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Blu Mediterraneo · Mar 21, 2026

Conoscere il mare per non perderlo

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Simone Pazzano · Blu Mediterraneo

Sappiamo molto sul mare. Lo misuriamo, lo analizziamo, lo monitoriamo con satelliti e sensori. Eppure, come ripeto spesso tra queste pagine salate, continuiamo a trattarlo come se non ci riguardasse davvero. È da questa distanza - tra conoscenza e cura - che nasce una delle sfide più ambiziose della scienza marina degli ultimi anni.

Il Decennio delle Nazioni Unite delle Scienze del Mare per lo Sviluppo Sostenibile è a metà percorso. Dal 2021 al 2030, la Commissione Oceanografica Intergovernativa dell’UNESCO coordina un programma globale con un obiettivo dichiarato: produrre “la scienza di cui abbiamo bisogno per il mare che vogliamo”. Sette risultati sociali attesi - un mare pulito, sano, produttivo, prevedibile, sicuro, accessibile e stimolante - e dieci sfide operative.

Il volume che raccoglie le basi strategiche del programma - Ocean Literacy: A Foundation for the Success of the Ocean Decade (UNESCO-IOC, 2026) - è esplicito su un punto: il successo non dipende soltanto da nuove tecnologie o scoperte scientifiche, dipende dalla capacità di trasformare il rapporto tra le persone e il mare.

Ocean Literacy - che potremmo tradurre come cultura marina o alfabetizzazione al mare - è il termine con cui la comunità scientifica internazionale indica qualcosa di preciso: la capacità di capire l’influenza del mare sulla nostra vita e, al contrario, la nostra influenza su di lui. Non è solo sapere quant’è profondo il Mediterraneo o riconoscere la Posidonia oceanica. È capire i meccanismi, sentire la connessione, e trasformare questa consapevolezza in comportamenti concreti.

Il concetto non è nuovo - le prime linee guida risalgono agli anni Duemila - ma con il Decennio del Mare ha cambiato scala. Quella che era una pratica educativa è diventata una strategia globale che integra conoscenza, valori e azione. La sfida numero 10 del Decennio la definisce apertamente come trasversale a tutte le altre: “Ripristinare il rapporto della società con il mare”. Senza questo passaggio, spiegano i ricercatori coinvolti, ogni progresso scientifico rischia di restare chiuso nei laboratori.

Lo ha scritto con chiarezza Margaret S. Leinen, già vicepresidente del Comitato consultivo del Decennio del Mare e direttrice della Scripps Institution of Oceanography, nella prefazione al testo che ho citato all’inizio: “La cultura marina non è semplicemente un pilastro di supporto del Decennio del Mare: è fondamentale per il suo successo”.

Una delle discussioni più concrete riguarda il linguaggio. La proposta - già adottata da parte della comunità scientifica - è di scrivere "Ocean" con la maiuscola, come si fa con "Earth" in inglese, o con "Terra" in italiano. Non è una mera questione stilistica. Riflette un cambio di prospettiva: esiste un solo Mare globale interconnesso, che copre oltre il 70% della superficie terrestre. Usare nomi separati per Atlantico, Pacifico, Mediterraneo può essere utile in geografia, ma tende a frammentare la percezione di un sistema che invece funziona come un tutto: regola il clima, assorbe CO₂, produce ossigeno, muove nutrienti da un capo all’altro del pianeta.

Per chi vive sulle coste del Mediterraneo, ad esempio, questo non è un dettaglio astratto. Quello che succede nell’Atlantico settentrionale - le correnti, le temperature, le migrazioni di specie - arriva anche qui. E quello che scartiamo o emmettiamo lungo le nostre coste si disperde in quel sistema unico. Riconoscere questa connessione è uno dei primi passi della cultura marina.

La parte più concreta (e bella!) del rapporto riguarda come si costruisce questa consapevolezza, in particolare nei più giovani. Le iniziative documentate dall’UNESCO e dai suoi partner mostrano un orientamento preciso: più esperienza diretta, meno teoria separata dalla realtà.

A Venezia, il progetto Sea Beyond — Kindergarten of the Lagoon porta bambini dai 4 ai 6 anni a fare lezione all’aperto nella laguna, con l’obiettivo di costruire un senso di cura verso l’ambiente fin dall’infanzia. È una delle iniziative coordinate da Francesca Santoro, responsabile del programma Ocean Literacy all’IOC-UNESCO. Questo laboratorio a cielo aperto non vuole spiegare l’ecosistema lagunare a chi non ha ancora gli strumenti per capirlo: vuole costruire una relazione, prima ancora di una conoscenza.

A New York, il programma ScienceOnShore nasce per rispondere a una carenza strutturale: la mancanza di laboratori scientifici nelle scuole elementari. La soluzione è portare gli studenti direttamente sul litorale per fare ricerca sul campo. In Sudafrica e in altri contesti con comunità sotto-rappresentate, progetti analoghi usano l’esplorazione diretta (immersioni, pulizia degli estuari) per costruire nei giovani quello che i ricercatori chiamano “identità scientifica”: la percezione di sé come do qualcuno che può studiare e proteggere il mare, non solo subirne i cambiamenti.

La rete Global Blue Schools coinvolge oltre 1.200 scuole in 17 paesi con un curriculum integrato nelle materie ordinarie. L’iniziativa Save the Wave, attiva anche in Italia, lavora sulla conservazione degli ecosistemi di carbonio blu - praterie di posidonia, in primo luogo - unendo restauro ecologico e coinvolgimento delle comunità locali.

Il quadro, però, segnala anche dove la cultura marina incontra ostacoli reali. Il primo è strutturale: la maggior parte dei progetti dipende da donazioni private a breve termine. Per scalare i risultati, i ricercatori chiedono finanziamenti pubblici stabili e l’inserimento della cultura marina nei curricula scolastici nazionali, non come materia aggiuntiva ma come filo che attraversa le discipline esistenti. L’importanza della politica e del pubblico era emersa, se ricordi, anche quando mi sono fatto raccontare da One Ocean Foundation l’intervento di riforestazione di Posidonia in Liguria.

Il secondo ostacolo è metodologico: misurare quanto la consapevolezza si traduca effettivamente in cambiamento di comportamenti è difficile. Non esistono ancora metriche standardizzate. La distanza tra “so che il mare è in difficoltà” e “agisco di conseguenza” rimane un nodo aperto, sia nella ricerca sia nella comunicazione pubblica. E in parte è anche il motore che mi spinge a pubblicare Blu Mediterraneo.

Il terzo riguarda l’inclusione. La cultura marina non può essere un privilegio di chi vive sul mare. Chi abita nell’entroterra non è disconnesso dal sistema: ogni bacino idrico è connesso al mare, ogni scelta di consumo ha una ricaduta sulle coste. Il concetto di “bacino idrografico” - l’insieme delle acque che confluiscono verso il mare - è uno degli strumenti che i programmi più efficaci usano per costruire un senso di responsabilità anche lontano dalla riva.

  • Leggere i materiali gratuiti dell’UNESCO-IOC sulla cultura marina, disponibili in open access sul sito del Decennio del Mare (sotto trovi il link).

  • Segnalare alle nostre scuole o a quelle dei nostri figli la rete Global Blue Schools e il curriculum blu integrato.

  • Partecipare alle iniziative locali di citizen science marina - monitoraggi di posidonia, rilevamento di specie aliene, pulizie costiere - che contribuiscono direttamente alla produzione di dati scientifici.

  • Condividere articoli come questo con chi, anche lontano dalle coste, vuole capire perché il mare riguarda tutti.

Il Decennio del Mare non deve in alcun modo esaurirsi nelle aule universitarie o nei laboratori di ricerca. Finisce - o comincia davvero - nel momento in cui un bambino di cinque anni tocca l’acqua della laguna e capisce che lì dentro c’è qualcosa da custodire. O quando un adulto che vive a trecento chilometri dal mare capisce che i suoi comportamenti, prima o poi, arrivano al Mediterraneo.

La distanza tra conoscenza e azione non si colma solo con più dati: si colma con più connessioni.

Conoscere il mare è il primo passo per prendersene cura. Passaparola!

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