato mondiale che rappresenta i calciatori che ha minacciato azioni legali contro FIFA, metterebbe a rischio la salute degli atleti. All’opposizione delle squadre e dei giocatori, si è sommato il poco interesse che la Coppa del Mondo per Club ha suscitato tra il pubblico e, di conseguenza, tra i media: nessuno si è detto disposto a spendere le cifre esorbitanti richieste da Infantino per trasmettere il torneo, cifre assolutamente necessarie per convincere i grandi club a partecipare. Qui entra nuovamente in gioco Bin Salman, che offre alla FIFA una ricchissima sponsorizzazione da parte di ARAMCO (la compagnia petrolifera statale saudita) e/o un pingue accordo per i diritti TV, forse in cambio della partecipazione con wild card di una squadra saudita, passo fondamentale per il loro massiccio progetto di sportwashing.
Gli intrecci tra Trump, lo sport e l’Arabia Saudita non sono limitati al calcio. Secondo Rory McIllroy, probabilmente il golfista più importante del millennio dopo Tiger Woods, la vittoria del candidato repubblicano potrebbe portare a un “accordo di pace” tra il PGA Tour e LIV Golf, l’organizzazione creata da PIF che sta sostanzialmente comprandosi il golf mondiale, svuotando milione su milione l’organizzazione che dal 1929 dirige i principali tornei di golf negli USA. Secondo McIllroy, il principale nodo gordiano della questione è l’opposizione a un accordo tra PGA e LIV da parte del Dipartimento di Giustizia americano. La nuova amministrazione trumpista potrebbe dare una grossa mano a sciogliere questo nodo, anche e soprattutto visto che molti dei tornei organizzati da LIV Golf negli Stati Uniti si svolgono su campi di proprietà del futuro 47° presidente.
Sport e numerologia con Alessandro Ginelli.
9 - Come i gol segnati da Viktor Gyokeres nelle ultime 3 partite dello Sporting Lisbona. L’ultima tripletta, in particolare, profuma di citofonata all’intero appartamento dei centravanti europei per informare che a breve potrebbe esserci un nuovo padrone in città. Qualche anno dopo Haaland la sensazione che dal Nord possa essere arrivato un altro giocatore generazionale è piuttosto forte. Se n’è accorto anche Pep Guardiola nell’ultima sfida di Champions.
13 - Come i giocatori che compongono la rotazione standard dei Golden State Warriors in questo avvio di stagione NBA. Dopo gli anni del Dream Team e degli anelli vinti quasi in scioltezza, nella Baia l’aria è cambiata radicalmente, ma quest’anno sembra che la luce si sia riaccesa e Steve Kerr ha forgiato un nuovo sistema che pare poter dare grandi frutti. Steph Curry gongola: gioca pochi minuti, segna molti punti e vince più partite. Bene così!
10330 - I punti accumulati da Jannik Sinner nella Classifica ATP Race, ovvero quella che qualifica i giocatori al torneo conclusivo della stagione, che sta per cominciare in quel di Torino. Il dominio del tennista italiano sulla stagione 2024 del tennis internazionale è reso ben evidente da questo numero e dagli oltre 3000 punti di vantaggio sul secondo: il redivivo Sasha Zverev. Anche a Torino, tuttavia, tutti si aspettano il capitolo nuovo della saga Sinner-Alcaraz. Se così sarà, lo scopriremo in finale, e siamo pronti a gioirne.
0 - Come i gol subiti da Inter e Atalanta, ma anche come i gol segnati dal Bologna in questa Champions League 2024. I due record più incredibili dopo 4 giornate del nuovo format della Coppa dalle Grandi Orecchie sono nelle mani di tre squadre italiane. Il Bologna avrà l’opportunità di tornare a far esplodere il Dall’Ara contro il Lille, mentre secondo noi una tra le due nerazzurre potrebbe anche provare a mantenere il record di imbattibilità per qualche minuto ancora.
17 - Come la posizione occupata in griglia di partenza da Max Verstappen in occasione del Gran Premio del Brasile. Un numero storicamente sfortunato ottenuto al termine di una qualifica tragicamente sfortunata, e che alla fine ha consegnato al fuoriclasse olandese la vittoria più bella, quella con cui ti consegni alla leggenda. Come per Schumacher a Barcellona, o per Senna a Donington, così Interlagos sarà sempre per Max. Ad imperitura memoria.
Matteo Orlandi ha 5 opinioni su tutto
In una leggendaria puntata di Friends, Rachel prova a cucinare una zuppa inglese per il pranzo del Giorno del Ringraziamento. Nel libro di cucina di Monica manca tuttavia una pagina; Rachel non se ne accorge e stravolge involtariamente la ricetta, infilando nel dolce un pezzo di carne. Viene fuori un cibo mostruoso, con pezzi di macinato, panna e fragole. Ecco a cosa mi fa pensare la nuova Champions League. Un bellissimo dolce con peró dentro qualche boccone di macinato che ne devasta tutto il sapore. Proviamo a rifletterci.
Tutti contro tutti. O no?
Il girone unico è una bella idea, partiamo da qui. Il format tradizionale della Champions funzionava ancora senza mostrare rughe, ma d’altronde è più che legittimo sperimentare soluzioni nuove e magari più divertenti e remunerativi. Non facciamo i dinosauri reazionari. Il vulnus però è piuttosto chiaro: buttare nello stesso calderone 36 squadre può essere una mossa accattivante per le tv, ma come si può garantire la regolarità della competizione se nessuno gioca contro tutti e il calendario è totalmente asimmetrico? Le diverse asperità del singolo calendario condizionano in modo irrimediabile la classifica. Per dare l’idea, al momento del sorteggio Aston Villa e Sturm Graz erano nella stessa fascia, la quarta. Come si può pensare che sia equivalente affrontare la quarta classificata in Inghilterra piuttosto che la seconda classificata in Austria? Non sentite un odore di carne e panna in bocca?
Ma tanto poi ci qualifichiamo
Tralasciando il tema dell’ingolfamento dei calendari (i calciatori avranno voce in capitolo solo quando si siederanno ad un tavolo iniziando a discutere di un tetto ai salari), viene il dubbio che otto partite spalamate su quattro mesi in giro per l’Europa per eliminare 11 squadre su 36, sia davvero un po’ troppo. Il carrozzone è esagerato. Quanto calcio deve esistere? Le partite inevitabilmente non sembrano avere una dose agonistica troppo alta, soprattutto da parte dei big team che sembrano intendere questa prima metà di Champions come una lunga amichevole, utilizzando molto turnover. Paradossalmente si puó tranquillamente perdere quattro partite ed essere comunque pienamente dentro le 24. Non proprio quell’incentivo allo spettacolo che sognava la Uefa.
Superlega si, Superlega no
Il girone unico va evidentemente verso la direzione della superlega dimostrando che i CEO più pagati del mondo del calcio ragionano più o meno seguendo i proverbi delle nostre nonne. L’obiettivo è tenere la botte piena e la moglie ubriaca. Privilegiare più incontri tra squadre di prima fascia, evitando meccanismi di promozione e retrocessione come piace ai club ma senza posti garantiti, come piace ai tifosi. Senza voler aprire l’annoso discorso sulla superlega (un saluto ad Andrea Agnelli, che ci ha rimesso le penne), a questo punto la UEFA poteva avere il coraggio di andare fino in fondo alla propria idea, realizzando una vera sorta di superlega che comprendesse solo squadre dai primi cinque, massimo sei campionati europei, ammettendo, ad esempio, le prime sei classificate da ogni grande campionato e relegando gli altri campionati ad una sorta di maxi Europa League. La presenza in Champions di squadre come Slovan Bratislava o Stella Rossa (zero punti in quattro partite con chilometrica differenza reti a sfavore) aggrava il problema dei calendari asimmetrici e non risolve il tema della presenza di partite poco agonistiche.
Le coppe degli altri
D’altronde con questo meccanismo, la coperta è corta. 36 squadre in Champions League, 36 in Europa League, 36 in Conference League. Uno sproposito, un’overdose. Proprio la Conference League sembra soffrire particolarmente la riforma, che ne svuota molto il bacino. La classifica della Conference sembra il cast di un film presentato al Sundance Festival; nessuno conosce nessuno, ne sanno qualcosa solo i mega nerd che non vedono l’ora di sbattertelo in faccia. Larne, Petroclub Hincesti, Backa Topola, Celje, Mlada Boleslav, Artsakh. Squadre che non saprei dove mettere sulla mappa geografica, se non consultando Wikipedia. Bellissime storie strappalacrime, curiosi stadi post sovietici pieni di tifosi ubriachi, gol a pioggia ovunque. Bello. Però giovedì il Chelsea ha ospitato la sesta squadra del campionato armeno e ha vinto 8-0. Sicuri sia tutto ok?
Era già tutto previsto
Ma alla fine della fiera, parliamoci chiaro: cosa cambia davvero? Un fine conoscitore livornese delle dinamiche di calcio e di vita, amante del mare e degli 1-0, ha detto 12 mesi fa, con il suo solito tono cristologico: dal prossimo anno vincere la Champions sarà ancora più difficile per le squadre meno attrezzate. Sulla carta ha pienamente ragione. Più partite, un tabellone tennistico e blindato, meno varianti del sorteggio dai sedicesimi in poi. Da febbraio in poi, finito il carnevale del girone unico, sarà molto difficile pensare a particolari stravolgimenti, se non con imprese titaniche. Vedremo se questo nuovo sistema garantirà di nuovo ad underdog come Inter e Borussia Dortmund di arrivare a novanta minuti dalla vittoria della Champions. Dura.
I momenti più imbarazzanti della settimana secondo Leonardo Salvato.
Dicono che, nei momenti di difficoltà, non ci sia niente di meglio di staccare la spina e andarsene, magari in un luogo significativo, che ci sia rimasto in qualche modo nel cuore. Il paesino dove vivevano i nostri nonni, la spiaggia dove andavamo da piccoli, il muretto dove ci si vedeva con gli amici, vale tutto: d'altronde, persino Manzoni è andato a Firenze per sciacquare i panni in Arno, riorganizzare le idee e comprendere che, forse, Fermo e Lucia era un titolo che non avrebbe avuto futuro. Al posto dell'Arno. Juric sceglie l'Adige, che lo riporta da tecnico di una Roma in crisi di identità in quella Verona che tanto gli è cara, proprio lì dove tutto è cominciato. La sua ascesa, certo: probabilmente anche la sua catastrofica caduta agli inferi, se il suo destino è affidato ai piedi di Zalewski...
Juric, d'altronde, era già in credito con la fortuna e con la benevolenza delle sue ex: il viaggio nel cuore del tecnico croato era iniziato pochi giorni prima, quando di fronte si è presentata la sua ex più recente, quella verso la quale forse c'è ancora del sentimento nonostante le cose non andassero e fosse giusto chiuderla lì: il Torino. Una squadra, quella granata, anch'essa debilitata da tanti problemi e bersagliata dalla cattiva sorte che la priva dei suoi attaccanti migliori. Eppure il problema, occhio e croce, non è di certo l'attacco: la difesa infatti ha mantenuto tutti i suoi effettivi, eppure i risultati continuano ad essere questi...
Chi invece non si è affidato a piedi nervosi, perennemente in bilico e quindi insicuri come quelli del duo polacco Zalewski-Linetty è Unai Emery, che il suo destino lo ha affidato ad Emiliano Martinez. Quale scelta migliore? Il numero 1 argentino è uno che l'insicurezza e la paura sembra non sappia nemmeno dove abitino, e che il nervosismo non solo non lo teme, ma anzi a volte sembra cibarsene con voracità, nutrendosi della frustrazione e del risentimento degli avversari che continuamente provoca con i suoi comportamenti, i quali però non trovano (specie nei momenti decisivi) altre armi da opporgli contro per metterlo in difficoltà, magari per strappargli quell'odioso ghigno dalla faccia. Mettersi nelle sue mani, insomma, è una mossa saggia, che ha di fatto permesso all'Aston Villa di risalire le gerarchie del calcio inglese, fino a ritornare dopo anni di assenza tra le grandi del calcio europeo: ma cosa succede se all'improvviso si mettono di mezzo le mani di Mings? Vanaken sentitamente ringrazia.
Libri, film, articoli, serie TV e altro suggeriti da Lorenzo Lari
Guida ai Maestri delle ATP Finals [ARTICOLO]
Le Finals, il torneo in cui si sfidano i migliori otto delle classifiche ATP, inizieranno a Torino tra poche ore: alle 14 di domenica 10 novembre si apriranno le danze con Medvedev vs Fritz e alle 20.30 Sinner - favoritissimo dopo il ritiro di Djokovic - scenderà in campo contro De Minaur. Nella guida di Sportellate troverete tutto quello che vi serve per arrivare preparati e, forse, anche qualcosa in più!Tifo Football [CANALE YOUTUBE]
Tifo Football è, secondo me, il più bel canale di video a tema calcistico presente su YouTube. Curato dalla redazione di The Athletic, propone due video al mese - disegnato e animato da zero! - in cui racconta una storia o ragiona su un tema peculiare, reels molto belli e interessantissime analisi tattiche sul canale spin-off The Athletic FC, fino a poco tempo fa chiamato “Tifo Football IRL”.
Perché RedBull dovrebbe comprare il Torino?, di A. Ebana [ARTICOLO]
Chiediamo scusa per il doppio suggerimento interno, ma è stata una settimana particolarmente ricca di pubblicazioni stuzzicanti. In questo articolo un tifoso granata DOC come Andrea Ebana dice l’indicibile, cercando di spiegarci come, nonostante tutto, persino Red Bull sarebbe meglio di Urbano Cairo.
La foto più bella della settimana secondo la redazione di Catenaccio
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Scotty Pippen Jr. dei Memphis Grizzlies, a sinistra, e KJ Martin dei Philadelphia 76ers si scontrano sotto canestro.
(Matt Slocum / AP Photo)

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