Benvenuti nel nuovo numero di Black Box Script, il nostro spazio di scrittura collettiva nato per andare oltre il ritmo quotidiano di Black Box e Morning Finance, con analisi e approfondimenti originali.
L’1 e 2 luglio, a Roma, alle Corsie Sistine, si terrà la prima edizione di The Last Question, il festival di Black Box dedicato alle domande che ci aiutano a capire dove stiamo andando.
Una di queste domande riguarda il rapporto tra tecnologia, finanza e potere: siamo dentro una bolla? E abbiamo gli strumenti per riconoscerla prima che esploda?
Andrew Ross Sorkin, autore del libro 1929, ne parlerà con Guido Maria Brera, Raffaele Coriglione e Silvia Berzoni, in un panel dedicato al turning point tecnologico che stiamo vivendo.
Il testo che segue è la prefazione di Brera e Coriglione all’edizione italiana di 1929, pubblicata da Hoepli: una lettura del grande crash americano come storia del passato e, insieme, come avvertimento per il presente.
Wall Street non è mai stata innocente. La sua innocenza era già smarrita il 17 maggio 1792, quando ventiquattro broker si riunirono sotto un albero di sicomoro a New Amsterdam, isola di Manhattan, e firmarono il Buttonwood Agreement, dando vita al primo mercato di titoli della giovane repubblica americana. Non si può perdere ciò che non si è mai posseduto davvero. Se il Paradiso non esiste, non può esistere nemmeno la Caduta. Eppure, negli anni che precedono il 1929, un’intera nazione si lascia convincere del contrario.
Andrew Ross Sorkin – autore di Too Big to Fail e co-creatore della serie televisiva Billions – è una delle poche voci capaci di trasformare il mondo ineffabile dell’alta finanza in grande narrazione. Nel suo lavoro, i bilanci diventano drammi, le decisioni tecniche si fanno conflitti umani e i mercati smettono di essere astrazioni per rivelarsi quello che sono sempre stati: storie di uomini, interessi e illusioni.
Questa volta Sorkin scrive della stagione in cui un’inebriante retorica da “bei tempi” dell’alta finanza persuade l’America che la prosperità sia permanente, che i mercati sarebbero saliti per sempre e che il progresso avrebbe abolito il rischio.
Poi arriva il 24 ottobre 1929. La finzione della favola cede alla brutalità della tragedia. L’inganno del sogno trasmuta nell’incubo della realtà. E tutto si spezza.
Nella tombola napoletana, il 29 è ’a zita – la fidanzata, il desiderio che aspetta. Ma nella memoria collettiva americana, il 29 ha un altro nome. La paura. È più di un numero: è un simbolo, un codice, uno spettro. Ogni volta che i mercati vacillano, ogni volta che una banca traballa, ogni volta che un indice scende con troppa decisione, torna il fantasma del 1929.
Torna sui giornali, nei discorsi dei politici, nelle proiezioni degli economisti. La storia gli è rimasta fedele: nessun’altra crisi ha lasciato un’impronta così duratura nell’immaginario collettivo. Non il 1987, non il 2001, nemmeno il 2008 – che pure fu devastante – hanno lo stesso potere evocativo. Il 1929 è il metro di tutte le catastrofi. Il punto zero da cui si misura ogni paura.
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Ma per capire perché un singolo anno abbia acquisito questo peso, questa capacità di condensare in sé tutta l’angoscia di un’epoca, bisogna partire dall’inizio. Bisogna tornare agli anni in cui nessuno aveva ancora paura. Agli anni in cui Wall Street era il tempio della modernità, il luogo in cui l’America si raccontava il proprio futuro. E bisogna cercare il volto di quest’epoca. Sorkin lo trova presto. Comincia con un uomo che sorride: Charles E. Mitchell, presidente della National City Bank, detto Sunshine Charlie.
La tentazione di leggere questo libro come un documento del passato va respinta con forza. Le similitudini con la nostra epoca sono troppo precise per essere casuali, troppo strutturali per essere liquidate come mere coincidenze cicliche. I subprime del 2008 sono i bond argentini della National City del 1928. I meme stock del 2021 sono i titoli ferroviari gonfiati dai pool speculativi di un secolo fa. La “democratizzazione della finanza” – slogan che torna puntuale a ogni bolla – è ogni volta lo stesso dispositivo: abbassare le barriere d’accesso non per distribuire la ricchezza, ma per ampliare la platea di chi può perdere. Questo è il 1929. Ed è anche il 2008. Ed è anche oggi.
E la Federal Reserve di New York? Guarda. Esita. Agisce in ritardo, con strumenti inadeguati, con una comprensione parziale di quello che sta succedendo. La banca centrale più potente del mondo non riesce ad arginare la crisi perché non ne capisce la natura sistemica. Pensa a una correzione, non a un collasso. Stringe il credito quando avrebbe dovuto allentarlo. È un errore storico che Milton Friedman e Anna Schwartz documenteranno decenni dopo: la Grande Depressione non fu inevitabile. Fu, almeno in parte, generata dall’incomprensione di chi avrebbe dovuto governarla.
Le conseguenze si propagano nel mondo come onde da un epicentro. E le onde più devastanti non colpiscono dove ci si aspetterebbe.
In Germania, la Repubblica di Weimar era gravata dall’inflazione e scossa dalle passioni tristi dell’umiliazione subita durante la Prima guerra mondiale e dell’odio covato verso i vincitori del conflitto. La Depressione la spezza inesorabilmente. I prestiti americani si prosciugano, le fabbriche chiudono, sei milioni di disoccupati cercano una risposta che la democrazia liberale non sa dare. La risposta, invece, arriva da un uomo che sa usare il microfono, la piazza, la paura. Adolf Hitler non sale al potere nonostante la crisi economica: sale al potere grazie a essa. Il 1929 americano diventa, per una traiettoria che nessuno aveva calcolato, il prologo del 1933 tedesco. Ogni crollo finanziario ha le sue vittime dirette – i risparmiatori, le famiglie, le imprese – ma ha anche le sue vittime indirette, quelle che si contano anni dopo, in moneta di sangue.
In Italia il percorso è diverso, e paradossalmente più istruttivo. Mussolini – già al potere dal 1922 – risponde alla crisi con uno strumento che la storia giudicherà in modo ambivalente: nel 1933 fonda l’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale. Lo Stato entra nel capitale delle banche e delle imprese in crisi, le salva, le ristruttura, diventa azionista. È una forma di capitalismo di Stato che il liberalismo classico avrebbe respinto con orrore. Eppure – ed è questo il paradosso che Sorkin invita implicitamente a considerare – l’IRI diventa un modello.
Franklin Delano Roosevelt, il grande avversario ideologico del fascismo, guarda proprio a quell’esperimento. Non lo dice ad alta voce, ma le somiglianze strutturali tra alcuni istituti del New Deal e l’IRI sono troppo evidenti per essere ignorate. È proprio in questa congiuntura che emerge uno dei principi politici più ricorrenti del Novecento: e cioè che dalle grandi crisi economiche si può uscire da destra o da sinistra. Lo shock è lo stesso, ma le risposte che lo assorbono possono assumere forme ideologicamente opposte pur utilizzando strumenti sorprendentemente simili. Il grande discrimine è il modo in cui il conflitto sociale viene amministrato: nel fascismo è neutralizzato e incorporato dentro un ordine autoritario, nel New Deal è riconosciuto, mediato, istituzionalizzato dentro forme democratiche.
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La finanza, ieri come oggi, non opera nel crimine: opera nelle ombre della legalità. I pool speculativi del 1929 non erano illegali, non esisteva una legge che li vietasse. I prodotti strutturati del 2008 erano perfettamente regolamentari: le regole erano state riscritte per permetterli. La finanza è sempre un passo avanti alla legge, e la legge arranca, negozia, e spesso arriva tardi, quando il danno è già fatto. Le norme, anche quelle buone, invecchiano male di fronte all’ingegnosità della finanza: i regolatori concedono esenzioni, le banche trovano scappatoie, le holding company aggirano i divieti. Non serve cambiare la legge se si può reinterpretarla. Una norma è forte quanto la volontà politica di farla rispettare. E quella volontà tende a indebolirsi nei periodi di prosperità, quando i mercati salgono e nessuno vuole rovinare la festa.
Ogni crisi ha la sua giustizia distributiva, e quella giustizia è sempre sbagliata. I grandi perdono in proporzione; i piccoli perdono tutto. Questa asimmetria non è un’aberrazione: è la struttura. Chi ha diversificazione, liquidità e accesso a informazioni migliori sopravvive alle crisi. Chi non ne ha viene travolto. Il mercato democratizza l’accesso al rischio, ma non democratizza mai l’accesso alla protezione. Le crisi vengono sempre pagate dai più deboli. Questo era vero nel 1929. Questo è vero ancora oggi.
Eppure – e questo è forse il punto più scomodo di tutti – il piccolo investitore non è solo vittima. È anche protagonista. Allora come oggi, è la sua disponibilità a credere che questa volta sia diverso, è il suo desiderio di partecipare alla ricchezza che vede crescere intorno a sé, a gonfiare le bolle. Mitchell non avrebbe potuto fare nulla senza milioni di americani disposti ad ascoltarlo. I venditori di sogni trovano sempre un mercato. Non perché le persone siano ingenue, ma perché il desiderio di migliorare la propria condizione è razionale, e la finanza sa trasformarlo in carburante. Alla fine, è sempre l’agency del piccolo investitore – la sua fiducia, la sua speranza, il suo errore – a prevalere sulle pratiche al limite dei finanzieri. Senza quella fiducia, nessuna bolla regge. Con quella fiducia, nessuna bolla dura.
E poi c’è la memoria. O meglio, la sua assenza. La memoria collettiva non impara dalle crisi finanziarie perché le crisi finanziarie sono eventi rari, tecnici, difficili da comprendere per chi non li ha vissuti direttamente. L’esperienza svanisce con le generazioni. I figli di chi aveva perso tutto nel 1929 erano cauti, diffidenti, parchi. I loro nipoti, cresciuti nei decenni di prosperità del dopoguerra, avevano dimenticato perché. E quando nel 1999 il Congresso abroga il Glass-Steagall, non lo fa per malvagità: lo fa perché nessuno, in quella stanza, ricordava davvero che cosa era successo quando quelle barriere non esistevano. Il ciclo ricomincia sempre. E ricomincia perché la memoria è corta.
Leggere 1929 oggi significa fare i conti con una scomoda continuità. Non viviamo in un’epoca diversa da quella che Sorkin descrive: viviamo in un mondo che ha dimenticato le lezioni di quell’epoca. I meccanismi che portarono al crollo – la leva finanziaria eccessiva, la socializzazione del rischio verso i soggetti meno informati, la convinzione che i mercati si autoregolino, la lentezza delle istituzioni di fronte all’accelerazione dei mercati stessi – sono presenti, in forme aggiornate, ancora oggi.
Il pregio di questo libro è che non moralizza. Non cerca cattivi da condannare né eroi da celebrare. Sorkin segue, con la fedeltà del cronista e la sensibilità del narratore, il modo in cui uomini razionali, mossi da incentivi comprensibili, costruirono collettivamente una catastrofe.
Le tecniche narrative usate ricordano quelle impiegate da Antonio Scurati nel ciclo di M per narrare la parabola storica del fascismo: la cronaca come romanzo, il documento come dramma, il fatto storico come leva narrativa. Scurati scrive di Mussolini e della concatenazione di grandi e piccole variabili che segnarono il suicidio dello Stato liberale. In entrambe le narrazioni prende forma l’anatomia di una caduta: l’epifania del disastro, l’insieme di eventi, fattori umani e caratteristiche sistemiche che, intrecciandosi, finiscono per rendere il crash non un incidente ma una conseguenza quasi inevitabile.
È questa la lezione più difficile del 1929, e la più necessaria: i disastri storici raramente nascono dalla malvagità. Nascono dalla logica. Da incentivi mal allineati, da istituzioni inadeguate, da ideologie che sopravvivono all’evidenza che le confuta.
Sunshine Charlie sorrideva. E il mondo credeva che quel sorriso fosse una promessa.
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Sta per arrivare il nuovo numero di Volume, la rivista trimestrale di Chora Media. Lo presenteremo in anteprima lunedì 6 luglio a Milano, con Mario Calabresi, Francesca Lavazza e la fotografa e visual artist Deka Mohamed Osman, che per questo numero ha realizzato un reportage originale.
📍Galleria Deloitte - Piazza Sant’Eufemia 3 - Milano
🗓️ Lunedì 6 luglio - ore 18:30
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