Questa e le successive due fotografie sono di Piotr Zbierski, fotografo polacco contemporaneo che mi pare interessante e di cui però non so nulla. L’ho scoperto da pochissimo e sto ancora approfondendo.
E questo tanto per iniziare.
Poi, senza alcuna ragione che non sia la miscellanea del mio cervello: qualche giorno fa ho recuperato questo documentario su Radio 3, La Torre Marina a Marina di Massa.
Fa parte della trasmissione storica Tre soldi. Quasi sempre vale la pena recuperarli.
Sempre con l’audio, con il sonoro, con il senso dell’udito, seguendo dei principi diversi ma non troppo, sta lavorando da qualche tempo . Il suo Diario di ascolto, giunto al sesto episodio, è una delle cose che mi rimette in circolo energia buona.
È un diario aperto, generoso, da sfruttare.
Questa è la copertina, opera di Susan Orlok, di un racconto che ho scritto non troppo tempo fa e che è stato pubblicato su a fine giugno. Lo so che MLM l’ho fondata io, ma non me lo sono pubblicato da solo, cosa che pure si potrebbe fare, peraltro, a patto di riconoscerla. Questo racconto è stato sottoposto allo stesso processo di valutazione cui sono sottoposti gli altri racconti che riceviamo.
Evidentemente è più difficile dire di no a me mentre li guardo in riunione che non ad un’altra persona cui rispondere via mail. Ma mi è stato detto di no in passato. Ho accettato il rifiuto come hanno dovuto fare tutt* l* altr*.
In questo caso, il racconto mi sembra buono, non ottimo, non eccezionale, c’è di meglio. Ma credo sia buono. Vorrei cogliere quindi l’occasione per fare una cosa che volevo fare da tempo e che mi posso permettere perché l’ho già fatta per altr* autor* quando ho potuto, ovvero analizzarlo brevemente.
Sarebbe stato certo più gratificante se questo fosse stato fatto da qualcun* che non sono io. Ma non è accaduto e non accadrà. In ogni modo, il punto non è dire che il racconto è bello, bellissimo, necessario. Si può leggere, si può fare altro, del tutto legittimamente. Chi non lo legge vive bene lo stesso. O male lo stesso. Ma questo non dipende da me e auguro le migliori fortune a tutt*.
Il punto è dire pubblicamente - e sarebbe stupendo se lo facessero anche altr* autor* - cosa mi ero ripromesso di fare con questo racconto, in modo che possa essere giudicato per il suo reale tentativo, riuscito o fallito.
Quanto ego ci vuole per un’operazione del genere? Non poco. Difatti è un filo sottile. Spero di non cadere troppe volte. Per non rischiare troppo il filo l’ho tenuto basso.
Però è anche e soprattutto un atto di generosità. Voglio dire che volevo tirare lì, in quell’angolo. E lo dico a tutt*. Ormai il racconto è scritto. Mi aspetto che ci siano anche le pernacchie. Solo vorrei si sapesse che ora ho detto tutto.
Qualche anno fa ho letto Mai più pene né oblio, di Osvaldo Soriano, e mi ha folgorato. Ho gusti molto ampi, mi piacciono cose anche molto diverse da Soriano, ma quello che importa qui è che da quando l’ho letto mi sono detto immediatamente: voglio fare una cosa così, con questo ritmo forsennato e che sembri una cosa da maschi senza esserlo. Freight train, il racconto che ho scritto io, nasce in primo luogo da questo desiderio, da questa volontà di imitazione di Soriano.
In seguito si è aggiunta la volontà di scrivere qualcosa che restituisse all* lettor* le sensazioni di uno sciopero vinto, di una manifestazione andata davvero bene, di una conquista, di una lotta a lieto fine. Senza ingannarci sull’orizzonte definitivo, quello non lo raggiungeremo mai, ma insomma, una battaglia vinta.
In una prima versione il racconto aveva invece un finale drammatico. Aveva senso, ma non mi è parso il momento di raccontare la sconfitta, quella la stiamo vivendo. Volevo provare a far sentire in chi legge l’eccitazione del futuro possibile, l’energia della lotta condivisa.
Questo è il proposito più importante del racconto.
Freight train è pieno di personagg*, quasi tutt* uomini, perché volevo che un uomo eterosessuale lo potesse leggere riconoscendo delle strutture consolidate, dialoghi in cui ritrovare un modo di parlare già introiettato. L’idea era: è un racconto d’azione con tre personaggi principali uomini, ma poi senza femminismo non vanno da nessuna parte e lo sanno, lo accettano. La parte dell’accettazione maschile è andata a Muhammad Ali, quella più paternalista a Pete Seeger. Fin qui era tutto pianificato (con in più una serie di altre cose minori). Poi Pete Seeger è diventato un personaggio più importante del previsto. Ho dovuto informarmi meglio sulla sua biografia, sul pensiero, ho riascoltato molti brani, scoperto un uomo non semplice e piuttosto rigido, ma estremamente buono. Tutto lascia pensare che Pete Seeger fosse davvero una persona buona. Scrivendone mi ci sono talmente affezionato che ora alcuni brani mi commuovono.
L’ultimo obiettivo, quindi, era rendere questo ritratto di Pete Seeger qualcosa che raccontasse davvero dei pezzi di Pete Seeger. Se un* familiare di Pete Seeger dovesse mai leggere Freight train vorrei che ce lo ritrovasse. Non succederà mai. O conoscete qualche parente di Pete Seeger?
Qui c’è il racconto - Freight train -. Non mi aspetto che qualcun* risponda davvero, ma la vita è imprevedibile.
Non sempre ho scritto cose per cui mi sarei esposto così tanto, spero di continuare a farlo.
Il mondo sta andando a scatafascio, non ci sono più parole che non abbiamo detto miliardi di volte.
Quello che sta succedendo in Palestina è un punto di non ritorno, è quello che si era detto mai più. E invece ancora.
Da una persona fidata, su facebook (sic) ho scoperto questa associazione: Una Terra in Comune - Sostegno Diretto alle Famiglie di Gaza. Se non vi convince questa, ce ne sono altre, da quelle più grandi e istituzionali a quelle più piccole. Chi può fare qualcosa lo faccia.


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