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Blu Mediterraneo · Jun 20, 2026

Coraggio, contaminazione, creatività

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[Cronache dal mare] Ho chiesto a una ricercatrice, un oceanografo e un esploratore come si racconta il mare per farlo arrivare a più persone possibili.

Del mare sappiamo meno di quanto crediamo. Lo attraversiamo, lo fotografiamo, lo diamo per scontato ogni estate, eppure la parte che abbiamo davvero esplorato resta piccola accanto a tutto quello che ancora ci sfugge: specie, fondali, equilibri che cominciamo appena a intravedere. Se mi leggi da un pochino, sai che è una delle cose che ripeto più spesso, qui: il mare è ancora, in gran parte, da scoprire.

Proprio per questo il modo in cui lo raccontiamo conta. Un mondo così grande, prezioso e così poco visto vive, per la maggior parte delle persone, solo nelle parole e nelle immagini che gli arrivano. Raccontarlo bene è già una forma di cura, e riguarda tutti, professionisti del settore e non. La domanda, semmai, è come farlo arrivare davvero, oltre la cerchia di chi il mare già lo ama.

(ph. Max Giorgioni)

Ci ho riflettuto (in compagnia) sabato scorso, al Waterfront di Porto Cervo, mentre moderavo “Voci dal mare”, la serata con cui Smeralda Holding ha aperto i suoi Blue Days per la Giornata mondiale degli oceani e la Giornata internazionale del Mediterraneo. Avevo davanti tre grandi professionisti che il mare lo studiano e lo difendono — una ricercatrice, un oceanografo, un esploratore — e che a quel lavoro aggiungono il passo successivo: raccontarlo. Così ho chiesto loro una cosa che mi premeva molto. Da tempo. Come si fa a far arrivare tutto ciò a chi il mare non lo frequenta per mestiere?

Dal loro pensiero ho estratto tre concetti, che riassumo con parole mie. Messe in fila, somigliano a un metodo.

Coraggio

È la parola che mi ha lasciato la professoressa Giulia Ceccherelli, biologa marina che insegna ecologia all’Università di Sassari e coordina Blue Forest, progetto di riforestazione della posidonia oceanica al largo di Cala di Volpe, in Sardegna. Coraggio in un senso preciso: la paura, davanti a un mare che cambia, paralizza. Spaventare le persone non le mette in movimento, le convince che ormai è tardi. Infondere coraggio significa mostrare che qualcosa di importante si può ancora fare, e che spesso è già in corso.

La posidonia stessa lo dimostra meglio di qualsiasi appello. È la pianta che d’estate molti scambiano per sporcizia in spiaggia: in realtà tiene insieme i fondali, frena l’erosione, ossigena la costa e ospita gran parte della vita sotto riva. Ripiantarla chiede una pazienza quasi controintuitiva - cresce un centimetro l’anno - eppure i circa 2.000 metri quadrati oggi recuperati a Cala di Volpe, partiti da 500, dicono che la direzione è giusta. Ne ho scritto raccontando un “cantiere” gemello in Liguria, davanti a Bergeggi. Il coraggio, qui, è il tempo: mettere a dimora qualcosa che vedrai crescere fra anni.

Contaminazione

Sandro Carniel, climatologo e oceanografo del CNR, è partito dal suo ultimo libro, Rotte mediterranee, per leggere il nostro mare come un laboratorio del cambiamento climatico: un bacino piccolo e semichiuso, ricco di biodiversità, dove gli effetti del riscaldamento si vedono prima e più in fretta che altrove. Ma la parola che mi sono portato via non è prettamente scientifica. È contaminazione. Ovvero l’idea che la scienza, da sola, arrivi a pochi: per uscire dalla cerchia di chi già sa, ha bisogno della musica, della scrittura, del cinema, del racconto. Una contaminazione che tiene il rigore e in più cerca le porte da cui entrare nell’attenzione di chi non aprirà mai un paper: nuovi formati, nuovi punti di vista e parole diverse.

Vale anche al contrario: chi scrive, gira film, compone musica ha nel mare un repertorio di storie che non sta usando a sufficienza.

E tutto ciò mi ha fatto venire in mente anche José Mourinho, uno dei più grandi allenatori di calcio della storia, che - riprendendo la frase di un suo professore universitario - un giorno disse: “Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”.

Sullo stesso libro di Carniel, e su cosa significa misurare un mare che collassa, mi ero soffermato in questa puntata.

Creatività

Marco Spinelli è fotografo e documentarista, esplora il mare sommerso e lo riporta in superficie sotto forma di immagini. La parola che ho ricavato dal suo racconto è creatività, intesa come rifiuto dei limiti che ci si autoimpone su come una storia di mare “dovrebbe” essere raccontata. Lo squalo è l’esempio perfetto: temuto, demonizzato, e invece indispensabile all’equilibrio del Mediterraneo. Per ribaltare quello sguardo non basta la statistica giusta: serve un’immagine che arrivi prima del pregiudizio.

Spinelli lavora su ambienti che quasi nessuno ha visto: il banco di Skerki, nel Canale di Sicilia, documentato per tre anni insieme al fratello Andrea; le reti fantasma recuperate dal fondo. La creatività, nel suo caso, è andare dove le storie non sono ancora state raccontate e tornare con qualcosa che si guarda prima ancora di capire.

Tre parole, una direzione

Tre anime e tre mestieri diversi, una stessa rotta: tradurre il mare a quante più persone possibile senza tradirlo, tenendo insieme la precisione e la voglia di farsi capire. È il filo di queste pagine salate (Blu Mediterraneo è nata anche per questo), e il senso di una serata come quella di settimana scorsa: avvicinare il mare a chi lo ascolta, renderlo qualcosa che riguarda anche la sua vita.

E qui non servono per forza un dottorato o una macchina fotografica subacquea.

Coraggio, contaminazione e creatività valgono anche fuori dai laboratori: sono modi di guardare il mare che ciascuno di noi può allenare.

Il coraggio di non rassegnarsi quando le notizie sembrano tutte brutte. La curiosità di lasciarsi contaminare — un libro, un documentario, una camminata in cui guardi la spiaggia con occhi diversi. La voglia di raccontare ad altri ciò che hai capito: a tavola, in una foto condivisa, smontando il prossimo “lo squalo è un mostro” che ti capita di sentire.

Il mare là fuori è lo stesso che fotografano tutti, ogni estate, dallo stesso angolo di spiaggia. Imparare a guardarne le profondità - e a dirne qualcosa di vero a chi ci sta accanto - è già un piccolo modo di proteggerlo. Forse il primo che abbiamo a disposizione.

Conosci qualcuno che il mare lo dà per scontato? Mandagli questa puntata. Si comincia a capirlo anche così.

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  • Un museo sottomarino costruito con i cittadini. A Bogliasco, in Liguria, dal 12 giugno c’è il Posidonia Art Reef: la prima barriera artistica e scientifica posata sui fondali con materiali eco-compatibili, pensata per favorire la posidonia e nata dal lavoro di cittadini, studenti, artisti e ricercatori. Arte, scienza e citizen science nello stesso punto di mare.

  • Il corallo che costruisce il Mediterraneo. Su InformaCibo ho raccontato la sesta edizione di Mare Mio (Gin Mare con Fondazione Marevivo): quest’anno protegge la Cladocora caespitosa, l’unico corallo del nostro mare capace di costruire vere strutture sommerse, nell’Area Marina Protetta di Tavolara, tra monitoraggio scientifico e pulizia dei fondali.

  • Dieci cose che puoi fare, ovunque tu viva. Il Marine Stewardship Council ha messo in fila dieci gesti concreti per proteggere il mare anche da lontano: cercare il pesce certificato sostenibile, ridurre la plastica usa e getta, chiedere la provenienza del pesce al ristorante o in pescheria. Piccole azioni che, sommate tra migliaia di persone, pesano.


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