Circa due settimane fa sono passato per caso in una piazza piuttosto grande della città - che poi non è esattamente una piazza, è uno slargo - e sono stato invaso dalla sensazione di morte. Vista, olfatto e udito hanno partecipato a farmi avere uno shock: stavo attraversando qualcosa di simile a un campo di battaglia dopo una carneficina: gli stand gastronomici e quintali di carne arrosto.
Non sono la persona giusta per fare la predica sul veganesimo, non sono nemmeno convinto che funzioni, in ogni caso persone più preparate e coerenti di me spendono il proprio tempo e le proprie energie nel divulgare gli orrori degli allevamenti, la sofferenza atroce non solo dei mammiferi, ma anche dei pesci, le condizioni di non vita in cui versano gli animali. Ci sono tutti i dati a completa disposizione di chiunque li voglia leggere, vedere, esaminare.
Non sono neppure d’accordo sul fatto che non si possa essere dell* compagn* adeguate senza essere vegan*. Sarebbe sicuramente meglio, ma ciascun* fa quello che può e che vuole e le lotte sono lo stesso collegate, nonostante i limiti individuali. Sforziamoci di più, senz’altro, ma non sono qui a dire cosa fare a nessun*.
Quello che voglio dire è che se da un lato, per fortuna, l’attenzione verso le pratiche vegane è in aumento e personalmente vedo sempre meno ironia da quattro soldi sul tema, dall’altro, in piena sintonia con lo spirito dei tempi, siamo di fronte invece all’aumento incontrollato di quella che è una vera e propria fascinazione della morte, altrui, neanche a dirlo. Ma giocare ad affascinarsi della morte altrui porta ad avvicinarsi pericolosamente alla morte tout court.
Non c’è davvero nessuna ragione al mondo, neppure da onnivor*, per mostrare delle carcasse di animali come segno di freschezza o di qualità. Non ci sono motivi per continuare a tagliare pesci con musiche suggestive in sottofondo, come se si stesse facendo della calligrafia. Non esiste il senso di riempire le piazze ogni giorno di puzza di carne bruciata. Quella puzza non dovrebbe piacerci, ricorda quella di altri animali bruciati: l* esser* uman*. Se proprio non proviamo nessuna empatia verso gli animali diversi da noi, almeno cerchiamo di ricordare che animali siamo noi. Credo che questo potrebbe aiutare verso la comprensione del dolore e della morte altrui.
Senza nessuna volontà di eveganizzare (me lo sono inventato adesso, è una crasi tra vegano e il verbo evangelizzare) nessun*, ché oltretutto non ne ho proprio le forze, voglio solo evidenziare il fatto che accettare la sofferenza, la tortura e la morte di tutt* quest* esser* viventi rende più semplice accettare la sofferenza, la tortura e la morte in assoluto. Camminare in una piazza dove le persone sono tranquille e socializzano, mentre intorno a loro fanno bella mostra decine quando non centinaia di altri animali letteralmente impalati e bruciati, io vi giuro che non fa bene. Ma esisterà un modo di socializzare che non prevede la morte di qualcun*? Non riusciamo a stare insieme senza mangiare un cadavere ancora fresco? Poi viene l’impulso di morte e di carneficina. E grazie al cazzo. Tu ci vivi in mezzo alla morte e alla carneficina.
Mo’ fate quel che volete, io però questa cosa la dovevo dire.
Le immagini sono di Edouard Joseph d’Alton, naturalista tedesco.
Ripartire dal desiderio, di Elisa Cuter, edito da Minimum fax, è uscito nel 2020, ma io l’ho letto solo qualche mese fa, con molto interesse (l’autrice in un’intervista dice che il titolo non le piace e che ne è pentita, questo almeno all’epoca dell’intervista. Per quel poco che può valere, quando è uscito l’ho comprato anche per il titolo che mi è parso geniale e tale mi sembra ancora).
Il saggio è davvero interessante e merita sicuramente una lettura e credo anche un recupero dopo quattro anni e altri ancora in futuro, perché tocca dei nodi fondamentali senza usare nessuna pietà. Un approccio marxista ai femminismi a mio parere è utilissimo, non possiamo prescindere dalle dinamiche del capitalismo, non ha davvero nessun senso. Allo stesso tempo, la critica feroce alle pratiche femministe liberali è una liberazione da leggere, è proprio una cosa che fa bene al corpo e alla mente, si respira meglio. Poi però secondo me il libro si incasina e diventa anche faticoso da leggere perché, secondo la mia percezione evidentemente, è confuso, mi pare che manchi un ordine alle cose. Non è necessariamente un male, la vita è anche incasinata e quando parliamo di femminismi, capitalismo, desideri, sesso, parliamo delle persone e parliamo della vita, non è affatto detto che tutto debba essere in ordine, anzi, mi auspico che non lo sia. Nel saggio però questa confusione funziona proprio male.
Nell’ultima parte, Elisa Cuter riprende le fila di quanto detto in precedenza e in una forma più sintetica riesce di nuovo a tenere insieme il discorso.
Il punto debole non è stilistico, non è di preparazione (Elisa Cuter di quello di cui scrive ne sa a pacchi), non è ideologico, ma ho fatto fatica a individuarlo perché ne so poco, appena un’infarinatura scarsa e non riuscivo a capire; il punto debole, quello che incasina un paio di capitoli, è Lacan. Ripeto, ne so poco, di sicuro infinitamente meno dell’autrice, ma nella lettura percepivo qualcosa che non mi quadrava e leggendo poi numerose recensioni e analisi del saggio, ho capito che il problema è la visione del desiderio, che evidentemente nel libro di Elisa Cuter è centrale, lacaniana.
In un’analisi molto acuta e onesta di Franco Palazzi uscita a suo tempo su Menelique, rivista che purtroppo non esiste più, si parla diffusamente anche di questo.
Su Ghinea pure è uscita un’analisi molto interessante di Ripartire dal desiderio, non sono riuscito a capire a firma di chi, me ne dispiaccio.
Su Esquire, Raffaele Alberto Ventura ha intervistato Elisa Cuter e le risposte secondo me illuminano la lettura di Ripartire dal desiderio, che è un libro molto più anarchico di quanto possa sembrare.
Ripartire dal desiderio insomma, trovo che abbia dei limiti e che però, anche rispetto a questi limiti, sia un libro importante perché riapre con forza delle questioni che sono promettenti, che possono realmente scardinare delle prospettive anguste e infelici. Il sesso sicuramente è una di queste e nel saggio la potenza del desiderio sessuale viene analizzata con un’onestà davvero molto rara. Lo stesso si può dire della prospettiva marxista. Ripartire dal desiderio, l’autrice lo afferma esplicitamente, non va inteso solo come una nuova partenza, ma anche e soprattutto come una nuova (nel senso di inedita, mi viene da aggiungere) ripartizione in chiave marxista.
Di nuovo, proprio perché è un libro che apre molti fronti, trovo che possa essere utile da discutere in un gruppo di autocoscienza maschile, vedo che ne stanno nascendo diversi. Sono perfettamente inutili se stiamo lì a dirci che noi non faremmo mai quelle cose. Prendiamoci le nostre responsabilità una buona volta, con allegria, e ripartiamo dal desiderio.
Vi siete fumata la puntata di I.B.A.N.? Siamo ripartit*! A fine marzo abbiamo fatto un puntatone, con ospiti straordinarie, ovvero Camilla Fabbri di Rivista A\polide, Martina Limardi di Neurosifilide, silvia neonato di LEGGENDARIA . E poi un nuovo ingresso nella redazione, oltre a me, Roberta Delitala, Filippo Balestra e Jessica Sedda ora c’è l’inestinguibile Amanda Rosso.
La puntata è sempre disponibile su youtube e in questo caso abbiamo parlato di riviste, che poi significa parlare d’amore.
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