John H. White, l’autore di questa fotografia e delle poche altre che seguono (una selezione molto più ampia è disponibile in internet ed è di dominio pubblico, basta cercare. In ogni caso, a queste fotografie ho aggiunto i link ai quali sono presenti delle brevi didascalie, è sufficiente cliccare sull’immagine), è stato un fotoreporter statunitense, attivo nella documentazione della vita della comunità afroamericana.
Osservando le foto di White mi è subito saltato all’occhio l’uso del colore. Negli anni ‘70 le pellicole fotografiche restituivano dei colori meno saturi di quelli a cui siamo abituat* adesso, ma non è questo che mi ha creato un cortocircuito. Quello che si nota è che le persone ritratte usano i colori, hanno vestiti colorati, c’è molto rosso, ma la gamma dei colori è ampia.
Negli stessi anni, schiere di lavorator* hanno vissuto quasi sempre in blu o in grigio, non credo che gli anni ‘60 o i ‘70 o gli anni’80 fossero davvero decenni più colorati, dipende da dove si guarda. La differenza è che mentre in quegli anni il tempo libero dal lavoro, dall’istruzione o dalla militarizzazione più o meno coatta, poteva essere vissuto con abiti anche sgargianti, in questo momento vestirsi come una persona degli anni ‘70 ci farebbe sembrare nella migliore delle ipotesi fuori moda.
Il discorso sarebbe lungo e complesso e servirebbero dei dati, ma è empirico che osservando le persone queste sono quasi sempre vestite con colori smorzati e con una gamma tra il blu, il beige, il nero o qualche variazione pastello di colori più vivi.
La standardizzazione dei colori in chiave di mantenimento dell’ordine è una cosa che è sempre accaduta nella storia ed è funzionale al sistema e al mantenimento del potere da parte di chi il sistema lo governa: nei collegi esistono le divise, negli eserciti altrettanto, nelle carceri, negli uffici non ci sono divise ma i protocolli e le prassi sono così stringenti che è praticamente impossibile essere liber* di vestirsi come si vuole, nelle fabbriche ci sono delle divise, nei cantieri ci sono di fatto.
Cosa è accaduto che ci ha fatto scegliere di essere “blu” anche quando non ci è imposto? Ed è così per tutt*? Sempre da un punto di vista empirico, dov’è che è ancora possibile ritrovare un residuo di libertà d’espressione estetica? Nelle periferie, nelle marginalità, in chi dal sistema è già talmente sfruttat* che non ha bisogno di aderire a standard estetici per mantenere un privilegio o garantirsi un livello di sopravvivenza migliore di altri.
Penso che questo fenomeno, che spero qualcun* stia studiando seriamente, dica molto sulla fase che l’umanità sta attraversando e penso che dovremmo riprenderci i cazzo di colori, ogni cazzo di giorno.
Stefano Pirone, l’editore di Pidgin, casa editrice pazzesca, ha creato una cosa meravigliosa di cui da tempo desidero parlare a più persone possibili: flemma.net
Flemma è un sito di giochi linguistici gratuiti, uno più bello dell’altro. Alcuni per me sono impossibili, tipo Sillabik, che va oltre le mie capacità, ma quasi tutti sono alla portata di chiunque e fanno sballare. Il mio preferito è Semantico, che è un gioco di associazioni mentali; in pratica bisogna indovinare una parola partendo da zero, senza alcun indizio ma con infiniti possibili tentativi e quattro aiuti, collegando semanticamente le parole l’una all’altra.
L’ultimo in ordine di arrivo è Sinuetto, nel quale bisogna indovinare una parola dal suono o meglio dall’onda fonetica.
Non so come dire, è uno sballo vero ed è gratis. Gratis, ma è possibile, anzi doveroso se si può, fare delle donazioni su Kofi. Le istruzioni sono sul sito stesso.
Flemma è un sito per il popolo, fatto con amore, ma è pur sempre fatica, chi può facilitare questa fatica lo facesse.
Finora ho parlato di cose leggere, importanti o meno, secondo me dipende dal momento in cui si trova ciascun*, ma insomma, niente di particolarmente pesante da digerire dal punto di emotivo. Devo confessare di averlo fatto principalmente per me stesso, perché la ragione vera per cui mi sono rimesso a scrivere questa newsletter è una notizia che mi ha devastato.
Quello di cui proverò a parlare in termini di umanità, cercando di rifuggire qualunque spettacolarizzazione, è il ventottesimo suicidio dell’anno avvenuto in un carcere italiano.
La situazione delle carceri è indescrivibile, eppure c’è chi lo fa, ovvero l’associazione Antigone. Non da molto hanno pubblicato l’ultimo rapporto sullo stato del sistema carcerario italiano. È un lavoro enorme, disponibile gratis sul solo sito. Quello che ho scritto per Flemma.net vale ancora di più per Antigone: questi lavori sono gratis perché sono realizzati con degli intenti politici, ma chi possiede delle risorse economiche è invitato a fare delle donazioni, in attesa della rivoluzione che le renderà inutili.
Il ventottesimo suicidio dell’anno è quello di Lamin Sonko, un ragazzo di trent’anni proveniente dal Gambia. Lamin Sonko è stato arrestato perché brandiva un machete a Milano e dal primo istante è stato chiaro a chiunque ci abbia avuto a che fare, dalla polizia ferroviaria a quella carceraria, che si trattava di una persona estremamente fragile. Lamin Sonko è stato arrestato fermandolo con un taser e dovremmo aprire un capitolo ulteriore su questo.
Portato in carcere è stato rinchiuso in una cosiddetta cella CAR, ovvero ad alto rischio suicidio, proprio perché riconosciuto fragile e con una sindrome post traumatica dovuta all’esperienza nei campi libici, dove le persone vengono torturate sistematicamente, e presumibilmente alla condizione di estremo disagio in cui deve aver vissuto.
Le celle CAR sono celle lisce, i cui mobili (un letto e un tavolo) sono parte delle mura. Le persone detenute ci entrano senza indumenti; non ci sono lenzuola né coperte per evitare che ci si possa impiccare, non ci sono altre persone detenute. Questa viene definita dall’istituzione carceraria come la misura migliore per salvaguardare la vita di chi ha manifestato la volontà di togliersela o ha già provato a farlo. Come si possa pensare che un posto del genere possa aiutare chi sta male io non riesco a capirlo, se non pensando che l’obiettivo non è aiutare chi sta male, ma solo impedire che muoia lì dentro, per una concezione della protezione della vita del tutto sballata e arbitraria.
Lamin Sonko, rinchiuso solo con le sue mutande ha provato a uccidersi con quelle.
Un uomo di trent’anni che fortunatamente non aveva ferito nessun* ha provato a uccidersi con delle mutande.
Appena gli sono stati restituiti i pantaloni si è ucciso con quelli.
Prima di morire, ha chiesto ripetutamente di poter parlare con sua madre, ma “non è stato possibile, perché non si è trovato il numero di telefono” che era registrato sul suo cellulare.
Ha chiesto di poter uscire dall’isolamento e gli è stato negato, perché ritenuto non idoneo. Probabilmente, per gli standard e gli obiettivi dell’istituzione carceraria italiana, Lamin Sonko era effettivamente non idoneo a stare con gli altri detenuti. Come questo possa favorire non dico il reintegro ma almeno la sopravvivenza è di nuovo misterioso.
Che le carceri vadano completamente e definitivamente abolite non lo dico da oggi, non lo dico solo io, non è un pensiero difficile da fare. Sono sicuro che se l’umanità continuerà a esistere su questa terra un giorno sarà senza galere.
In attesa che succeda, e succederà, è però urgente, indifferibile, che le persone con fragilità non entrino in carcere nemmeno un secondo.
Sempre Antigone ha preparato, tra gli altri, questo documento agile in cui sono elencati alcuni dei suicidi avvenuti negli ultimi anni.
Niente giustifica la sofferenza carceraria.
Non parliamo del 41bis che è una vera e propria tortura legalizzata.
Dobbiamo pretendere che le persone che non sono in grado di stare in (questa) società non siano sottoposte alla tortura. Il carcere non ha niente di umano e nemmeno di riabilitativo, è solo vendetta, vendetta atroce. E non crediate che succeda solo a chi è divers* da voi, perché il sistema in cui viviamo non si fa scrupoli. Un concetto è un concetto, non si può sapere davvero a cosa e a chi verrà applicato.
Molte, quasi tutte le informazioni, su Lamin Sonko le ho prese da un articolo uscito su Il Post. Le altre vengono dal sito di Antigone o infine sono mie opinioni.
Salvini, Vannacci e non voglio sapere chi altr* hanno sbraitato le loro solite violenze razziste quando Lamin Sonko è stato arrestato. Spero che esistano i fantasmi e che gli rendano ogni notte insopportabile.
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