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Carlo Martello · May 20, 2025

Volere tutto #14

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Carlo Martello · Carlo Martello

Numero in cui si passa da una cosa all’altra davvero senza punti di contatto, ma prima di lasciare libero sfogo alla collezione di cose scoperte o ricordate in questi ultimi giorni, una cosa importante, l’unica cosa importante: i referendum di giugno.

Ho rubato l’immagine all’Arci, più che altro perché mi piacevano la tonalità di rosso che hanno usato e lo slogan, una volta tanto semplice e azzeccato, secondo me.

Il punto però ovviamente sono i referendum. Cinque quesiti, di cui quattro sul lavoro e uno sulla cittadinanza. In estrema sintesi: riguardo alla cittadinanza, si propone di dimezzare da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale in Italia per la richiesta di concessione della cittadinanza italiana.

È poco? È pochissimo, è una vergogna. Ma nonostante questo è un passaggio che cambia letteralmente la vita di tantissime persone.

Stamattina in proposito ho letto per caso un post di Fatjona Lamçe su fb. Lo riporto integralmente: “Pochi mesi dopo aver gettato nel mondo la mia primogenita, mi è arrivata una raccomandata dalla Questura in cui mi si chiedeva di andare all’Ufficio Immigrazione per un appuntamento. Era - credo- ottobre, Marie aveva 6 mesi e io me lo sono portata con me. Ero felice, perché avevo fatto domanda per la carta soggiorno e finalmente me l’avrebbero data, così non avrei dovuto più rinnovare il permesso di soggiorno ogni due anni, avrei pure risparmiato qualche soldino. Arrivata in questura, mostro la lettera, il poliziotto mi guarda, scruta la bambina, e mi dice di seguirlo. Non mi mette nella solita fila. Mi accompagna per i corridoi e lascia davanti a una porta da dove, dopo un po’ di attesa, esce una poliziotta. Lei mi chiede di sedermi, si congratula per la bambina, e mi dà un foglio in cui c’è scritto con caratteri cubitali “FOGLIO DI VIA”. Lo guardo allibita, chiedo alla poliziotta se mi sta veramente dando un foglio di via? Risponde di sì. Ma perché? Non mi dà molte risposte, dice che c’è scritto tutto nel foglio. Arrivederci. Dico, ma è 18 anni che sono in Italia. Sono qui da quando ne avevo 11, mi state veramente dando un foglio di via? Nel foglio di via c’era scritto che dovevo lasciare il Paese entro 10 o 15 giorni, non ricordo bene.

Avevo cambiato residenza, non mi avevano trovato nella nostra vecchia casa e questo rendeva il nostro matrimonio finto secondo loro. Per cui, foglio di via. Alla fine, con un po’ di patemi e soprattutto qualche articolo di giornale, quella storia si è risolta. Ma è uno dei tanti racconti che potrei scrivere sul mio complicato rapporto con i permessi di soggiorno, le loro date di scadenza, le ricevute, le file negli uffici immigrazione. Potrei raccontarvi di quella volta che mi hanno rimandato indietro alla frontiera croata, dove volevo andare in vacanza con la mia famiglia e la bambina piccola appena nata (non andava bene la ricevuta della richiesta del rinnovo, e il poliziotto croato non era interessato ai tempi lunghissimi necessari alle questure italiane per darti un permesso di soggiorno rinnovato). Oppure di quando ero studentessa incasinatisima e con la testa tra le nuvole e mi dimenticai di presentare la domanda per il rinnovo in tempo (erano cambiate le tempestiche e io non lo sapevo) e il mondo che ho dovuto mobilitare per porre rimedio. Potrei scrivere anche un romanzetto divertente su tutte quelle volte che il Paese dove sono cresciuta, dove ho studiato, pensato, immaginato, amato, dove ho vissuto tutta la mia vita adulta, ha cercato di cacciarmi via a calci nel deretano. Tanto materiale ho.

Ma - salvo qualche albero - e riassumo quello che in realtà vorrei dire: io ho sognato, per anni, tanti, troppi*, sognato, come chi sogna di fare il calciatore, io ho sognato che questo Paese riconoscesse, RICONOSCESSE, tutte le storie che lo compongono, anche quelle un po’ più arzigolate, in particolare riconoscesse le storie di tutti quei bambini, su cui peraltro investe, che hanno i genitori che vengono da altre parte del mondo, ma crescono qui, insieme a tutti gli altri. Ho sognato che non ci fosse bisogno di fare domanda per diventare cittadini italiani. Io non la volevo fare, io volevo che fosse riconosciuto a me come ad altri, quello che siamo. Io vorrei che i bambini che vanno a scuola con le mie figlie non debbano fare le file in questura, o chiedere la cittadinanza, o sentirsi stranieri nel posto in cui hanno sempre vissuto.

Da anni, da quando io ero adolescente, ragazzi sono passati 20 anni!, si parla di leggi che facciano questo, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di portarle avanti. Ius soli, ius scholae, ius soli temperato. Stronzate. Nessuno le ha mai volute veramente.

L’8 e il 9 giugno si vota per un quesito referendario che riguarda il tema della cittadinanza. Non si poteva proporre una legge sullo ius soli, si poteva solo chiedere di abrogare parte della legge del ‘92, e ridurre gli anni che servono per fare domanda. Francamente non è questo che avrei voluto, ma è comunque tanto. Davvero tanto. Può cambiare in meglio la vita di molte persone. Se davvero passasse, vorrebbe dire diminuire notevolmente le tempistiche per fare la domanda, e con i genitori ne gioverebbero anche i loro figli.

Di questi referendum non sta parlando nessuno, per motivi che possiamo intuire, ma non è detto che sia una pagina già scritta. Convinciamo qualche indeciso, facciamo una chiamata, mandiamo una mail. E soprattuto andiamo a votare.

Gnamo!

I quattro quesiti sul lavoro sono leggermente più tecnici, ma assolutamente comprensibili. Si tratta di abrogare, cioè cancellare, una serie di norme che rendono il lavoro al momento più precario e meno sicuro.

Non entro nei dettagli non per pigrizia, ma perché c’è chi l’ha già fatto meglio di me. Il comitato per il sì (ovvero il comitato che propone e organizza il referendum e che ha raccolto le firme necessarie), spiega benissimo cosa ci si propone di cambiare.

Qui l’Arci - di nuovo, del resto stanno facendo un’ottima campagna - riassume in modo diverso gli stessi concetti.

Votare sì ai cinque quesiti del referendum risolve i problemi del Paese magicamente? No. Ci mette però una ricca pezza e potrebbe realmente aiutare milioni di persone precarie o in attesa dei documenti e sappiamo benissimo che le due categorie di persone tendono a coincidere drammaticamente. In altri termini, qui non si vota per cambiare vai a sapere quale cavillo, si vota per delle norme che definiscono in maniera estremamente concreta la vita delle persone. Essere riassunti in caso di licenziamento senza giusta causa fa la differenza. Aspettare cinque anni o dieci anni per poter fare la domanda di cittadinanza cambia tanto, fa la differenza.

In verità, ai Folkabbestia, band storica, sono anche affezionato. E in maniera sincera. E bisogna dire che sono un gruppo che è davvero nella storia della musica italiana per almeno due ragioni, una che mi pare una cazzata muscolare, ovvero il fatto che, copio da Wikipedia: “Sono entrati nei Guinness dei primati nel novembre del 2003, per aver suonato a Milano la stessa canzone per 30 ore consecutive (battendo il record stabilito in precedenza da Elio e le Storie Tese). La performance venne trasmessa in diretta radiofonica dal network di Radio Popolare.” Contenti voi, contenti tutti.

L’altra ragione però è un pezzone clamoroso. E chiunque abbia avuto vent’anni o giù di lì nei primi 2000 l’ha ballato. Eccolo, non ha bisogno di ulteriori presentazioni:

Ora, questo gruppo che ha fatto cose giuste, poi produce questo disco che, in tutta onestà, faccio fatica a comprendere. È brutto in modo doloroso.

Per chi ha il coraggio di ascoltarlo, si trova su Spotify e immagino anche altrove. Nel senso, è tra noi.

Per dare un’idea del dolore che ho provato, metto la loro versione di Giovanni telegrafista, una delle canzoni italiane più belle e strazianti di sempre. Loro la fanno così, dio incatenato.

Con questo disco hanno vinto pure un premio, perché il male non conosce confini.

Lo metto qui, senza commenti (ma ci arrivi pure se clicchi sull’immagine. Potenza dei link!).

Quando qualcun* di voi ha bisogno di pensare che in fondo ce la possiamo ancora cavare, può andare a ripulirsi gli occhi e il cervello (sì, Alfredo Jaar è il padre di Nicolas Jaar, ma questo è un altro post, come si dice).

Vi è sfuggita la puntata #6 di I.B.A.N. Baretto con Caterina Iofrida e Amanda Rosso? Nessun problema, succede, la vita è un casino per tutt*. Non stateci nemmeno a pensare. Eccola qua.

Non ne posso più del limite dei caratteri. Padroni dei social e del mondo, non lo decidete voi se devo scrivere, quanto devo scrivere, se devo stare zitto. Parlo e scrivo quanto cazzo mi pare e piace e se mettete i limiti faccio le puntate, i commenti, i collegamenti, non mi fermerete mai. Un modo per aggirare questa cosa lo troverò sempre e spero che lo trovino tutt*.

Il limite dei caratteri è un limite capitalista. Sono serissimo. Sappiamo essere lapidari* se vogliamo. Ma il limite dei caratteri è una forma di censura, perché chi ha i mezzi (tra cui evidentemente il tempo necessario) per fare le grafiche, le cose fatte bene secondo le VOSTRE REGOLE, passa il valico, chi scrive, magari con una forma scomposta, perché quello è il suo mezzo, il valico non lo passa mai. Mi avete rotto il cazzo. Spero abbiate fatto lo stesso con tant* altr*. Vogliamo parlare come ci pare, non con le regolette che fate voi per ottimizzare i profitti. Scrivo, dio santo, dei papielli che meglio se non mi fate innervosire. E n’appoc stong po’ accummenc a scriv solo in dialetto.

Lasciamoci in pace, con una cosa bella. Se i Monty Python tornassero, compreso Chapman da sottoterra, il mondo migliorerebbe di colpo.

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Read the original on carlomartello.substack.com

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