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Carlo Martello · Oct 9, 2025

Volere tutto #18

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Carlo Martello · Carlo Martello

Flor Garduño è una fotografa messicana nata nel 1957, vivente, quindi se se ne comprano i libri ne giova direttamente lei e non eventuali eredi. È considerata una maestra della fotografia e sono sicuro che dalle persone che la conoscono direttamente sarà considerata una maestra anche di qualche altra cosa, si capisce perché ha proprio quello sguardo da maestra.

Si trovano, non in italiano, molte informazioni su Flor Garduño, è davvero molto celebre, la tecnica fotografica è ineccepibile e io passerei avanti, perché quello che si può reperire in rete è molto più accurato di quanto potrei scrivere adesso, bluffando su conoscenze che non ho. Mi faceva piacere però iniziare con delle foto dalla carica simbolica forte. Senza una ragione particolare, avevo voglia di foto dotate di carica simbolica. Succede.

Per una strana coincidenza ho letto tre libri italiani di seguito, tutti e tre con riferimenti precisi al centro Italia, due addirittura alla provincia di Sulmona. Pazzesco come le cose si incontrino da sole, a volte. Si tratta peraltro di tre libri diversissimi tra loro, che fatta eccezione della carta con cui sono stati stampati, non hanno davvero niente in comune.

Vargas ha scritto una novella: L’ultima forma di vita intelligente. Essendo lui uno scrittore niente di strano. L’ha pubblicata Zona42, casa editrice meritevolissima e che aveva già pubblicato il suo precedente romanzo, oltre a numerose altre opere non voglio dire sempre, ma spesso fondamentali nel panorama editoriale italiano malato di tisi.

L’ultima forma di vita intelligente parla di un fungo sperimentale, di rivoluzione, d’amore, pone quesiti esistenziali non banali e lo fa in poche pagine, con molti personaggi, in parte nelle Marche, in parte no, con un personaggio che parla marchigiano, gli altri no, con uno stile che ricorda il Pynchon più radicale, cioè l’unico Pynchon, quello che non ha vinto il Nobel manco a ‘sto giro.

Quando si cita Pynchon non completamente a capocchia di babà ci si prende la responsabilità di individuare quantomeno due caratteristiche di base: la ricchezza dell’intreccio e lo stile. Ce n’è un terzo, è la militanza.
Esistono tanti modi di scrivere e sono tutti politici, che lo vogliano o meno. Vargas e Pynchon scrivono libri politici esplicitamente, il che significa che attraverso il genere della fantascienza o l’etichetta del postmoderno (ma potrebbe scrivere qualunque altra cosa e il discorso non cambierebbe) parlano al presente e del presente che abitiamo.

Gli istrici, di Valentina Di Cesare, edito da Caffèorchidea, di cui possiamo leggere su Il Manifesto un’intervista di Francesca Maffioli all’autrice molto riuscita e interessante, è soprattutto un libro semplice, che non significa facile da scrivere, tutt’altro, ma piuttosto che si propone di raccontare una storia il più possibile accessibile, perché davvero chiunque ne possa cogliere le ragioni e i sentimenti. Siamo di fronte, in altri termini, a un’autrice di estrema generosità, che in un certo senso si annulla pur di raccontare bene, chiaramente, cos’era e cosa è diventato il paesaggio naturalistico, urbano e soprattutto umano dei paesi intorno Sulmona. Il discorso si può estendere evidentemente a tutta l’area appenninica e a tutto il meridione, a tutte le aree d’Italia cosiddette depresse (che depresse non sono affatto, siamo noi che le svuotiamo di persone e le rendiamo meno familiari).

Attraverso le storie di quattro personaggi principali, Di Cesare ci parla di geografia urbana, di relazioni, di emigrazioni (un fenomeno italiano storico, che non si è mai fermato), di lavoro, di morti sul lavoro, di capitalismo e di nuove possibilità

La bottega del pane, di Lucio Di Cicco, L’orma Editore, racconta invece centovent’anni di storia di Sulmona, città natale dell’autore. Chi conosce già Di Cicco dal romanzo precedente, Vita avventurosa di un’acciuga cantabrica (sempre per L’orma), si aspetterà di sicuro un romanzo ricchissimo, che non si accontenta di raccontare con episodi storici autentici la storia di una cittadina e difatti La bottega del pane è sì un romanzo storico accurato, ma è soprattutto un romanzo in cui la grande storia serve a raccontare la storia degli ultimi e delle ultime, in una prospettiva fortemente marxista.

Ogni capitolo, e sono tanti, brevi ma tanti, racconta la storia di una donna o di un uomo divers*, eppure il romanzo non si sfilaccia mai ed è un esempio di coralità riuscitissimo, che si muove a partire dai sentimenti e dai bisogni primari, la fame, la casa, l’amore, l’amicizia, la conoscenza, il pane, da cui il titolo.

Gli stili si accavallano, si passa dal fiabesco del primo capitolo, al racconto etnografico, al giallo di uno dei capitoli più spassosi, alla tragedia, al realismo, al grottesco, ma di nuovo, Di Cicco è capace di non perdere mai l’unità del romanzo e di non farla perdere a chi legge, perché fortissima è l’unità del pensiero su cui è stato costruito il libro e i sentimenti sono tanti, tutta la gamma umana, ma uno prevale ed è quello che ci dice, con chiarezza, che la lotta non è finita, che la resistenza è ancora in piedi e che, in definitiva, non è ancora finita.

Ho avuto la fortuna e il piacere di poter parlare con l’autore presentando il romanzo allo scarso pubblico presente (perché questi festival letterari la devono finire di sovrapporre gli eventi, non ha nessun senso se non il guadagno di chi li organizza. La logica è palazzinara, si costruisce, poi non è importante che i palazzi vengano abitati, l’importante è costruire. Così non andiamo da nessuna parte). È stato assolutamente naturale trovarci a parlare del popolo palestinese e del genocidio in corso, perché il pane di Sulmona è il pane di Gaza, che è il pane di tutto il mondo.

Quella bella persona di Essepi si è inventato una newsletter nuova. Si chiama Mancala, palerà di giochi, ma conoscendolo parlerà di tutto, con generosità.

Per l’antologia Onoralamadre, a cura di Barbara Belzini (curatrice eccellente e persona deliziosa), edito da Edizioni Low, ho scritto un racconto, Tracce, il cui risultato non è compito mio valutare qui, ma che posso dire di avermi messo in difficoltà e richiesto molto più tempo di quanto avessi previsto.

Il punto non è stato solo affrontare il tema della maternità - evidentemente molto complesso e per un uomo a fortissimo rischio pernacchia -, ma provare a farlo da una prospettiva che non fosse solo privata. Proprio perché il privato è politico, trovo che bisognerebbe fare molta attenzione prima di cantarsi tutti i cazzi propri in un libro. Non dico che non si possa fare o che non si debba fare, anzi, è spesso un’operazione meritevole. E non voglio neppure insistere sulla contingenza per cui l’industria letteraria in questo momento premia questo tipo di scrittura, perché sono tendenze, mode, come arrivano se ne vanno, non vorrei perderci troppo tempo.

Proprio perché il privato è politico, che dimensione diamo al nostro privato quando lo posizioniamo davanti a un pubblico, ampio o meno non ha nessuna importanza? Questa è la domanda principale che mi ha messo in difficoltà e una delle principali che ha mosso il racconto presente nell’antologia.
Come faccio a parlare di me, di mio figlio, di sua madre, di mia madre, di mia nonna, perché se parlo di maternità inevitabilmente ci saranno loro nel mio discorso più o meno inconscio; come faccio a dire e scrivere questo senza scadere nel racconto di me che non è particolarmente interessante? Come tutto questo diventa politico e quindi potenzialmente universale, posto che riesca?
Soluzioni ce ne saranno infinite, tutte giuste o sbagliate, come sempre. Riflettendo, scartando decine di bozze e divers* personagg*, ho individuato tre stratagemmi per cercare di stare dentro la mia storia e fuori dalla mia storia:

  • ambientarla nella cittadina in cui sono cresciuto;

  • inventare di sana pianta tutt* l* personagg*, ogni dettaglio, i loro corpi, le loro storie, tutto. Lasciare che le persone della mia famiglia finissero dentro l’invenzione senza premeditazione, come in un qualsiasi altro racconto che ho scritto. Esserci per sentimento e armonia e non per programmazione;

  • frammentare la trama e copiando allegramente da Manuel Puig e da un’infarinatura di ricerca di storia orale (vale a dire che ho osservato un’altra persona che faceva le interviste), provare a essere intimista con un linguaggio d’azione, che si sviluppa nel presente della narrazione

E vediamo com’è andata, qualcun* mi dirà.

In questa antologia ci sono altresì i racconti di Chiara Bersani, Esther Bondì, Giuseppina Borghese, Nadia Busato, Alessandra Carnaroli, Guido Casamichiela, Francesca Manfredi, Alessandra Minervini, Stella Poli e Ivano Porpora.

È tutto, è finito lo spazio. Volevo parlare di I.B.A.N. Baretto, di I.B.A.N. (quello lungo), di amore, di cortei, di Palestina, di come starci dentro ora che arriva l’inverno. Sarà per il #19.

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