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Blu Mediterraneo · Feb 8, 2026

Le tartarughe ci insegnano a non perdere la strada

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[Voci del mare] Alessia Cherin studia il dna delle tartarughe marine per ricostruire origini, spostamenti e legami tra loro e ce le racconta.

Torna l’appuntamento con le “Voci del Mare”, ovvero la rubrica di interviste a chi ha fatto del mare la propria vita e il proprio lavoro, e si impegna tutti i giorni per proteggerlo. Questa nuova puntata è un dialogo con Alessia Cherin, biologa marina e divulgatrice, che dedica gran parte del suo tempo e delle sue energie allo studio delle tartarughe marine del Mediterraneo.

Ne è uscito un racconto fatto di scienza ed esperienza diretta, ma anche di consapevolezza su cosa significa conoscere davvero il mare e come si impara a rispettarlo senza retorica.

Un amore che nasce dalla conoscenza

Parlando della sua passione per il mare, Alessia non descrive un colpo di fulmine, ma racconta di un’educazione lenta, fatta di presenza e di curiosità.

Credo che l’amore per qualcosa nasca soprattutto dalla conoscenza, ed è così che è nato anche il mio per il mare”.

E nel suo caso questa conoscenza è iniziata molto presto: “Fin da piccola - racconta - i miei genitori e i miei nonni mi portavano spesso al mare d’estate, sia in barca lungo la costa toscana sia in spiaggia. Non sono mai stata una bambina che passava il tempo a giocare come gli altri: mi piaceva esplorare e scoprire. Gli scogli erano il mio posto preferito, perché pieni di granchi, bavose, ricci e tante altre creature che mi affascinavano”. Un’immagine concreta, quasi tattile: le pozze tra le rocce, l’odore delle alghe al sole, i movimenti rapidi dei piccoli animali che spariscono appena ti avvicini.

A tutto questo si aggiunge un dettaglio domestico importante: l’acquariofilia del padre. “Grazie a lui abbiamo viaggiato spesso in giro per l’Italia per visitare acquari e conoscere meglio gli ambienti acquatici. Ero talmente affascinata da questo mondo che, quando avevo otto anni, un giorno mio nonno mi disse: ‘Se ti piace così tanto, non puoi che diventare una biologa marina da grande’. Da lì ho iniziato a sognare e a sperare che potesse diventare davvero il mio futuro”.

E se ora troviamo Alessia tra queste righe che parlano di mare significa che l’obiettivo è stato raggiunto. Il percorso infatti è stato coerente: Scienze Biologiche a Firenze, Biologia Marina a Genova, fino al dottorato. “È stato in questo percorso che ho capito che quella passione nata da bambina non solo mi definiva, ma sarebbe diventata anche il mio lavoro”.

Perché le tartarughe sono così speciali

Le tartarughe marine entrano nella storia di Alessia Cherin “quasi per caso”, durante un volontariato a Brancaleone, in Calabria, nel 2019, dove ha lavorato con la tartaruga comune (Caretta caretta): “È stato lì che ho avuto il mio primo contatto diretto con questi animali straordinari”.

Poco dopo, mentre cercavo un laboratorio che mi ospitasse per la tesi magistrale, ho trovato quello in cui lavoro ancora oggi: il laboratorio di genetica evolutiva dell’Università di Barcellona. Il gruppo studia diversi organismi marini, ma si concentra in particolare sulle popolazioni di varie specie di tartarughe marine (Caretta caretta, Dermochelys coriacea e Chelonia mydas). È così che è iniziato il mio primo vero approccio scientifico e professionale con questi animali”.

Eppure, quando le chiedo cosa renda speciali le tartarughe per lei, la risposta non è solo scientifica:

Ciò che le rende speciali, per me, è anche il forte legame che hanno con il loro luogo di origine: tornano sempre nelle spiagge in cui sono nate per deporre le uova. In questo mi sento molto simile a loro. Amo viaggiare e vivere in città diverse, ma sento un legame profondo con la mia città, Firenze”.

Poi c’è la parola che torna spesso quando si parla di tartarughe: resilienza. Ma Alessia la riempie di immagini precise, non di concetti astratti: “Quello che mi colpisce di più, studiandole da vicino, è la loro incredibile resilienza. Riescono a sopravvivere anche con una o due pinne in meno e continuano comunque a nuotare, a tornare alle spiagge, a nidificare. E, oltre a tutto questo, trasmettono una calma profonda, quasi ancestrale, che ogni volta riesce a stupirmi”.

Minacce terrestri, minacce marine: le note dolenti

Per capire le pressioni e le difficoltà che le tartarughe affrontano oggi nel Mediterraneo, Alessia parte da un promemoria essenziale: “Pur essendo animali marini, una parte fondamentale del loro ciclo vitale si svolge sulla terraferma: dalla deposizione delle uova alla nascita dei piccoli e al loro ritorno in mare. Per questo motivo le minacce provengono sia dalla terra che dal mare.

Sulla terra, una delle principali pressioni è lo sviluppo costiero. Non è un discorso “contro” il turismo in astratto: è un dato fisico. Se togli spazio, togli le possibilità. “Le tartarughe marine - spiega - vivono sul nostro pianeta da milioni di anni e, per gran parte della loro storia, hanno sempre avuto ampie spiagge indisturbate dove nidificare. Oggi, invece, questi spazi si sono drasticamente ridotti a causa della presenza di infrastrutture come stabilimenti balneari e costruzioni costiere”.

A questo si aggiunge un’altra minaccia spesso sottovalutata: l’inquinamento luminoso. “Per noi è meno evidente, ma per le tartarughe è cruciale. In condizioni naturali, di notte, l’unica fonte di luce sulla spiaggia è il riflesso della luna e delle stelle sul mare, che permette sia alle femmine di orientarsi durante la nidificazione sia ai piccoli di trovare la strada verso l’acqua. Quando però la luce proviene da molteplici fonti artificiali, le femmine possono rinunciare a deporre e i piccoli possono disorientarsi, allontanandosi dal mare e andando incontro a morte certa”.

In mare, le minacce principali sono rappresentate da inquinamento e pesca. Le tartarughe possono rimanere intrappolate in rifiuti o ingerire plastica e altri materiali, compromettendo la loro capacità di nuotare e alimentarsi. “Per quanto riguarda la pesca, invece, il problema principale è il bycatch, ovvero la cattura accidentale di individui che non sono il bersaglio dell’attività di pesca”.

E qui Alessia Cherin aggiunge un dettaglio tecnico che cambia prospettiva, perché sposta l’attenzione dal “salvarla e ributtarla in acqua” a quello che può succedere dopo: “Un aspetto meno noto, ma molto importante, è che anche le tartarughe marine possono soffrire della sindrome da decompressione, proprio come accade ai subacquei. Quando una tartaruga rimane agganciata a un amo o intrappolata in una rete e viene riportata in superficie troppo rapidamente, può sembrare inizialmente in buone condizioni, ma in realtà nel suo organismo si possono formare bolle di gas che causano embolie, portando alla morte anche a distanza di tempo”. E questa è sicuramente una di quelle informazioni che dovrebbero circolare molto di più, nella speranza che porti a un cambiamento nelle pratiche e nella responsabilità.

Infine, il cambiamento climatico. Qui il tema non è solo “fa più caldo”, ma un meccanismo biologico delicatissimo: la temperatura determina il sesso dei piccoli. “Esiste una temperatura cardine, intorno ai 29°C, al di sopra della quale nascono prevalentemente femmine e al di sotto della quale nascono più maschi. L’aumento delle temperature globali sta quindi causando forti squilibri nei rapporti tra i sessi, con conseguenze potenzialmente gravi per la sopravvivenza delle popolazioni”. È una minaccia lenta, ma strutturale.

Le onde buone: motivi per sorridere

Per fortuna, nella sue parole, Alessia Cherin non ci lascia solamente con l’amaro in bocca e cita anche segnali positivi e risultati concreti. “Negli ultimi anni sono stati messi in atto numerosi piani di conservazione che stanno iniziando a dare risultati incoraggianti. In alcune aree le popolazioni mostrano segnali di ripresa, a dimostrazione che la conservazione funziona quando è supportata da politiche adeguate e dalla collaborazione delle persone”.

L’esempio più emblematico? “Il recente cambiamento dello stato di conservazione della tartaruga verde a livello globale, che nella Lista Rossa della IUCN è passata da specie minacciata a specie a rischio minimo.

Raccontare per riconnettere: Colmare e il viaggio di Dortoka

A un certo punto, nella storia di Alessia, la ricerca non basta più. O meglio: non basta da sola. Serve una lingua che porti fuori dai laboratori, fuori dagli articoli scientifici, e arrivi dove si formano comportamenti quotidiani e consenso sociale. E così da tempo è una delle autrici di Colmare, progetto divulgativo tutto al femminile che racconta molto bene questi temi sui social, mentre da poco ha lanciato il podcast Dortoka. Io, noi e le tartarughe.

Da tempo stavo pensando a un podcast dedicato alle tartarughe marine, non solo per raccontarle, ma per utilizzarle come punto di partenza per portare all’attenzione temi più ampi, come il legame che stiamo progressivamente perdendo con la natura e il cambiamento climatico. È così che ho presentato Dortoka, un progetto che parla proprio di questo. Il podcast è stato selezionato e ha vinto all’interno un’academy di Fondazione Return, insieme a Chora Media, dandomi così la possibilità di produrre il primo episodio”.

La scelta del nome è un dettaglio che dice già molto: Dortoka significa “tartaruga” in basco. “L’ho scelto perché lo trovo molto evocativo e perché il basco è una lingua antica e resiliente, proprio come le tartarughe marine”. Il podcast vuole essere un viaggio insieme a loro: dalla nascita, quando emergono dalla sabbia, al momento in cui prendono il largo, diventano adulte e infine tornano alle spiagge dove sono nate per nidificare. “E dico ‘insieme’ - sottolinea Alessia - perché è anche il viaggio di ognuno di noi, con loro e per loro”.

Oggi stiamo distruggendo gran parte di ciò che è natura e abbiamo perso il legame profondo che ci unisce ad essa, dimenticandoci che ne siamo parte e che rispettarla significa, in fondo, rispettare noi stessi. Con Dortoka spero di accompagnare le persone in un percorso di riconnessione con la natura, attraverso lo sguardo e la storia di questi animali straordinari”.

Mare Nostrum, ma secondo natura

Quando chiedo cosa possiamo imparare dal modo in cui le tartarughe abitano il Mediterraneo, Alessia è onesta: non cerca una risposta facile o ad effetto. “Le tartarughe marine - racconta - sono animali poco sociali: conducono una vita in gran parte solitaria e ‘anonima’ fin dalla nascita. Non sono come alcuni mammiferi marini, con cui è forse più immediato fare paragoni diretti sul comportamento o sulle relazioni sociali”.

Per questo, più che confrontarci con le tartarughe in senso stretto, ci suggerisce di allargare lo sguardo alle specie marine in generale: “Le forme di vita che abitano il Mediterraneo esistono da milioni di anni e, nel tempo, si sono adattate, hanno prosperato o si sono estinte seguendo processi naturali o a causa di grandi eventi ambientali. Se oggi il Mediterraneo è così come lo conosciamo, lo dobbiamo proprio a questi equilibri costruiti nel tempo”.

E qui arriva una frase che dovremmo tenerci stretta, come una bussola:

Noi amiamo chiamarlo Mare Nostrum, ma forse dovremmo imparare a viverlo davvero ‘secondo natura’, invece di sfruttarlo per un guadagno immediato, che non è né duraturo né resiliente.
Le conseguenze di questo approccio sono sempre più evidenti, ad esempio attraverso gli eventi climatici estremi che stiamo osservando. In questo senso, ciò che possiamo imparare dal mare e dai suoi abitanti è il valore del tempo, dell’equilibrio e del rispetto dei limiti naturali
”.

Cosa possiamo fare, davvero, se ci sta a cuore il futuro delle tartarughe

E se nel nostro piccolo volessimo fare qualcosa di concreto per le tartarughe marine? Da dove cominciare? Ho posto la domanda ad Alessia e ne è venuto fuori un prezioso elenco di consigli utili, da tenere sempre a mente.

- Riduci il più possibile l’uso di oggetti monouso: meno plastica in giro significa meno probabilità che finisca in mare.
- Non gettare nulla nel WC, soprattutto salviettine umide: “molte più persone di quanto pensassi continuano a buttare oggetti… credendo che siano degradabili: in realtà non lo sono”.
- In spiaggia, lascia tutto come lo hai trovato (o meglio): la pulizia “ordinaria” è già conservazione.
- Non toccare gli organismi marini, in generale: il contatto è spesso stress, anche quando sembra innocuo.
- Scegli creme solari che rispettino l’ambiente marino: quello che spalmi sulla pelle, spesso, finisce in acqua.
- Se fai castelli di sabbia o buche, distruggili sempre a fine giornata: per una tartarughina “un castello può essere una montagna invalicabile e una buca uno strapiombo pericolosissimo.”
- Se avvisti femmine nidificanti o piccoli, soprattutto di notte, chiama la Guardia Costiera ed evita luci dirette su di loro: la luce può essere una condanna.
- Se vuoi fare un passo in più: valuta un campo di volontariato nelle aree dove la tartaruga comune nidifica sempre più spesso anche nel Mediterraneo. È formazione, utilità, presenza.

Sguardo al futuro: non servono miracoli, basta la volontà collettiva

Quando le chiedo come vorrebbe che fosse la situazione delle tartarughe marine nel nostro mare tra dieci anni, Alessia non parla di numeri miracolosi, parla di stabilità: “Mi piacerebbe che la situazione fosse più stabile e sicura: con spiagge più protette, una pesca più sostenibile e una maggiore consapevolezza da parte delle persone. Le conoscenze scientifiche e gli strumenti di conservazione ci sono già; quello che farà davvero la differenza sarà la volontà collettiva di rispettare il mare e chi lo abita”.

Le tartarughe marine non chiedono nulla di eccezionale: una spiaggia abbastanza buia di notte per orientarsi, un mare pulito per nutrirsi, una pesca selettiva che non si trasformi in trappola e temperature che non sbilancino il futuro prima ancora che nasca. Se siamo qui a dover ricordare queste condizioni “minime”, è perché - purtroppo - siamo abituati a considerare la costa un luogo da occupare, non un confine delicato tra due mondi.

E forse è questo il punto più interessante del racconto di Alessia Cherin: la buona scienza non serve a stupire, serve a vedere meglio. A capire dove la nostra normalità diventa, per altri esseri viventi, un incidente continuo. E a ricordarci che il Mediterraneo non è un fondale neutro su cui proiettare la nostra estate: è una casa condivisa, con regole antiche che non abbiamo scritto noi.

Se questa voce del mare ti è piaciuta, falla arrivare a un’altra riva: condividi la puntata!

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Di seguito tutti i link per seguire il lavoro di studio e divulgazione di Alessia Cherin e due libri che ci consiglia di leggere che parlano, ovviamente, di tartarughe!

  • Social - Ecco il profilo Instagram di Alessia e l’account di Colmare.

  • Il podcast - Dortoka. Io, noi e le tartarughe. Qui puoi ascoltare la prima puntata del racconto di cui ci ha parlato nella chiacchierata.

  • Libro #1 (in inglese) - My Life with Sea Turtles di Christine Figgener. “Christine ha dedicato e dedica tutt’ora la sua vita alla conservazione delle tartarughe marine in Costa Rica. - spiega Alessia - Purtroppo il libro non è ancora stato tradotto in italiano, ma ne vale assolutamente la pena: proprio come nel mio podcast, non affronta il tema solo da un punto di vista scientifico, ma anche umano. Ha inoltre un forte taglio femminista, perché nel mondo della conservazione delle tartarughe il tema delle disuguaglianze di genere è molto presente, soprattutto in alcune aree del mondo come quella in cui lavora lei”.

  • Libro #2 (in italiano) - Il viaggio della tartaruga di Carl Safina. Questa meravigliosa specie raccontata da chi l’ha osservata e studiata per anni in ogni mare e oceano.


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