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Carlo Martello · May 15, 2026

Volere tutto #26

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Carlo Martello · Carlo Martello

Ieri sera, un tranquillo giovedì di maggio genovese, avrei dovuto presentare Il viaggiatore breve, l’ultimo romanzo di Gennaro Serio, edito da L’orma. Avrei dovuto perché la presentazione non si è fatta, abbiamo passato un paio d’ore a chiacchierare, abbiamo bevuto due bicchieri, poi Gennaro Serio è andato in stazione e io me ne sono tornato a casa. A scanso di equivoci, la presentazione sarebbe dovuta tenersi in un posto in cui le serate e gli eventi in generale funzionano molto bene, ovvero il Circolo San Bernardo di Via delle Grazie, che qui a Genova tutt* conoscono benissimo, è sempre vitale, frequentato, a me poi piace tantissimo, mi pento solo di poterci andare troppo poco.

A scanso di equivoci bis: il libro di Gennaro Serio è molto interessante, si legge con estremo piacere, l’edizione è curatissima e la lettura regala stimoli a non finire. In estrema sintesi, attraverso la storia di Halley (astronomo ma non solo, famoso per la cometa che porta il suo nome, ma per il resto ampiamente dimenticato), il romanzo offre un viaggio attraverso i secoli e le geografie, non solo terrestri, regalandoci delle riflessioni serie e spiritose allo stesso tempo sulla realtà, sulla letteratura, sulla trasmissione di sé, sulle ambizioni, sul mestiere di scrivere e soprattutto sul mestiere di leggere. Più altro che sto colpevolmente trascurando.

Allora il problema esattamente qual è? Perché a queste benedette presentazioni non viene più nessun*?
Qualche mese fa la bolla letteraria, questa figura mitologica metà piovra tentacolare e metà uallera, si è interrogata sulla questione; devo confessare che ho smesso presto di seguire il dibattito, che in una fase iniziale non era neanche male, ma forse per il fatto che si è sviluppato prevalentemente sui social si è presto avvitato su sé stesso. Non sono in grado quindi di dire a quali eventuali conclusioni era arrivato il discorso. Sarò sintetico: mi pare che i libri interessino le persone ancora meno di quanto interessassero pochi anni fa. Secondo me c’è poco da strapparsi i capelli, ognun* del proprio tempo libero fa quello che vuole e non c’è nessuna questione di dignità. Perché è successo, perché sta succedendo? Le ragioni sono sempre le stesse, le conosciamo: leggere è un’attività che ha una modalità temporale che fa a cazzotti con la frenesia e la velocità con cui viviamo più o meno tutt*; il mercato editoriale italiano fa passare la voglia di leggere, e certe volte di vivere, pure a chi ha le migliori intenzioni; una marea di titoli inutili inquinano il panorama e servono solo a far arricchire i distributori e i grandi gruppi industriali; è un mercato che non vende (che in realtà secondo me non è vero, la verità è che si vendono benissimo poche cose), ma soprattutto che non paga (di nuovo, non paga la “base”, ma al vertice della piramide si fanno un sacco di soldi), per cui se io autrice o autore tale devo sostenermi con almeno un altro lavoro non avrò né il tempo, né la lucidità per scrivere al mio massimo. Lo stesso evidentemente vale per tutte le persone che lavorano nella filiera. Se devo organizzare una presentazione e in realtà nessun* mi paga il giusto non mi viene tanta voglia di farlo, lo faccio per abitudine, per dovere, per conservare un impiego mal pagato che è comunque meglio di niente, ma è probabile che non venga benissimo.
Voglio specificare, e lo penso davvero, che non è il caso di questa presentazione, parlo in generale. L’Orma è tra le case editrici che mette più cura in quello che fa, paga purtroppo una tendenza irreversibile. La gente non ha più voglia, legittimamente, di andare a sentire una cosa fatta alla meno peggio quasi sempre.

C’è un però ed è un però che secondo me è illuminante: alle più o meno grandi manifestazioni la gente affolla anche le presentazioni più ostiche e/o più noiose e trite. Perché l’industria per ragioni economiche spinge enormemente verso i grandi eventi, nella letteratura come in altri ambiti? Sì, certamente, come avrebbero risposto a Cinico TV. A me piacciono? Non tanto. Però vedo che sono partecipate. Ma allora come spieghiamo le piccole folle di paese stipate in qualche biblioteca illuminata male, dove tutt* sudat* cerchiamo di ascoltare cosa si dice nonostante un impianto audio da scenario post apocalittico? Con la comunità.

Le presentazioni dei libri funzionano se funziona la comunità, o meglio le comunità. E se pensiamo di costruirle mettendo al centro i soldi abbiamo sbagliato strada. Quello lo fa l’industria, lo fa anche bene tutto sommato. Noi, le persone che ne hanno voglia, perché non è un dovere, possiamo godere delle sensazioni splendide che regalano l’ascolto, la considerazione e così via se mettiamo lo stesso nelle comunità, piccole o grandi, che frequentiamo, abitiamo, riusciamo a intercettare. È un lavoro lungo, faticoso, ma allo stesso tempo capace di regalare soddisfazioni ineguagliabili in altro modo.
L’alternativa è sperare che l’industria si interessi proprio a noi, giocare alla lotteria, cercare di bluffare e presentarsi con l’x factor di qualcosa, qualsiasi cosa e poi cercare di resistere perché l’industria ti prende, ti usa e poi cerca un’altra cosa. È un destino che non auguro a nessun*, soprattutto non mi metto a inseguirlo.

Se vuoi ascolto dalle persone le devi ascoltare, non cercare di stupire continuamente. Se vuoi amore devi amare. Se vuoi un caffè te lo puoi fare, è una cosa più semplice.

Un saluto dal buon Halley, forse Edmond, forse Edmund, il romanzo di Gennaro Serio racconta anche questo mistero, irrisolto per sempre.

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