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Blu Mediterraneo · Feb 21, 2026

Le radici di tutti noi che non si vedono

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Simone Pazzano · Blu Mediterraneo

C’è qualcosa di paradossale nell’idea di piantare una foresta che nessuno vede. Lo fai sott’acqua, con talee lunghe pochi centimetri, su stuoie di fibra di cocco ancorate al fondale. Ti ci vogliono giorni di immersioni, dall’alba al tramonto, per coprire cento metri quadrati. E poi aspetti. Aspetti mesi, anni, perché la pianta che stai cercando di riportare a casa cresce circa un centimetro l’anno.

Ma quando i dati tornano, e tornano buoni, ogni sforzo è ripagato. E le energie per andare avanti si moltiplicano.

È quello che è successo a Bergeggi, in Liguria, dove una prateria di Posidonia oceanica era stata danneggiata dalla mareggiata del 2019. Davanti al Lido delle Sirene, il fondale era rimasto spoglio. Oggi, a due anni e mezzo dalla riforestazione, le piante non solo sono sopravvissute: si sono espanse. La densità dei fasci fogliari ha raggiunto il 122% rispetto alle condizioni di partenza: ovvero un +22% sul numero di piante messe a dimora. Tra i risultati più alti registrati nel Mar Ligure.

L’intervento è merito di One Ocean Foundation, in collaborazione con ERM Foundation, l’Università di Genova, l’International School for Scientific Diving e l’Area Marina Protetta Isola di Bergeggi.

Per immergerci meglio in questa bella notizia (anche se è solo l’inizio!) e per farcela raccontare da chi svolge il lavoro sul campo, ho fatto una bella chiacchierata con Giulia Liguori, marine scientist e project coordinator di One Ocean Foundation, e Chiara Robello e Francesco Pelizza, ricercatori dell’Università di Genova che hanno seguito il progetto sul campo.

La Posidonia oceanica è una pianta - non un’alga - endemica del Mediterraneo. Forma praterie sottomarine che sono tra gli ecosistemi più produttivi e protetti del nostro mare: producono ossigeno, stabilizzano i sedimenti, ospitano centinaia di specie, proteggono le coste dall’erosione. E crescono lentissimamente: un centimetro l’anno, in condizioni ottimali. Mentre distruggerle è facile con àncore, pesca a strascico, inquinamento, ricostruirle richiede decenni.

Se non fai immersione, l’hai incontrata comunque: si tratta di quelle foglie lunghe e coriacee che si raccolgono in spiaggia d’estate. Quelle che i turisti vorrebbero rimuovere e che i gestori balneari, a volte, effettivamente rimuovono. Un peccato, perché quella che viene ingiustamente considerata “sporcizia” è in realtà il segnale che sotto c’è qualcosa di vivo e prezioso per l’ecosistema costiero.

Ne ho parlato più nel dettaglio in un’altra puntata della newsletter. Se te la sei persa, puoi recuperarla qui.

Per capire come avviene un progetto di riforestazione, per prima cosa ho chiesto come viene scelto il luogo dell’intervento. Non basta infatti trovare un fondale spoglio per cominciare a piantare. Il sito deve essere pronto a ricevere la pianta, e capire se lo è richiede competenza e tempo.

Il primo criterio - mi spiegano i ricercatori dell’Università di Genova - è che l’impatto che ha causato la regressione della prateria di Posidonia deve essere cessato. Se stai operando in un sito dove si continua ad àncorare o dove la pesca è intensa, non ha senso”.

Poi bisogna assicurarsi che in quel luogo ci fosse già una prateria in passato. Il segnale è la matte: un agglomerato compatto di rizomi morti, sabbia e radici che indica esattamente dove la pianta ha vissuto. È su quella base che si lavora.

Si guarda anche lo stato della prateria circostante, perché se è sana e in espansione, il contesto è favorevole. E si studia l’idrodinamica del sito: le correnti, il moto ondoso, i cosiddetti ripple marks sul fondale (quelle piccole onde nella sabbia che segnalano un idrodinamismo elevato). “È la parte più delicata del processo e richiede anche una componente di modellazione al computer, non solo di sopralluogo”.

Nel caso di Bergeggi, la scelta è ricaduta su un’area all’interno dell’Area Marina Protetta, dove la pressione antropica era già sotto controllo, e dove la prateria era stata colpita da un danno naturale - la mareggiata del 2019 - non da attività umane dirette.

Una volta individuato il sito, inizia la parte operativa. Il lavoro si divide in due squadre. La prima - composta da subacquei tecnici, gli OTS - scende a posare le biostuoie: stuoie di fibra di cocco rinforzate con una rete metallica, arrotolate in grandi cilindri, che vengono stese e ancorate sul fondale. “Questo materiale - mi spiegano Chiara Robello e Francesco Pelizza - viene normalmente usato per contenere le scarpate autostradali. Qui trova un utilizzo completamente diverso, con un certo senso di circolarità”.

La seconda squadra si occupa della piantumazione vera e propria, in tre fasi. Prima si raccolgono le talee. Non dalla prateria sana - quella si lascia stare - ma dalle cosiddette zone di decantazione: punti del fondale in cui le correnti portano i frammenti di pianta già staccati. “È un po’ poetico - dice Chiara Robello - perché stai dando una seconda possibilità a piante che altrimenti morirebbero. Sono già staccate dal substrato, quindi non stai togliendo nulla a nessuno”.

Le talee vengono poi pulite, le parti marce rimosse, le radici sistemate, come si fa con qualsiasi talea, anche in giardino. E infine vengono inserite, una ad una, nelle stuoie. Su ogni stuoia di dieci metri quadrati si creano dieci aiuole (o patch), ognuna con circa venti fasci fogliari.

Il risultato, al momento zero, è duecento fasci per stuoia. Su cento metri quadrati: duemila piante da raccogliere, sistemare e mettere a dimora. Tutto in circa quattro giorni di lavoro in mare, dalle otto di mattina fino a sera.

Dopo il lavoro di piantumazione partono la fase di monitoraggio e le misurazioni. E quello che è successo a Bergeggi va oltre le aspettative. Come comunicato da One Ocean Foundation, a due anni e mezzo dal trapianto, il monitoraggio mostra una crescita stabile di Posidonia oceanica e un tasso di sopravvivenza delle talee pari al 122%.

Come leggere questo dato? Non significa che tutte le piante sono sopravvissute - c’è sempre una mortalità fisiologica - ma che quelle sopravvissute si sono espanse abbastanza da compensarla e crescere. “Al tempo zero - chiarisce Francesco Pelizza - contiamo quanti fasci fogliari abbiamo piantato. Quello è il nostro 100%. Nel primo anno ci aspettiamo una decrescita, perché non tutte le talee attecchiscono: è normale. L’obiettivo è poi vedere una risalita”. E nel caso dell’iniziativa ligure, la densità dei fasci ha superato quella iniziale del 22%.

57 fasci fogliari al metro quadrato: a chi non lavora nel settore può sembrare un numero astratto. Ma confrontato con la media dei trapianti nel Mediterraneo, è un risultato che vale.

Se pensiamo che prima del trapianto lì non c’era niente, il salto di qualità è sostanziale.

Come detto, il monitoraggio è parte integrante del progetto, non un’aggiunta, ma una condizione necessaria. Nel primo anno si effettua ogni tre mesi, perché è la fase più critica: le piante non hanno ancora radicato, e qualsiasi perturbazione (una mareggiata, un ancoraggio fuori posto) può compromettere tutto.

I nostri incubi ricorrenti - conferma Chiara Robello - sono proprio le mareggiate sopra i tre metri d’onda e gli ancoraggi selvaggi”. In passato purtroppo è successo che qualcuno abbia ancorato esattamente sul sito di riforestazione, tirando via una stuoia. Se le piante sono lì da anni e hanno già radicato, con un po’ di fortuna potrebbero rimanere al loro posto. Ma non è sempre così.

La durata media dei progetti è di tre anni, un tempo che, per la Posidonia, è ancora breve. “Per considerare un trapianto davvero consolidato - mi spiegano i ricercatori - servirebbero almeno cinque anni. E ci sono trapianti storici, i primi in assoluto, che rivisti dopo venticinque anni mostrano praterie vere. Ma nel mezzo si sono visti processi lunghissimi, fasi difficili. Purtroppo ci si mette un secondo a distruggere un lavoro di anni”.

Un lavoro che dunque ha bisogno di continuità. Per quanto riguarda One Ocean Foundation, che ha promosso questa iniziativa, Giulia Liguori ci tiene a sottolineare: “Questo non è un progetto spot. È un progetto di ricerca, con una durata minima triennale. I dati che raccolgono Chiara e Francesco alimenteranno studi futuri e contribuiranno a capire meglio come funziona la riforestazione marina nel Mediterraneo”.

È una distinzione che conta, in un settore dove le riforestazioni si moltiplicano - con tecniche, profondità e specie diverse - e dove il confronto tra esperienze è ancora complicato. Trovare parametri comuni per confrontare i risultati è una sfida aperta, ma siamo sulla buona strada.

C’è una cosa su cui tutti concordiamo: il restauro ecologico è necessario, ma non sostituisce la prevenzione: “Di base, la pianta dovrebbe recuperare da sola. Come tutte le piante. Il trapianto si fa dove le condizioni non lo permettono più, o dove la regressione è stata troppo rapida. Ma l’intervento più efficace rimane ridurre le cause: campi boa, aree marine protette che funzionano davvero, limitazione degli ancoraggi selvaggi”.

Il progetto di Bergeggi nasce da un danno naturale, ma la maggior parte delle praterie che scompaiono nel Mediterraneo lo fa per ragioni diverse e tutte imputabili all’essere umano (pesca a strascico, riscaldamento delle acque, inquinamento, ancore). Su quelle cause, il restauro non basta. Serve la politica.

I privati - sottolinea giustamente Giulia Liguori - hanno attivato moltissimi interventi di riforestazione che con il pubblico non si sarebbero mai riusciti a fare. Ma il pubblico deve fare la sua parte su quello che i privati non possono fare: normativa, controlli, investimenti strutturali”.

Una prateria di Posidonia cresce un centimetro l’anno. Noi riusciamo a distruggerla molto più in fretta. Il 22% in più registrato a Bergeggi non è una vittoria sul tempo, è un argomento in più per non sprecare quello che ci rimane.

Il mare non ha voce propria. Possiamo dargliela raccontando e diffondendo le sue storie!

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