“No pigliar fantasia, Dio grande, mundo così così, si venir ventura andar a casa tuya”.
Nel 1612 un monaco spagnolo di nome Diego de Haedo pubblicò una cronaca dettagliata dei bagni di Algeri, quelle prigioni a cielo aperto dove migliaia di cristiani attendevano un riscatto che spesso non arrivava. Tra le pagine riportò una frase che gli schiavi si sussurravano per consolare chi stava cedendo alla disperazione:
Non lasciarti andare. Dio è grande. Il mondo è così, oggi male e domani forse bene. Se arriva la fortuna, tornerai a casa.
Quella frase non era italiana, né spagnola, né araba. Era Sabir: la lingua franca del Mediterraneo, l'idioma che per secoli ha permesso a mercanti e prigionieri, nemici e soci di intendersi. Un codice nato dove le navi scaricavano merci e destini, tra il sale dei porti e l'ombra delle stive: non apparteneva a nessuno e per questo poteva essere usato da tutti.
Il Mediterraneo, tra il Medioevo e l'età moderna, era uno spazio di scambi continui. Le galee genovesi e veneziane solcavano le stesse rotte dei corsari barbareschi. Nei porti del Levante e del Maghreb si scambiavano spezie, tessuti, legname ed esseri umani. Si contrattava, si firmavano accordi, si dividevano tavoli nelle locande, si combatteva. In questo intreccio di lingue e fedi serviva uno strumento pratico, qualcosa che permettesse a un mercante toscano, a un giannizzero turco, a uno schiavo greco e a un artigiano tunisino di capirsi, accordarsi, vendere. Darsi coraggio, come abbiamo visto all’inizio.
La risposta non venne da nessun imperatore o accademia. Venne dal basso, spontanea come le maree. La lingua franca che univa le due rive del Mare Nostrum si formò nei fondachi commerciali italiani sparsi per il Levante, nelle carovane dei crociati, sui banchi dei cambiavalute. La sua base era romanza: sette parole su dieci venivano dall’italiano, soprattutto dal veneziano e dal genovese che dominavano i traffici marittimi. Il resto era un impasto di spagnolo, catalano, occitano, arabo, turco, greco.
La grammatica era spogliata all’osso. I verbi restavano all’infinito: “mi parlar”, “ti andar”, “lui voler”. In questo modo non c’era bisogno di memorizzare decine di desinenze. Il verbo essere scompariva, sostituito ovunque da “star”: “La mangiaria star pronta”, il cibo è pronto.
Chi parlava Sabir non coniugava, non declinava. Affidava il senso alla posizione delle parole e al contesto. Era una lingua povera di struttura ma ricca di funzione: bastava a comprare, vendere, sopravvivere.
Il nome stesso racconta tutto. Sabir viene dal verbo romanzo sapere / saber e cristallizza la funzione primaria della lingua: la conoscenza e la comprensione: “se ti sabir”, se tu sai, se tu capisci. Perché capirsi era l’unica cosa che contava.
Miguel de Cervantes lo capì sulla propria pelle. L’autore del Don Chisciotte trascorse cinque anni come schiavo ad Algeri, dal 1575 al 1580. Nelle sue commedie algerine riportò una cantilena che i guardiani usavano per tormentare i prigionieri: “Non rescatar, non fugir. Don Juan no venir. Acà morir”. Nessuno ti riscatterà, non puoi fuggire, Don Giovanni d’Austria non verrà. Qui morirai. La grammatica è infantile, i verbi sono nudi infiniti. Ma il messaggio arriva con una brutalità che nessuna sintassi elaborata potrebbe eguagliare.
Un secolo dopo, a Parigi, quella stessa lingua divenne materia di satira. Luigi XIV era furioso: l’inviato ottomano Solimano Aga aveva mostrato indifferenza verso il lusso di Versailles. Il Re Sole commissionò a Molière una vendetta teatrale, e nacque la celebre cerimonia turca del Borghese gentiluomo. Il protagonista Jourdain viene nominato “Mamamouchi” in una lingua che sembra esotica ma è puro Sabir: “Se ti sabir, ti respondir; si non sabir, tazir, tazir”. Se capisci, rispondi; se non capisci, taci. Il pubblico parigino rideva di un gergo che nei porti del Mediterraneo era questione di vita o di morte.
A Venezia la prospettiva era diversa. I Turchi non erano un concetto esotico, erano i partner commerciali di ogni giorno. Quando Carlo Goldoni scrisse L’Impresario delle Smirne nel 1759, mise in bocca al mercante Ali un Sabir credibile, da uomo d’affari: “Smirne non aver bisogno di tua persona”. Goldoni conosceva quella cadenza perché l’aveva sentita sulle rive della Laguna, dove si contrattavano cantanti italiane per i teatri di Costantinopoli.
Il Sabir attraversava tutte le identità. Questo è il motivo per cui mi ha sempre affascinato e ne ho voluto scrivere. Era la lingua degli schiavi cristiani nei bagni di Algeri, ma anche quella dei mercanti che contrattavano nei porti del Levante. Era il codice dei rinnegati, quegli europei convertiti all’Islam che spesso salivano ai vertici della società corsara: uomini come Uluj Ali, calabrese divenuto ammiraglio ottomano, che comandava le flotte in quella lingua ibrida. Per il rinnegato, il Sabir era la voce di una nuova identità: non più italiano, non ancora turco, ma “franco” nel senso più ampio del termine. Ma era anche, semplicemente, il modo in cui un pescatore siciliano e un doganiere tunisino riuscivano a intendersi.
Poi venne il 1830, e con la conquista francese di Algeri tutto cambiò. L’amministrazione coloniale produsse un dizionario del Sabir, il Dictionnaire de la langue franque, proprio mentre le condizioni per la sua esistenza venivano meno. Non più un equilibrio precario tra potenze rivali, ma un dominio diretto che imponeva il francese come lingua del potere.
Nel giro di pochi decenni, il Sabir si dissolse nel francese popolare del Nord Africa, lasciando solo tracce: qualche prestito nel gergo dei marinai britannici, qualche eco nei proverbi e nelle canzoni popolari.
Eppure resta qualcosa. Resta quella frase di conforto sussurrata nei bagni di Algeri quattro secoli fa, quella teologia minima racchiusa in poche parole storpiate: Dio è grande, il mondo è instabile, la fortuna può girare.
Resta la prova che l’impulso umano a comunicare è più forte di qualsiasi guerra o barriera ideologica.
Per secoli, uomini che si consideravano diversi, se non addirittura nemici, hanno usato le stesse parole per chiedere pane, acqua, pietà o un prezzo migliore.
Il Sabir non era una lingua perfetta. Era una lingua necessaria. E forse, in un Mediterraneo che oggi torna a essere frontiera, vale la pena ricordare che le due sponde in passato hanno saputo trovare un modo per parlarsi. Resta da vedere se sapremo farlo ancora.
Questa storia è di tutti. Se ti ha appassionato, portala su un'altra sponda.
Il libro - Il sabir dei pirati. 1001 vicende della guerra di corsa nel Mediterraneo. Federico De Ambrosis ricostruisce con una serie di aneddoti trent'anni di guerra di corsa nel Mediterraneo, seguendo la parabola di un ragazzino calabrese rapito nel 1536 e divenuto ammiraglio ottomano: quel Uluj Ali che ho citato prima. Un mondo perduto raccontato con passione.
L’album - Marea cu sarea. Stefano Saletti e la Piccola Banda Ikona hanno riportato in vita il Sabir scrivendoci canzoni originali. L'album mescola melodie sefardite, canti del Sud Italia, temi arabo-andalusi e polifonia balcanica: un viaggio sonoro attraverso il Mediterraneo cantato nella sua lingua perduta.
Il Festival - Un anno dopo la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 è nato il Festival Sabir, con l’obiettivo di dar voce a quel Mediterraneo che non vuole arrendersi alle morti di frontiera e alla criminalizzazione delle persone in movimento e della solidarietà. Sabir, la lingua comune dei marinai del Mediterraneo fino all’inizio del secolo scorso, oggi richiama la necessità di ricostruire un linguaggio comune, a partire dalla società civile.
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