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Carlo Martello · Jun 13, 2025

Volere tutto #15

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Carlo Martello · Carlo Martello

Compagn*, amic*, qua non c’è un cazzo da ridere.

Il genocidio del popolo palestinese continua e ormai siamo al punto, da parecchio in verità, che va bene tutto, basta che finisca. Poi si ricomincerà a ragionare, ma è necessario fermare l’assassinio sistematico e pianificato di un popolo.

Il referendum è andato com’è andato e non ho particolarmente voglia di produrmi in analisi già fatte molto meglio di come potrei fare io.
Voglio aggiungere solo che se fosse stato un obiettivo politico davvero importante sarebbero stati investiti molti più soldi, le città sarebbero state invase da manifesti, le ragazze e i ragazzi avrebbero avuto adesivi da appiccicare ovunque, ci sarebbe stata la musica della vittoria. Invece i soldi non ce li hanno messi, se la sono giocata ed è andata male.

Per tutto il resto delle analisi, rimando ai post di Francesca Coin, Amanda Rosso, Stefania N'Kombo e Fatjona Lamçe, persone che a vario titolo si sono spese moltissimo durante la campagna, come molte altre, cercando di supplire con l’attivismo, la militanza, i propri corpi e le proprie esistenze alla mancanza di volontà politica della classe dirigente di questo Paese. Tutte loro, e altre insieme a loro, dicono tante cose ma una le accomuna: non disperdere il patrimonio della lotta.
Nel mio piccolo, spero di riuscire a contribuire.

Non avete visto l’ultima puntata di I.B.A.N. Baretto, in cui parliamo di Kiarostami, dell’universo e tutto quanto e domandiamo i soldi, alla fine della trasmissione, per la Palestina? Guardatevela, è carina. Oppure non fatelo se non avete voglia, ma cacate i soldi per la Palestina. Il link è proprio per fare una donazione. Chi può faccia questa cosa.

Pausa sigaretta. Metto una foto che ho scattato io per ingannare l’attesa.
Ancora Palestina? Ma che è una fissazione! Eh, un po’ sì, sai com’è, l* stanno sterminando.

All’inizio del secondo mandato di Trump, la cui campagna elettorale è stata finanziata e apertamente appoggiata dagli uomini più ricchi del pianeta, non casualmente a capo delle aziende più potenti (Amazon, Meta, X e tutto il cucuzzaro di Musk, dallo spazio alle auto, eccetera eccetera), di fronte alla spudoratezza con cui Zuckerberg e Musk hanno di fatto cancellato dai social di loro proprietà qualunque possibilità di dissidenza, nella mia bolla si è iniziato a parlare, con più o meno indignazione, di migrare altrove e smettere di lavorare gratis per dei nazisti e iniziare a farlo solo per degli sporchi capitalisti, che non è esattamente il sol dell’avvenire, ma insomma, ci siamo capiti.
Questo è il motivo per cui sono qui. Ho aperto Substack perché la proprietà è solo di sporchi capitalisti. Ingenuamente mi aspettavo di vedere qui o altrove (Mastodon? Bluesky?) gran parte della bolla letteraria-intellettuale-di sinistra di cui, volente o nolente, faccio parte. Be’, non è accaduto. Sono tutt* ancora su facebook e instagram. Qualcun* è anche qui.

Prendo atto che per le ragioni più diverse, di carattere politico o personale - che sono evidentemente legate e non lo scopro io e non lo scopriamo oggi - la scelta è stata questa. Non voglio giudicare nessun* e tra le persone che hanno fatto questa scelta ce ne sono alcune verso cui provo una stima infinita e inalterata. Credo però che ci dobbiamo interrogare tutt* sulle ragioni personali e collettive per cui una cosa tutto sommato non così difficile non è accaduta, non si è creato un movimento di massa efficace. Perché? Vorrei che partissimo da questa domanda.

Per ragioni personali (cazzeggio, quel po’ di ego che coltivo, comunicazione delle cose che facciamo con Malgrado le mosche) e per ragioni politiche (evidentemente la cassa di risonanza di qualunque cosa è ancora lì e soprattutto per quanto riguarda Malgrado le mosche non posso bruciare un patrimonio di relazioni) anch’io, dopo mesi di boicottaggio, sono tornato su Meta. Non ne sono felice, mi fa più schifo di prima, ma questo è successo. Non lo userò più come prima, anche perché senza Meta, al di là di tutto questo discorso, la mia vita è nettamente migliorata (delle ragioni ne parla benissimo e diffusamente Eleonora C. Caruso, che evidentemente è più dura di me a cedere e spero resti come faro a illuminarci la possibilità di mandare affanculo Meta e soci per sempre).

Il mio uso dei social, ormai da anni, varia tra il cazzeggio e l’esposizione del mio privato-politico. Mi sembra l’unico modo sensato, per me, non dico per altr*, di usarli. Questa è la ragione del pippotto che ho scritto e che vivaddio è finito.

V., di Thomas Pynchon, Einaudi.
Non l’avevo ancora letto, è un romanzo su cui si possono scrivere e sono state scritte delle tesi di dottorato, io non mi cimenterò nell’impresa. È molto bello, meno incasinato di quanto si dica, molto doloroso, estremamente generoso.

Infami, di Luis Reynaldo Pérez, Edizioni Arcoiris.
Lettura di cui devo ringraziare silvia_tebaldi. Si tratta di una raccolta di racconti che però sono sostanzialmente un romanzo di questo autore di Santo Domingo molto interessante, perché ha uno sguardo per niente pacificato e una visione della scrittura molto poetica, rara da trovare nella proposta contemporanea. Capolavoro? No. Molto interessante? Sì. Abbiamo letto di peggio? Avoja, ma manco a dirlo.

Cose che non voglio sapere, di Deborah Levy, NN Editore.

Il libro è molto bello, la copertina e tutta la confezione a me mi fa tirare delle bestemmie e mi innervosisco solo a pensarci, non ne voglio proprio parlare. Pensate di vendere più copie così? Ne vendete di meno. Se questo libro non me l’avesse consigliato la libraia di Bookmorning (Genova, via della Maddalena), non l’avrei mai comprato.

È la prima parte di tre del memoir dell’autrice. Anch’io sono stufo di memoir ma questo è bello. Succedono tante cose, non è affatto ombelicale e la scrittura è densa e potente. Consigliatissimo, nonostante le frasette dell’editore.

L’incredibile storia di Callista Wood che morì otto volte, di Manuela Montanaro, Neo Edizioni.

Perché un’autrice della provincia di Bari deve scrivere una storia con decine di personagg* tra il South Dakota e l’Alaska, ambientando per la maggior parte il tutto in un paesino reale dove non ha mai messo piede? Perché lo fa benissimo e perché, non voglio risultare troppo romantico, ma se è vero come è vero che bisogna scrivere di quello che si conosce (e/o studiare per conoscere), questo vale anche per quello che si conosce con il cuore.

Chi vuole conoscere cosa e come scrive Manuela Montanaro può farsi un’idea con i molti racconti che ha scritto per varie riviste italiane, tra cui Malgrado le mosche (ma anche ‘Tina, Crack, eccetera).

Quando abbiamo fatto la presentazione di Ultima chiavata, volume ormai mitologico di Malgrado le mosche e purtroppo esaurito (le ultimissime copie sono solo da Antigone Milano, in Via Kramer), ne ho approfittato per vedere due mostre a Palazzo Reale. Senza sconti costano 15 euro l’una (a facc ro cazz, lo so), ma durano ancora un po’ e potendo vale la pena.

Io sono Leonor Fini.
Non sarebbe il mio, ma è talmente potente quello che ha fatto questa donna che ho avuto un’illuminazione durante il percorso della mostra e devo assolutamente scrivere una cosa che mi si è presentata davanti agli occhi solo grazie alle sue opere. Non succede tanto spesso e lo auguro a chiunque perché è una sensazione tra le più gratificanti.

Mario Giacomelli. Il fotografo e il poeta.

Invece Giacomelli lo conoscevo meglio, mi è sempre piaciuto tantissimo, ma nessuna illuminazione. È la vita. La mostra però, pur essendo meno ricca di quella dedicata a Leonor Fini, merita assolutamente una visita.

Oltre alle fotografie di Giacomelli, comprese le più celebri, la mostra presenta degli scritti di Giacomelli stesso e dei poeti con i quali o sui quali ha lavorato. Una lettera di Permunian è straziante. Gli appunti di Giacomelli di una forza morale smisurata.

Immagino sia percezione comune il fatto che ci siano sempre meno soldi a disposizione per le persone comuni, per le lavoratrici e i lavoratori. Be’, non è una percezione e allo stesso tempo lo è. I soldi sono sempre gli stessi ma valgono meno, vale a dire che il potere d’acquisto è diminuito. Insomma, senza che ce ne fossimo accort* siamo più pover*.

Nella storia dell’umanità non c’è mai stato un divario così ampio tra chi detiene la ricchezza e chi no.

In questi ultimissimi mesi ci sono stati diversi scioperi per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, nella logistica gli scioperi e i picchetti vanno avanti da anni, non parliamo delle condizioni di lavoro nella ristorazione e nel turismo e potrei proseguire.

In questo scenario, nella bolla letteraria parlare di soldi (o della loro assenza, della nostalgia del denaro, dell’elemento fantastico dei quattrini) è ancora visto come una bestemmia. Ma le bestemmie ve le tiro io a voi. Il punto vero è che la “selezione all’ingresso” dell’industria editoriale è strutturata per far fare un lavoro bello, perché di suo sarebbe un bel lavoro somigliando poco al lavoro, solo a chi è ricc* di famiglia. Lo stesso si può dire per il cinema, il teatro, ecciotera ecciotera.

In questo momento ci possiamo limitare all’invettiva e alla lotta più o meno sotterranea, ma prima o poi vi veniamo a prendere. Intanto godetevi la vita, perché non durerà in eterno.

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Read the original on carlomartello.substack.com

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