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Carlo Martello · Feb 4, 2026

Volere tutto #22

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Carlo Martello · Carlo Martello

Puntata dedicata a un libro, Uno di questi due paesi è immaginario, di Pauline Melville, edito da Tamu/Tangerine nella traduzione di Pietro Deandrea e a un film, L’avance, di Djiby Kebe. Cosa lega i racconti di Pauline Melville e il cortometraggio di Djiby Kebe? Il colonialismo.

Pauline Melville, nata in Guyana da madre inglese e padre guyanese, vive appunto in Guyana fino all’età di dieci anni circa. La sua famiglia si trasferisce a Londra nel 1950 e la vita di Melville, dopo gli obblighi scolastici, si divide sostanzialmente tra l’attivismo politico e la carriera da attrice in teatro, al cinema e in televisione. Questo per dare un quadro generale.

Da quando si è dedicata alla scrittura è stata piuttosto prolifica e infatti è autrice, oltre che di questa raccolta di racconti, anche di due romanzi (di cui solo uno, Il racconto del ventriloquo, disponibile in italiano nell’edizione Giunti e temo fuori catalogo perché sul loro sito non ce n’è traccia. Ho visto però che si trova usato) e di altre due raccolte di racconti, entrambe inedite in Italia.

Prima di fare della letteratura il suo lavoro, peraltro con immediato successo di pubblico e soprattutto di critica, ha avuto una carriera da attrice molto ricca di soddisfazioni. Ha fatto parte del collettivo musicale e di cabaret Sadista Sisters e di quello Alternative Cabaret, la cui descrizione da parte di Tony Allen, uno dei fondatori, è una sintesi esemplare di quello che vorrei vedere sempre in uno spettacolo comico: a sort of collective of comedians, musicians – dope smokers, dole scroungers, tax evaders, sexual deviants, political extremists”.

Nella sua prima raccolta di racconti, uscita in originale nel 1990 e tradotta in italiano con il titolo Uno di questi due paesi è immaginario, Pauline Melville attraversa i territori della Guyana e dell’Inghilterra con una libertà di stili, di pensiero e di immaginazione che non posso non collegare all’esperienze di cabaret, di attrice, di attivista e allo spirito punk che attraversava quegli anni.
Sulla questione del titolo che in originale è Shape-shifter e in italiano diventa appunto Uno di questi due paesi è immaginario ci sono un bell’articolo su Il Manifesto di Silvia Albertazzi e un’intervista di Antonio Panico al traduttore Pietro Deandrea su Grande Kalma.

Se è vero quindi che è possibile rintracciare nei racconti un’unità di visione umana e politica complessiva e un’attenzione particolare al realismo magico come momento della storia della letteratura in cui i popoli riaffermano il proprio punto di vista in opposizione alla tradizione occidentale e liberale, è altrettanto evidente che Pauline Melville non si limita ad applicare le strutture del realismo magico ma le usa al pari di tutti gli altri strumenti letterari di cui dispone: il realismo di tradizione inglese, il senso dell’umorismo affinato in anni di recitazione e studio dei personaggi, una sensibilità verso l* personagg* che travalica i confini e le tradizioni e diventa universale. Il colonialismo passa allora attraverso i corpi, i sogni, le ambizioni, le sconfitte, i fantasmi e smette di essere solo teoria, per quanto esatta, ma assume le forme dell* protagonist* delle storie che Pauline Melville racconta. Storie in cui non ha importanza distinguere cosa sia vero, cosa sia verosimile, cosa tradizione repressa ma mai sopita, perché non c’è romanticismo, c’è una versione working class, politicamente lucidissima e stilisticamente esemplare, di realismo magico.

Uno dei libri più belli degli ultimi mesi? Uno dei libri più belli degli ultimi anni. Non posso ancora dirlo, ma ho l’impressione che sia uno di quei libri che restano, germogliano, si trasformano, creano altro.

L’avance, di Djiby Kebe, è invece un cortometraggio in cui il protagonista, interpretato da Saabo Balde, è un pittore molto giovane che sta costruendo la sua carriera in Francia, a Parigi, dove vive. Le cose procedono anche bene, seppure a piccoli passi e il film ci dice che le opere dell’artista stanno per essere esposte in una galleria che si intuisce essere mediamente prestigiosa. Le condizioni economiche dell’accordo sono infami, ma è il mondo dell’arte. In questo scenario arriva la personaggia interpretata da Julia Faure. Irrompe il colonialismo, irrompe il capitalismo. Arrivano l’umiliazione, la solitudine, l’impossibilità di scegliere, l’incomprensione da parte della comunità di origine. Un quarto d’ora circa di film che se vuoi capire quali sono i problemi lo capisci.

I racconti di Pauline Melville e il film di Djiby Kebe sono prodotti, diciamo così, che avevo messo da parte. Il libro l’avevo comprato quando era uscito, diversi anni fa. Il corto era in attesa di essere visto da mesi. Allora è il caso che nella stessa settimana li ha fatti (ri)apparire insieme? Non è il caso, è che anche l’arte, che sia letteratura, cinema, musica, teatro, videoarte, quello che ci pare; anche l’arte, dicevo, si occupa delle strutture dei problemi, della storia dei problemi ché il colonialismo non è una novità, come non lo è il patriarcato, non lo è la povertà. Anche l’arte se ne occupa se volgiamo lo sguardo più in là della proposta capitalista mainstream. Non è snobismo, è voglia di verità.

Ogni giorno davanti a tutt* noi c’è la verità, se la vogliamo vedere. E la verità è come i racconti di Pauline Melville, le cui storie ci dicono di differenze secolari tra ner* e bianch*, tra ricch* e pover*, di quartieri costruiti in un modo e quartieri costruiti con altre esigenze. Il corto di Djiby Kebe ci dice, tra le altre cose, che il sistema ti dà solo la parvenza dell’accetazione. Se sei ner*, se sei pover*, se sei divers* puoi al limite essere espost*, non sei alla pari, non accadrà mai. Non c’è nessuno sforzo che tu possa fare. L’unico sforzo utile è contribuire ad abbatterlo questo sistema.

Dico, diciamo tutt* sempre le stesse cose e purtroppo questo è il destino: non c’è lotta di classe senza femminismo, non c’è femminismo senza antispecismo, non c’è antispecismo senza anticolonialismo, non c’è libertà senza giustizia, non c’è giustizia senza verità, non c’è anticapitalismo senza cogliere e introiettare tutte, tutte, tutte le intersezioni. È faticoso? Sì. Ci si riesce sempre? No. Bisogna continuare verso quell’orizzonte ideale. Nel frattempo se è possibile è sano condurre una vita soddisfacente e con un po’ di fortuna a tratti felice? Sì. Ballare aiuta. Aiuta sempre.

In copertina Angelo Soliman, nato Mmadi Make, la cui storia, emblematica del razzismo e della cultura che lo ha prodotto e lo produce (ovvero la nostra) è raccontata tra le altre da Olga Tokarczuk nel romanzo capolavoro I vagabondi.

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