Da bambini (ma non solo) lo squalo era, per molti di noi, soprattutto una pinna e due note di una musica spaventosa. Ci ho messo anni a capire quanto quell’immagine dicesse di noi e quanto poco dell’animale. Questa puntata nasce da lì.
Qualche settimana fa, a quaranta metri di profondità, nel tratto di mare tra la Sicilia e la Tunisia, un grande squalo bianco (Carcharodon carcharias) adulto è passato accanto a un gruppo di sommozzatori, li ha osservati, girato intorno a loro e poi si è allontanato verso il largo. Nessuno scatto, nessun attacco. «Mi tremavano le dita», ha raccontato Derk Remmers, il subacqueo che è riuscito a riprenderlo mentre lo squalo, tranquillo, «si comportava da capo là sotto».
Il video, diffuso dalle fondazioni Healthy Seas e Ghost Diving e ripreso in Italia dai principali quotidiani, è considerato la prima ripresa subacquea di un esemplare adulto nel Mediterraneo, nel suo ambiente naturale. Curiosità: i sub non erano lì per lui. Stavano recuperando reti fantasma, attrezzi da pesca perduti o abbandonati che restano agganciati ai relitti e, senza più una barca a governarli, continuano per anni a intrappolare pesci e tartarughe comuni (Caretta caretta). Lo squalo è arrivato mentre lavoravano. Un buon riassunto di come stanno le cose sotto la superficie: il predatore più temuto del nostro mare che nuota indisturbato accanto alla trappola costruita dall’uomo.
Parto dalla cosa più fraintesa. Il grande bianco abita il Mediterraneo da milioni di anni ed è una specie autoctona, tipica di questo bacino: altro che ospite recente portato dal mare più caldo. «Nel Mediterraneo c’è sempre stato, è tipico del nostro mare», ha spiegato Massimiliano Bottaro, ricercatore della Stazione Zoologica Anton Dohrn e coordinatore del progetto europeo Life ELIFE, che ha definito l’avvistamento «una bellissima notizia».1 La sua presenza nel bacino è antica: uno studio la fa risalire all'età del bronzo e forse ne aveva notizia perfino Plinio il Vecchio. Sul legame con la crisi climatica il ricercatore è netto: «Non ci azzecca niente. Semplicemente vivono qui, ma è molto complesso avvistarli».
Il paradosso è tutto qui. Un animale storicamente radicato nel nostro mare è oggi così raro che gli scienziati parlano di popolazione fantasma: presente, ma quasi impossibile da osservare viva.
La maggior parte di ciò che sappiamo, ha ricordato il ricercatore Carlo Cattano, arriva da «esemplari morti catturati durante le operazioni di pesca».2 Ecco perché un video vale tanto: per una volta lo studiamo mentre nuota, non mentre pende da una banchina.
Lo squalo bianco del Mediterraneo è in pericolo critico di estinzione secondo la Lista rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), il gradino più alto prima della scomparsa. Le stime disponibili, per quanto incerte, raccontano un crollo: diversi studi parlano di un calo della popolazione fra il 60 e l’80% nella seconda metà del Novecento. Un lavoro scientifico lo ha riassunto con una formula che vale la pena tenere a mente, «raro ma persistente».3
Le ragioni si sommano. La prima è la pesca accidentale: lo squalo finisce nelle reti destinate ad altro e lungo le coste nordafricane viene catturato con una certa regolarità. La seconda è la scarsità di prede. Il Mediterraneo è tra i mari più sfruttati del pianeta: secondo la Fao oltre il 60% dei suoi stock ittici è pescato oltre i limiti di sicurezza, e dove scarseggia il cibo si stringe lo spazio anche per chi sta in cima alla catena. La terza è la sua stessa biologia, che vedremo tra poco: cresce e si riproduce troppo lentamente per reggere una pressione così alta.
C’è poi una minaccia più subdola, quella che potremmo chiamare il mercato dell’inconsapevolezza. Buona parte della carne di squalo finisce sui banchi con nomi generici come palombo, verdesca o smeriglio, e così molti la comprano senza sapere cosa stanno mangiando. Come racconta Shark Preyed, il documentario dei fratelli Andrea e Marco Spinelli, tra il 2009 e il 2021 l’Italia è stata uno dei maggiori importatori al mondo di prodotti a base di squalo. E c’è un motivo in più per lasciarlo in acqua: stando all’apice della catena alimentare, lo squalo accumula nel suo corpo metalli pesanti come il mercurio. Portarlo a tavola significa scegliere un alimento in parte tossico, oltre che un animale protetto.
Da sapere
Il grande squalo bianco è una specie autoctona del Mediterraneo, presente da milioni di anni. Non è un nuovo arrivato legato al clima.
Nel bacino è in pericolo critico di estinzione: gli avvistamenti riguardano quasi solo esemplari giovani o animali già morti in pesca.
Sulla carta è protetto: trattati internazionali e raccomandazioni della Commissione per la pesca nel Mediterraneo ne vietano cattura e commercio. Sui mercati, spesso, non è così.
Adesso la parte che molti contenuti social e titoli di giornale di solito saltano: perché questo animale merita di stare qui, e perché il mare senza di lui sta peggio.
Lo squalo bianco è, prima di tutto, un capolavoro di ingegneria. Ha un corpo capace di trattenere il calore e restare più caldo dell’acqua che lo circonda: per questo è veloce e reattivo anche nei mari temperati, dove gli altri pesci si muovono più lenti. Ha il dorso scuro (color canna di fucile) e il ventre chiaro: visto dall'alto si perde nell'ombra del fondo, visto dal basso si confonde con la luce della superficie. Si chiama contrombreggiatura, ed è un mimetismo che inganna tanto le prede quanto chi prova a seguirlo. Ha un olfatto finissimo. E somiglia così tanto ai cugini minori, lo smeriglio (Lamna nasus) e il mako, che in mare vengono scambiati di continuo l'uno per l'altro: capita persino a chi pesca da una vita, ed è una delle ragioni per cui molti giovani esemplari finiscono catalogati come altro.
Si riproduce con una lentezza che commuove e preoccupa insieme. La gestazione dura mesi, i piccoli nascono già grandi e autonomi, e nel grembo materno gli embrioni si nutrono delle uova non fecondate per crescere più in fretta. Poche altre creature investono così tanto in così pochi figli. Ecco perché l’attività umana ha un impatto devastante sul numero della specie. Da tempo si ritiene che le femmine vengano a partorire nelle acque dello Stretto di Messina e che lì i piccoli trovino una delle loro culle. La cattura accidentale di un giovane esemplare al largo della Spagna, nell'aprile 2023, ha rinforzato l'idea che nel nostro mare questi squali nascano davvero, e non si limitino ad attraversarlo. È una notizia enorme: significa che c’è ancora qualcosa da proteggere, non solo da rimpiangere.
Poi c’è il ruolo che svolge per tutti gli altri. Come ogni predatore all’apice, tiene in ordine la catena alimentare: regola le popolazioni di cui si nutre, evita che una specie prenda il sopravvento, mantiene l’equilibrio dell’intero sistema. Fa anche il lavoro sporco, ripulendo le carcasse dei grandi animali marini e restituendo al mare i loro nutrienti. Dove gli squali stanno bene, sta bene l’ecosistema. La loro presenza, ha detto Bottaro, «indica ecosistemi in salute di cui anche gli stessi pescatori possono beneficiare». Difenderlo, in altre parole, conviene a tutti.
Resta la domanda più scomoda. Se questo animale è raro, prezioso e in pratica innocuo per noi, perché continuiamo a raccontarlo come un killer?
Parte della risposta ha una data e un titolo. Nel 1975 Lo squalo di Steven Spielberg trasforma un grande bianco in un mostro con un piano, e quelle due note ostinate della colonna sonora entrano nell’immaginario di mezzo mondo. La paura, però, è sopravvissuta ai fatti. È interessante che il primo a pentirsene sia stato proprio Peter Benchley, l’autore del romanzo da cui il film è tratto: negli anni successivi ha passato gran parte della vita a difendere gli squali e il mare, riconoscendo di aver alimentato - almeno in parte, perché la colpa non è certo solo di un libro/film - un terrore che l’animale non meritava. La leggenda gli era sfuggita di mano, e lui ha provato a rincorrerla nella direzione opposta.
Ma quella almeno era una storia scritta bene. Oggi il sensazionalismo ha cambiato mezzi e stile. Gli avvistamenti che diventano virali, spiega chi studia questi animali, sono quasi sempre bufale: video costruiti con l’intelligenza artificiale, oppure lo stesso filmato riciclato di continuo. «Nel tempo mi hanno inviato un video di uno squalo mako da Capri, da Trieste, dalla Sardegna: era sempre lo stesso», racconta ancora Bottaro nell’intervista a Repubblica.
A tenere in vita la paura, poi, contribuiscono i titoli di certi giornali: ogni pinna diventa un allarme, ogni avvistamento un pericolo, quando la cronaca vera racconta l’esatto contrario. È terrore costruito su misura per il clic e lo paga sempre lo stesso animale.
Perché i numeri, quando ci si prende la briga di guardarli, dicono un’altra storia.
Ogni anno, nel mondo, la pesca legale uccide almeno 100 milioni di squali di ogni specie, e si arriva a circa 270 milioni contando quella illegale; nello stesso periodo, le persone uccise dagli squali in tutto il pianeta si contano sulle dita delle mani. 4
In Italia l’ultimo attacco certificato risale al 1991, a Santa Margherita Ligure, e si concluse senza conseguenze. Il conto, se proprio vogliamo tenerlo, è impietoso, e non nella direzione che ci hanno insegnato a temere.
Vale la pena fermarsi su questo, perché ci riguarda da vicino. Un video vero di uno squalo tranquillo che gira al largo fa meno rumore di un falso spettacolare. Un pesce raro che si lascia riprendere e poi se ne va merita meno clic di un mostro inventato. E così l’animale paga due volte: una per le reti, una per la storia sbagliata che gli abbiamo cucito addosso.
Raccontarlo con precisione, senza musichette da paura, è la forma più semplice di tutela che ci sia. Costa poco e non serve nemmeno bagnarsi.
Cosa puoi fare
Chiedi al banco. Quando compri pesce venduto come palombo, verdesca o smeriglio, domanda la specie esatta e la provenienza: la consapevolezza di chi acquista sposta il mercato.
Non condividere i falsi. Prima di rilanciare un video di squalo «choc», verifica la fonte. Diffondere una bufala allarmista è già una piccola parte del problema.
Segnala gli avvistamenti veri. Se incontri o fotografi uno squalo in mare, gira il materiale a enti di ricerca come la Stazione Zoologica Anton Dohrn o ai progetti di citizen science: ogni dato attendibile è prezioso.
Sostieni chi pulisce il mare. Le organizzazioni che rimuovono reti fantasma, come Healthy Seas e Ghost Diving, lavorano sul fronte più concreto.
Per qualche giorno di giugno abbiamo avuto la prova che il grande bianco è ancora qui, nel nostro mare, dove abita da molto prima di noi. Sta a noi decidere se lasciarlo diventare un ricordo o continuare a incontrarlo, ogni tanto, come un’ombra elegante che passa e va. Io preferisco la seconda.
Se conosci qualcuno che ha ancora in testa quelle due note di musica, gira questa puntata. A volte, per proteggere un animale, basta cambiare la prospettiva del racconto.
Telecamere e intelligenza artificiale per proteggere il mare e la posidonia.
A Torre Guaceto, in Puglia, un progetto sperimentale usa videocamere subacquee e algoritmi per riconoscere le specie e sorvegliare la posidonia senza toccare nulla. È la stessa strada del monitoraggio non invasivo che serve anche per studiare i grandi predatori rari.Perché la stagionalità del pesce è importante e come scegliere il pesce di stagione.
Due miei reel per InformaCibo: nel primo spiego perché il momento in cui peschiamo un pesce cambia tutto, nel secondo do qualche criterio pratico per fare acquisti consapevoli al banco.Mediterraneo inaspettato. La storia del Mare nostrum raccontata dai suoi abitanti.
In questo libro Mario Tozzi racconta la storia profonda del Mediterraneo dando voce a chi lo abita: un tonno rosso, una delfina e un'elefantessa che ricordano com'era il mare milioni di anni fa. Divulgazione che si fa racconto.
Nessun post

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.