Non cincishiamo e iniziamo questa puntata prima di entrare in cabina, che non vorremmo creare code ai seggi. Ma prima di tutto, condividete con i vostri amici indecisi: ve ne saranno sicuramente grati.
I seggi saranno aperti domenica 22 marzo dalle 7 alle 23 e lunedì 23 marzo dalle 7 alle 15. Subito dopo inizierà il breve scrutinio. Per votare serve un documento di riconoscimento con foto e la tessera elettorale con almeno uno spazio libero all’interno (se non ne aveste più, presso l’ufficio elettorale del vostro comune ve la rinnoveranno il giorno stesso, durante tutto l’orario di apertura dei seggi).
Contestualmente al voto referendario si terranno anche due elezioni suppletive per la Camera dei Deputati: vanno al voto i collegi uninominali di Rovigo e Selvazzano Dentro, entrambi in Veneto.
Il referendum popolare previsto dall’articolo 138 della Costituzione fa parte del procedimento legislativo aggravato previsto per modificare la Costituzione.
Siccome alla Camera e al Senato è mancato il quorum dei due terzi nel secondo voto, un quinto dei membri di una camera, 500.000 elettori o cinque consigli regionali hanno potuto chiedere che la riforma venisse confermata da un referendum.
Per spiegare come siamo arrivati a questo voto ci sono due versioni: una molto lunga, che parte dal dibattito nella Costituente, passa per la bicamerale d’Alema del 1997 fino alle vicissitudini giudiziarie di Silvio Berlusconi, e una ben più breve, che si svolge in questa legislatura.
Ci limiteremo alla seconda, aggiungendo solamente che la separazione delle carriere era da decenni un punto fondamentale per il compianto Berlusconi. Per questo motivo, la riforma era stata inserita nel programma del centrodestra per le elezioni del 2022, insieme all’autonomia differenziata di ispirazione leghista e al premierato spinto da Fratelli d’Italia.
L’iter della riforma inizia il 29 maggio 2024 con l’approvazione in Consiglio dei Ministri. Il testo viene quindi inviato alla Camera il 13 giugno, dove comincia il suo iter parlamentare restando poco meno di cinque mesi in Commissione. L’approvazione dell’Aula arriva a gennaio 2025, mentre la prima lettura al Senato termina il 22 luglio. La riforma confermata dal Senato è identica al testo iniziale: per la prima volta nella storia della Repubblica una riforma costituzionale è scritta dal Governo e non viene modificata dal Parlamento. Anche i parlamentari di maggioranza, che pur avevano espresso alcuni dubbi su alcuni aspetti puntuali, vengono invitati a ritirare i propri emendamenti.
Per la seconda deliberazione la maggioranza accelera, considerando il desiderio del Governo di arrivare al referendum entro la primavera del 2026. Così il secondo esame alla Camera si conclude in gran fretta già a metà settembre 2025, con il ritorno del testo al Senato che anticipa i tre mesi previsti per la seconda deliberazione. La riforma viene quindi infine approvata e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre.
Subito, i parlamentari di maggioranza e opposizione iniziano la raccolta firme per chiedere il referendum: l’Ufficio centrale per il referendum approverà le richieste con la propria ordinanza del 18 novembre e il Governo a gennaio deciderà le date della votazione. Successivamente (e dopo alcune diatribe legali che vi risparmiamo) verrà accolta anche la richiesta avanzata tramite la raccolta delle 500.000 firme, che farà modificare leggermente il testo del quesito ma non la data del voto.
Il testo riportato sulla scheda sarà il seguente:
Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?
Si vota tracciando un segno sul SI o sul NO. Votando SI vi esprimete a favore della riforma, votando NO invece rifiutate la modifica e vi esprimete per il mantenimento del testo costituzionale corrente.
Il referendum non prevede un quorum. Qualsiasi sia l’affluenza, se vince il SI la riforma entra in vigore, se vince il NO viene bocciata.
Prima di addentrarci nella riforma, un bignamino su come funziona oggi la magistratura.
Bisogna subito distinguere tra la magistratura ordinaria, che si occupa di diritto civile e penale, e le magistrature speciali, ovvero quelle amministrativa, contabile, tributaria e militare, che hanno regole loro e che non sono toccate dalla riforma.
La Magistratura ordinaria è un ordine autonomo e indipendente dal Governo e dal Parlamento ed è diretta dal Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), l’organo di autogoverno dei magistrati. Questo è formato dal Presidente della Repubblica, dal Primo Presidente e dal Procuratore generale della Cassazione e da 30 eletti (20 dagli altri magistrati, detti membri togati, e 10 dal Parlamento in seduta comune, detti membri laici). Il CSM ha il compito di valutare il lavoro dei magistrati, di decidere le nomine agli incarichi dirigenziali e di sanzionare in caso di procedimenti disciplinari.
Tutti i magistrati fanno parte dello stesso ordine, la Magistratura, e vengono assunti con lo stesso concorso pubblico. I magistrati si dividono però in base alle funzioni che svolgono: tra magistrati giudicanti (i giudici per intenderci, quelli che decidono) e magistrati requirenti (i pubblici ministeri o PM, quelli che svolgono le indagini e il ruolo dell’accusa per conto dello Stato). I magistrati possono passare da una funzione all’altra solamente una volta e nei primi dieci anni della propria carriera, secondo quanto previsto dalla riforma Cartabia del 2022 (in passato era più libero, per quanto con numeri sempre limitati).
La riforma modifica i sette articoli della Costituzione elencati nel quesito, ma solo tre cambiano in maniera rilevante, mentre per gli altri si tratta di aggiustamenti per renderli coerenti con le altre modifiche effettuate. Sono tre i cambiamenti fondamentali: separazione delle carriere, sorteggio del CSM, Alta Corte disciplinare.
L’articolo 102 della Costituzione viene modificato per sancire la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti. Questo sancirebbe una divisione definitiva delle due carriere, a cui si accederebbe con due distinti concorsi e che avrebbero regole diverse. Da questa decisione discende anche la modifica dell’articolo 104, che prevede la nascita di due CSM distinti, uno per i magistrati giudicanti e uno per i magistrati requirenti.
Sempre l’articolo 104 prevede un nuovo modo per scegliere i componenti dei due CSM. Entrambi gli organi restano presieduti dal Presidente della Repubblica, mentre il Primo Presidente (giudice) e il Procuratore generale (PM) della Cassazione faranno parte solo del rispettivo CSM. I restanti membri non saranno più eletti, ma scelti a sorte. Due terzi sono estratti tra tutti i magistrati (giudicanti o requirenti a seconda del CSM), mentre un terzo è estratto da una lista preparata dal Parlamento in seduta comune, che come oggi può scegliere tra professori ordinari e avvocati con almeno 15 anni di carriera. Il vicepresidente sarà sempre scelto tra i membri laici, ovvero selezionati dal Parlamento.
L’articolo 105 interviene invece sulla giurisdizione disciplinare dei magistrati, oggi affidata a una sezione specifica del CSM. La valutazione disciplinare viene quindi sottratta ai nuovi CSM e affidata ad una Alta Corte, nuovo organo creato da questa riforma. L’Alta Corte sarà composta da: 6 professori universitari o avvocati con almeno 20 anni di carriera, di cui 3 scelti dal Presidente della Repubblica e 3 estratti da una lista stilata dal Parlamento in seduta comune; 6 magistrati giudicanti e 3 magistrati requirenti, estratti a sorte tra quanti hanno svolto funzioni di legittimità, ovvero che abbiano lavorato in Cassazione. Questi restano in carica quattro anni e non possono essere riconfermati.
L’Alta Corte si occuperà di giudicare le azioni disciplinari contro tutti i magistrati e le sue decisioni saranno impugnabili di fronte alla stessa Alta Corte, che giudicherà in una composizione diversa.
L’eventuale approvazione del referendum non metterebbe subito le cose a posto. L’articolo 8 della riforma prevede infatti che le modifiche costituzionali entrino in vigore solo dopo l’approvazione delle necessarie leggi attuative, che il Parlamento ha un anno per scrivere. La mancanza di queste rende però complesso anche comprendere gli effetti complessivi della riforma costituzionale: quanto sarà ampia la rosa proposta dal Parlamento e quali saranno le procedure previste per la nuova Alta Corte sono questioni dirimenti nel dibattito referendario, su cui si possono però fare al momento solo congetture.
I sostenitori della riforma elencano diverse ragioni. La definitiva separazione delle carriere sarebbe una conseguenza necessaria della riforma Vassalli del 1989, che modificò il codice di procedura penale passando dal processo inquisitorio a quello accusatorio. La riforma eviterebbe che il giudice e il PM siano colleghi e che questo causi delle indebite influenze o che porti a dubitare dell’equità del giudizio.
I favorevoli affermano anche che il sorteggio dei membri dei CSM potrà risolvere l’annoso problema del correntismo della magistratura e di tutte le storture che ne conseguono. Il sorteggio impedirebbe infatti gli scambi di favori tra eletti ed elettori, rendendo i giudizi del CSM più liberi e meno politicizzati. Aumenterebbe quindi di conseguenza anche la credibilità della magistratura, segnata da anni di scandali più o meno grossi.
Infine, l’Alta Corte dovrebbe assicurare un più rigoroso controllo disciplinare sui magistrati, che sarebbe a oggi troppo blando perché svolto da rappresentanti eletti, che non avrebbero incentivo a punire i propri colleghi di corrente e i propri sostenitori. I giudici non verrebbero quindi sanzionati per i propri errori e ciò causerebbe un proliferare di cause che si concludono con assoluzioni totali e l’abuso della carcerazione preventiva.
I contrari affermano che la riforma rischia di indebolire la magistratura nei confronti della politica senza incidere in alcun modo positivo sul funzionamento della giustizia.
Critiche vengono mosse sul futuro dei magistrati requirenti. Dei pubblici ministeri separati rischiano di trasformarsi nel tempo in puri avvocati dell’accusa, interessati più a vincere i processi che a tutelare l’ordinamento complessivo e i diritti degli imputati.
La divisione delle carriere rischia anche di indebolire il ruolo della magistratura e di causare uno scivolamento dei PM sotto l’influsso della politica e del Governo: bisogna qui però specificare che anche il nuovo testo costituzionale prevede l’indipendenza dei PM, ma i contrari temono che la riforma sia un primo passo verso un modello diverso.
Il sorteggio per i CSM è contrario al principio democratico della rappresentanza, che guida sia le magistrature speciali sia tutti gli altri ordini professionali, che possono scegliere i propri rappresentanti. Inoltre, si perderebbero competenze e professionalità, perché il ruolo dei consiglieri del CSM è diverso da quello dei magistrati. Lo sdoppiamento dei CSM e il diverso sorteggio tra laici e togati si tradurrebbero poi in una maggiore possibilità di controllo da parte dei partiti.
Infine, l’Alta Corte rischia di trasformarsi in un sistema autoreferenziale, con meno garanzie per gli imputati, e di definire una gerarchizzazione dei magistrati, tra giudici di legittimità, che possono diventare giudici dell’Alta Corte, e giudici di merito, che ne sono esclusi.
Come spesso accaduto in altri referendum, le posizioni dei partiti sono diverse: una per la maggioranza e molte per le opposizioni.
La maggioranza è ovviamente a favore del referendum, nonostante i molti mugugni che si sono sentiti in Parlamento per una riforma che è stata comunque imposta a scatola chiusa dal Governo. Non tutti i partiti sono ugualmente entusiasti e impegnati, ma la crescita nei sondaggi del NO ha messo un po’ in allarme tutta la compagine governativa, che a inizio anno si era immaginata una cavalcata trionfale da cui lanciare poi il premierato, la legge elettorale e la volata alle prossime elezioni.
Le opposizioni sono divise. Decisamente contrari sono AVS e M5S, mentre il PD è schierato per il NO ma le correnti interne centriste sono favorevoli e si fanno sentire. Azione e +Europa sono per il SI ma non si sono impegnate più di tanto nella campagna referendaria, mentre Italia Viva non si è espressa e ha lasciato quindi libertà di voto.
Bravi tutti che siamo arrivati in fondo, la parte complicata è finita. Adesso dovete solamente prendere la vostra tessera elettorale e andare a votare. Buvette non dà indicazioni di voto, ma vi ricordiamo che in questo referendum non c’è quorum: se non andate a votare, gli altri sceglieranno per voi.
Se invece avete ancora voglia di approfondire, la guida degli amici di Pagella Politica è come sempre ampia e raccoglie anche qualche dato laterale per completare un po’ il quadro. Ma potete sempre scriverci rispondendo a questa mail se non ne avete avuto abbastanza.
Abbiamo organizzato dei turni supplementari in Redazione per rispondere a tutti i vostri dubbi, anche quando sarete in cabina (ma non fotografate le schede).
Buon voto e a presto!
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