È difficile descrivere lo stupore e la gratitudine di avere visto così tante persone per The Last Question l’1 e 2 luglio alle Corsie Sistine, a Roma. In tempi così strani e a volte indecifrabili, ricevere tanto calore umano sembra quasi impossibile, quasi un antidoto al caldo vero e feroce che abbiamo dovuto sopportare insieme.
La vera riuscita di ogni manifestazione sono gli occhi e i visi di chi viene ad ascoltare. Vedervi massacrati dal caldo, eppure così vivi e presenti fino all’ultima parola detta sul palco, è stata l’emozione più grande.
The Last Question è stato solo l’inizio!
Il testo che segue è l’intervento con cui Tommaso De Lorenzis ha chiuso The Last Question. Abbiamo scelto di pubblicarlo in questa newsletter Box perché ci sembra il modo migliore per restituire il senso di quello che è accaduto e da cui vogliamo partire.
Nelle prossime settimane pubblicheremo all’interno del podcast Black Box i panel di The Last Question: non vediamo l’ora di farveli ascoltare!
Le parole non servono soltanto a descrivere il mondo. Servono a rendere possibili i mondi che non ci sono.
Ogni volta che scegliamo una parola per comporre una metafora o per raccontare una storia scegliamo una strada e ne scartiamo un’altra.
“Entropia” è una parola che nasce dalla fisica. Ma ormai la usiamo per raccontare molto altro: l’economia, la geopolitica, il disastro ambientale, lo stato della democrazia. La usiamo persino per le nostre vite. Diciamo che aumenta l’entropia quando qualcosa diventa troppo complesso per essere governato, quando il caos sembra prevalere sull’ordine.
“Entropia” è solo una delle tante parole che abbiamo preso in prestito per raccontare il presente.
Perfino una fortunata definizione in voga negli ambienti critici, quella di “tecnofeudalesimo”, prende in prestito un’immagine che arriva dal Medioevo per descrivere il capitalismo digitale.
Per raccontare il futuro continuiamo a usare metafore che arrivano dal passato. O dalla fisica. O dalla biologia. Come se il nostro lessico non riuscisse più a stare al passo con quello che stiamo vivendo.
Capita. È già successo in passato, ma succedeva anche altro. Ed è questo altro che mi pare di non vedere oggi…
Ogni grande rivoluzione tecnologica è sempre stata accompagnata da una rivoluzione narrativa. Ogni salto tecnico ha prodotto nuove storie. Nuove parole. Nuovi miti. Nuovi eroi popolari. Nuove forme di immaginazione politica.
Pensiamo al telaio meccanico. Descriviamo quasi sempre i luddisti come uomini che avevano paura delle macchine. Non è così. Questa è la versione dei vincitori.
In realtà i luddisti non odiavano la tecnica. Molti di loro erano artigiani altamente qualificati. Usavano macchine. Sapevano ripararle e anche costruirle.
Il problema non era il telaio. Era chi possedeva il telaio. E soprattutto... chi decideva come usarlo.
💬 Raccontaci qualcosa di te
Ci bastano meno di 5 minuti per capire chi legge questa newsletter e continuare a renderla più utile e interessante.
📢 Ogni giorno, 2 milioni di persone si informano con Chora e Will
Se vuoi che il tuo brand sia qui, possiamo parlarne.
📧 Scrivici a brands@willmedia.it
Il loro capo si chiamava Ned Ludd, ma è probabile che non sia mai esistito. La leggenda nasce da un ragazzo che intorno al 1779 avrebbe distrutto due telai dopo essere stato rimproverato dal padrone. Ma nessuno sa se questo fatto sia realmente accaduto.
Più tardi, quando esplodono le rivolte tessili nel Nottinghamshire, gli insorti decidono di firmare lettere, proclami e avvisi minacciosi con un nome. E scelgono il nome di Ned Ludd. O generale Ludd. O captain Ludd.
Solo che – per l’appunto – probabilmente non è mai esistito. Era una leggenda. Una firma collettiva. Una maschera dietro cui migliaia di persone potevano riconoscersi.
Le guardie di Sua maestà il re cercavano un fantasma come lo sceriffo di Nottingham aveva cercato Robin Hood nella foresta di Sherwood.
Prima ancora di essere un movimento politico, il luddismo è stato una grande invenzione narrativa. Perché nessuna trasformazione collettiva nasce senza un racconto.
È successo anche con la stampa. L’introduzione della macchina a caratteri mobili non ha semplicemente moltiplicato i libri. Ha moltiplicato le idee, le eresie, le rivoluzioni.
Ed è successo ancora con la radio – luogo della propaganda di regime, certo – ma anche e soprattutto delle trasmissioni pirata.
È successo con la catena di montaggio che ha liberato infinite occasioni per la mano anonima che praticava il sabotaggio.
E anche la rivoluzione delle criptovalute ha alle sue origini – almeno in parte – l’aura di una figura mitica e sfuggente.
Ogni nuova tecnologia ha sempre generato due forze opposte: da una parte, il controllo; dall’altra, le possibilità di emancipazione.
Negli anni Novanta Internet non era soltanto una tecnologia. Era una promessa. Era il luogo dell’hacking, delle comunità, dell’autonomia, della sperimentazione, della violazione degli steccati proprietari.
Sui muri di Bologna, negli anni Novanta, comparve un murales: lo chiamavano Il quarto stato cyborg. Era il rifacimento di uno dei quadri più politici della storia dell’arte: “Il quarto stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo.
Nel dipinto originale c’è un corteo di lavoratori: braccianti, uomini e donne, che escono dall’invisibilità.
Nel Quarto stato cyborg quella marcia continua, ma il popolo del lavoro è cambiato. I corpi sono diventati ibridi. Carne e metallo. Protesi, circuiti, impianti. Non sono più soltanto lavoratori: sono esseri umani attraversati dalla tecnologia. Ma vengono rappresentati nella posa orgogliosa degli ultimi in marcia.
Noi siamo abituati a considerare la fantascienza un genere letterario. Io credo che sia molto di più. È un laboratorio politico. È una macchina per produrre immaginazione.
Pensate a Neuromante. William Gibson immagina hacker che combattono contro gigantesche corporazioni molto prima che esistessero Google, Meta o Amazon.
Pensate a Matrix. Non parla soltanto di macchine. Parla del momento in cui scopri che il mondo dentro cui vivi è una costruzione politica ingannevole.
Pensate a Ursula Le Guin e a Margaret Atwood. Nessuna di loro stava prevedendo il futuro. Stavano facendo una cosa infinitamente più importante. Rendevano il futuro contendibile.
La fantascienza non serve a indovinare cosa accadrà. Lo dico perché di recente sul supplemento culturale del principale quotidiano italiano, uno scrittore è intervenuto sulla fantascienza sostenendo che avesse sbagliato le previsioni. Ma la fantascienza non deve prevedere, deve impedire che il futuro venga raccontato come inevitabile. Per questo ogni grande stagione di innovazione ha sempre prodotto anche grandi utopie. E ambigue utopie per citare il titolo di un famoso romanzo e di una rivista di sperimentazione radicale degli anni Settanta.
Pensiamo a Marte. Per qualcuno è il prossimo mercato. O la prossima colonia.
Marte, però, è già stato immaginato come il luogo dove sperimentare un’altra società. Nel 1908 lo scrittore russo Aleksandr Bogdanov pubblica La stella rossa un romanzo in cui non si limita a descrivere semplicemente una civiltà extraterrestre. Descrive un’alternativa politica: un altro modo di organizzare il lavoro, la conoscenza, la tecnologia. La vita. E del resto Marte è il pianeta rosso.
Le storie non servono a fuggire dalla realtà. Servono a renderla modificabile.
E le buone storie sono tutte per certi versi fantascientifiche, controfattuali, ucroniche anche quando sono realistiche: perché devono comunicare la sensazione che il passato non sia l’unico modo in cui potevano andare le cose e che il futuro non sia già scritto.
Ma allora mi chiedo quali sono le grandi storie che stanno accompagnando la più grande accelerazione tecnologiche del genere umano. Chi è l’eroe popolare al tempo dell’AI?
Forse è la stessa Intelligenza artificiale? Se è così, però, tocca ancora all’uomo – almeno per il momento – organizzare il racconto.
Oggi non ci manca la tecnologia. Non ci manca la capacità di calcolo. Abbiamo costruito macchine capaci di fare cose impensabili. Ma allora ci servono parole, metafore, storie e miti abbastanza grandi – fatemi dire epici – da permetterci di abitare questo cambiamento senza subirlo.
Se davvero la faglia del nostro tempo passa tra un paradigma di tecnologia centralizzata e uno decentralizzato, allora non stiamo discutendo soltanto di architetture informatiche. Ancora: ci servono, metafore, storie e miti nuovi.
Forse è proprio questa la sfida. Trovare un linguaggio che non descriva soltanto il mondo. Che non descriva soltanto una nuova tecnologia o un nuovo uso della tecnologia. Abbiamo bisogno di racconti che tornino a trasformarlo, il mondo.
Ed è lì – credo – che tutto sempre ricomincia. Dalle parole. Perché sono sempre le parole a decidere quali futuri diventano possibili.
💬 Raccontaci qualcosa di te
Ci bastano meno di 5 minuti per capire chi legge questa newsletter e continuare a renderla più utile e interessante.
📢 Ogni giorno, 2 milioni di persone si informano con Chora e Will
Se vuoi che il tuo brand sia qui, possiamo parlarne.
📧 Scrivici a brands@willmedia.it
Miracoli è il quarto numero del magazine trimestrale di Chora.
In questo Volume ci interroghiamo sul significato della parola miracolo oggi, in un tempo in cui viene usata per descrivere farmaci, algoritmi, intelligenze artificiali e promesse di cambiamenti immediati.
Tra fede, tecnologia, fotografia, letteratura e immaginazione proviamo a capire dove continuiamo a cercare l'inspiegabile e come il miracolo possa ancora assumere la forma della speranza, dello stupore, dell'empatia e della ribellione a ciò che sembra inevitabile.
Se vuoi continuare a seguirci e ti interessano anche altri temi, qui trovi le altre newsletter di Chora e Will:
Verba Manent, per scoprire sempre i nuovi podcast di Chora
The Talk, che mette al centro le storie delle donne
In Camera, che racconta quello che succede nella politica italiana
Spinelli, che racconta quello che succede in Unione europea
Ctrl+Cash, per capire meglio l’economia
Nessun post

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.