Benvenuti nel nuovo numero di Black Box Script, il nostro spazio di scrittura collettiva nato per andare oltre il ritmo quotidiano di Black Box e Morning Finance, con analisi e approfondimenti originali.
Ogni ordine nasconde la propria entropia. Non muore per uno shock che lo colpisce dall’esterno, ma marcisce nel momento stesso del suo trionfo più totale, quando l'egemonia sembra assoluta e la contestazione impensabile. Vale per gli ordini politici quanto per i mercati: la finanza accumula la propria crisi proprio mentre appare più stabile, e quella crisi quando esplode non resta confinata ai bilanci. Si dispiega nella società, dove l'entropia finanziaria diventa frattura sociale.
Il testo che segue è l’intervento con cui Guido Brera ha aperto The Last Question.
A partire da agosto pubblicheremo all’interno del podcast Black Box i panel di The Last Question: non vediamo l’ora di farveli ascoltare!
C’è una forza invisibile che nessuno ha mai sconfitto. Agisce in silenzio. Non ha eserciti né bandiere. Non occupa territori perché è ovunque, nell’universo. Non ha fretta, perché vince sempre.
Questa forza invisibile trasforma ogni costruzione in rovina. Ogni ricchezza in polvere. Ogni certezza in memoria. Trasforma il presente in passato e l’ordine in disordine.
I fisici le hanno dato un nome. L’hanno chiamata entropia.
Per comprendere l’azione inesorabile di questa forza basta mettere un cubetto di ghiaccio in un bicchiere e aspettare. Non dovete fare nulla.
Il ghiaccio inizierà a sciogliersi. Silenziosamente. Senza chiedere il nostro permesso.
Dentro quel cubetto c’è una delle leggi fondamentali dell’universo: il secondo principio della termodinamica. La tendenza spontanea di ogni sistema a muoversi verso configurazioni sempre più probabili, sempre più disperse, sempre meno ordinate.
L’ordine richiede lavoro. Il disordine, invece, accade da solo.
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Per costruire una casa servono architetti, muratori, energia, tempo, fiducia. Per ridurla in polvere basta abbandonarla all’incuria.
Per scrivere una biblioteca servono generazioni. Per bruciarla bastano pochi minuti.
Per costruire una civiltà servono secoli di leggi, istituzioni, compromessi, memoria condivisa. Per farla precipitare nel rancore può bastare una stagione.
Il ghiaccio si scioglie. Sempre.
Ed è proprio contro questa legge apparentemente invincibile che, nell’Ottocento, il fisico scozzese James Clerk Maxwell immagina uno dei personaggi più straordinari della storia della scienza. Immagina un diavolo talmente tanto veloce, talmente tanto astuto da riuscire a separare le molecole veloci da quelle lente.
Lui osserva, sceglie, decide. Agisce. Ne lascia passare alcune. Ne trattiene altre. Separa il caldo dal freddo. Produce ordine. Impedisce al ghiaccio di sciogliersi.
Per un istante sembra che il diavolo di Maxwell imbrogli l’universo. Sembra che il secondo principio della termodinamica non sia una legge, ma solo una cattiva abitudine della materia. Sembra che basti qualcuno abbastanza intelligente, rapido e informato, per invertire il corso naturale delle cose.
Poi scopriamo che il trucco non funziona.
Per osservare bisogna raccogliere informazioni. Per ricordare bisogna consumare memoria. Per decidere bisogna spendere energia.
Il Diavolo non lavora gratis. L’entropia non è stata sconfitta. È stata semplicemente spostata. Qualcun altro ha pagato il prezzo dell’ordine.
Ecco perché ho sempre pensato che il diavolo di Maxwell non fosse soltanto un esperimento mentale della fisica. È una metafora della civiltà. Forse la più precisa.
Perché tutta la storia dell’uomo è la storia di alcuni che provano a rallentare il caos, a comprare tempo.
Io li ho chiamati semplicemente così: i Diavoli.
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Non perché siano il male. Ma perché accettano di abitare quel territorio ambiguo dove il bene assoluto non esiste. Dove le decisioni non si prendono scegliendo tra il bianco e il nero, ma tra un male minore e un male maggiore. Dove qualche volta bisogna scegliere quale dolore infliggere per evitare una catastrofe più grande.
I Diavoli non sono onnipotenti. Non salvano il mondo. Non sconfiggono l’entropia.
La ritardano. Comprano tempo. Posticipano apocalissi. Garantiscono un ordine provvisorio contro il caos.
E in questa parola – “provvisorio” – c’è tutta la loro tragedia.
Perché ogni ordine umano è provvisorio. Ogni equilibrio è provvisorio. Ogni moneta è provvisoria. Ogni tecnologia è provvisoria.
Il ghiaccio si scioglie.
Gli uomini si persuadono facilmente che ciò che hanno costruito sia eterno. Che il disordine sia una variabile relativa.
All’inizio di questo secolo, abbiamo creduto che la Storia fosse finita e che il nuovo ordine mondiale fosse la meta stabile, definitiva e indiscutibile del progresso.
Abbiamo chiamato quel nuovo ordine globalizzazione. E ci siamo illusi che l’interdipendenza economica avrebbe reso impossibile la guerra. Che il commercio avrebbe educato il potere. Che la logistica avrebbe preso il posto della geopolitica. Che il benessere avrebbe placato gli appetiti delle nazioni. Che la tecnologia avrebbe trasformato ogni conflitto in un problema di efficienza. E che la politica sarebbe diventata pura amministrazione. E la Storia, finalmente, avrebbe smesso di essere tragica.
È stata la grande promessa della globalizzazione. Una promessa semplice, seducente, quasi religiosa: lasciate circolare merci, capitali, dati, persone, tecnologie, e il mondo troverà da solo il proprio equilibrio.
Poi arriva l’11 dicembre 2001. La Repubblica popolare cinese entra nell’Organizzazione mondiale del commercio. È una data meno impressa nella memoria collettiva dell’11 settembre. Ma forse ha cambiato il XXI secolo ancora più in profondità.
Da quel momento nasce una nuova geografia del capitalismo. La Cina diventa la fabbrica del pianeta, produce ciò che l’Occidente consuma. Lo produce a costi che nessuna democrazia industriale può sostenere. Lo produce senza gli stessi vincoli ambientali, senza gli stessi diritti del lavoro, senza le stesse regole sul capitale, sulla proprietà intellettuale, sulla libertà politica.
L’inflazione sembra scomparire. I prezzi scendono. I salari occidentali perdono forza. Interi distretti produttivi si svuotano. Imprese eccellenti non reggono la concorrenza e chiudono. Fabbriche che per decenni avevano dato identità a città, province, famiglie, diventano capannoni vuoti ai margini delle tangenziali.
Ma, per qualche tempo, nessuno vuole vedere il prezzo reale di quel miracolo. Perché i beni costano meno, il credito costa meno, il consumo continua, la finanza compensa ciò che l’industria perde.
È qui che la politica comincia a rinunciare al proprio mestiere. Non per viltà. O, almeno, non soltanto. Perché sembra davvero che il mercato sappia fare meglio.
La globalizzazione non è stata una passeggiata illuminista verso il progresso. È stata anche una torsione brutale delle regole. Una nuova linea di produzione: un oggetto pensato in un luogo, fabbricato in un altro, assemblato in un altro ancora, spedito attraverso oceani, venduto in un quarto mercato, mentre la sede fiscale dell’azienda restava altrove, in un posto scelto non per produrre, ma per pagare meno tasse.
Il mondo è diventato piatto, si diceva. In realtà era diventato opaco. I costi venivano nascosti. La fatica spostata. L’inquinamento esportato. I salari compressi. La politica sterilizzata.
Ma ogni macchina perfetta nasconde un attrito invisibile. Ogni ordine nasconde la propria entropia.
Nel 2008 la frattura si mostra. È la Great Financial Crisis, la più grave crisi finanziaria dal 1929. Per la prima volta dopo decenni il capitalismo guarda dentro l’abisso. E l’abisso guarda il capitalismo.
I debitori sono insolventi. Gli asset non valgono più ciò che promettevano. Le garanzie si dissolvono. La fiducia evapora.
In quel momento il sistema avrebbe potuto accettare la propria entropia. Avrebbe potuto lasciare che il ghiaccio si sciogliesse. Avrebbe potuto riconoscere che non tutti i debiti sono sostenibili, non tutti gli asset sono ricchezza, non tutte le promesse possono essere mantenute.
Invece sceglie un’altra strada. Sceglie di rimandare, di comprare tempo.
Nasce il Quantitative easing. Tecnicamente è una politica monetaria. In realtà è qualcosa di molto più profondo. È una gigantesca nevicata di liquidità. Una neve che cade sulle montagne del debito, sui bilanci delle banche, sulle crepe del sistema.
Ma la neve non cancella le fratture. Le rende invisibili. Non guarisce la malattia. Anestetizza il dolore.
Stampiamo moneta. Compriamo debito. Abbassiamo i tassi. Congeliamo il presente.
Il paziente si alza dal letto e sembra guarito. Ma abbiamo soltanto abbassato la febbre. Abbiamo soltanto impedito alla crisi di compiere il proprio lavoro distruttivo.
Il Quantitative easing non si limita a salvare le banche. Cambia la natura stessa del capitalismo perché è allora che l’infinita cascata di liquidità riversata dalle banche centrali incontra la rivoluzione digitale.
Nasce la tecnofinanza: big data, piattaforme, intelligenza artificiale, robotica, cloud, biotecnologie.
È qui che, per la prima volta, il capitalismo prova non soltanto a comprare tempo, ma ad abolirlo. Per decenni la finanza aveva avuto una funzione precisa: collegare il presente al futuro. Il prezzo di quel collegamento era il tasso d’interesse. Ogni investimento, ogni impresa, ogni innovazione doveva dimostrare di valere il tempo necessario perché il capitale le accordasse fiducia. Ma quando i tassi si avvicinano allo zero, il presente e il futuro cessano di essere separati. Le promesse non devono più attendere per essere valutate. Le visioni possono essere finanziate come se fossero già realtà.
Ma in tutto questo c’è un protagonista silenzioso: l’elefante nella stanza. È il debito.
Abbiamo imparato a parlarne come se fosse un problema contabile.
Nelle antiche civiltà il debito poteva essere uno strumento di libertà. Hammurabi cancellava periodicamente i debiti perché aveva capito una cosa che noi abbiamo dimenticato: una società troppo indebitata non produce cittadini. Produce sudditi.
La cancellazione del debito era una festa perché spezzava le catene della sottomissione. Restituiva mobilità. Rimetteva in circolo la possibilità. Riportava gli uomini davanti al domani.
Il debito nasce come promessa. Serve a dare una possibilità a chi non possiede capitale ma possiede talento. Serve a costruire case, imprese, strade, scuole, futuro.
Ma quando il debito diventa permanente, anche il futuro smette di essere una promessa. L’entropia non scompare. Si sposta.
Mangia i salari. Trasforma le città in piattaforme. Espropria i più giovani del futuro. La pagano le democrazie quando scoprono che il mercato globale non ha abolito la politica, ma l’ha soltanto consegnata ad altri poteri.
A proposito di poteri, per anni abbiamo detto che esistevano due modelli: quello americano e quello cinese. Abbiamo raccontato l’America come il regno del mercato e la Cina come il regno dello Stato.
Poi è arrivata la pandemia. E l’America ha riscoperto la politica industriale, il reshoring, i sussidi strategici, la protezione delle filiere, la sicurezza nazionale applicata ai semiconduttori, all’energia, ai dati, all’intelligenza artificiale. Ha riscoperto che il mercato, da solo, non basta quando la posta in gioco è il controllo del futuro.
La Cina, dall’altra parte, ha continuato a fare ciò che faceva già da tempo: orientare capitale, industria, tecnologia e strategia nazionale dentro un unico disegno di potere.
Alla fine ci siamo accorti che entrambi stanno costruendo forme diverse di capitalismo di Stato.
La differenza non è più tra Stato e mercato. La differenza è tra due idee di potere. Due modi diversi di governare la stessa ansia. L’ansia di perdere il futuro.
E forse è questa la grande lezione di questi due giorni.
Abbiamo parlato di intelligenza artificiale, energia, spazio, finanza. Di geopolitica, moneta e infrastrutture. Ma in realtà abbiamo sempre parlato della stessa cosa: del tempo. Di chi lo governa, lo compra, o prova a fermarlo.
Il cubetto di ghiaccio continua a sciogliersi. Lo ha fatto anche adesso, in questi minuti. Continuerà a farlo quando usciremo da questa sala.
L’entropia non si ferma. Non ha mai smesso. Nemmeno mentre costruivamo le macchine più sofisticate della storia, mentre inventavamo algoritmi capaci di prevedere i mercati o immaginavamo di poter amministrare il futuro.
Forse allora il problema non è cercare Diavoli sempre più potenti. Forse il problema è immaginare un tempo in cui non avremo più bisogno dei Diavoli. Un tempo nel quale l’ordine non sarà custodito da pochi, ma nascerà dalla responsabilità di molti.
Perché comprare tempo non basta più. Lo abbiamo fatto per anni.
E allora forse l’ultima domanda non è come fermare l’entropia. Non è come arrestare il tempo, come costruire il Diavolo perfetto.
L’ultima domanda è come restituire agli uomini la possibilità di immaginare un futuro diverso. Perché soltanto chi ha ancora un futuro può permettersi il lusso più rivoluzionario di tutti: aspettare. Guardare il ghiaccio che si scioglie. Sapere che nessun potere lo fermerà, ma decidere, proprio per questo, di costruire ancora.
In questa puntata live del podcast Actually da The Last Question, una chiacchierata sul futuro tecnologico dell’Europa insieme all’analista geopolitico Alessandro Aresu e a Ludovico Diaz, CEO di NTT DATA Italia.
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