Ciao, io sono Leonardo Mazzeo e questa è una puntata speciale di Bestiale, che parla di un concetto che mi ha colpito molto.
Questo qui sopra è un ermellino (Mustela erminea), e se ha il manto bianco è perché, quando l’hanno fotografato, aveva cambiato colore per l’inverno. Obiettivo: mimetizzarsi sulla neve, diventare invisibile, un fantasma pronto a saltare alla giugulare di qualche sventurata arvicola. Gran parte della sua strategia consiste, insomma, nel non farsi vedere. Eppure noi lo vediamo chiaramente, nella foto. Anzi: addirittura risalta rispetto allo sfondo, altro che mimetismo. E perché risalta? Semplice e drammatico allo stesso tempo: perché non c’è più neve.
Facciamo un passo indietro: perché non c’è più neve? La risposta non può che stare nel cambiamento climatico: l’alzarsi inesorabile delle temperature ha comportato una diminuzione (se non una cessazione totale) delle nevicate a determinate quote. Un fenomeno osservabile anche da chi semplicemente vive in montagna, oppure ama sciare: ogni anno è sempre più difficile trovare la neve. E se per noi significa rovinare in parte una settimana bianca, per la fauna selvatica questa scomparsa può significare la morte.
Per l’Italia il 2024 è stato l’anno più caldo da quando si hanno osservazioni, secondo i dati raccolti dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (ISAC) del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) di Bologna. La temperatura della penisola è stata superiore di 1,35°C rispetto alla media degli ultimi 30 anni (1991 – 2020).
Via: Il Bo Live
La scala mobile verso l’estinzione: come funziona
Per le specie animali che vivono in montagna, qual è la soluzione, la risposta al riscaldamento globale? Ovvio: se le temperature si alzano, basta semplicemente salire di quota. Di sicuro, scalando in verticale per una manciata di metri, si potranno trovare temperature più fredde e adatte alla vita. E se poi l’anno successivo si alzassero di nuovo? Nessun problema, non resta che salire un altro po’. Il cortocircuito è evidente: non si può salire all’infinito, la montagna prima o poi finirà. Una volta raggiunta la vetta, c’è solo l’estinzione ad attendere le specie che vivono a terra. Chi sa volare, invece, può sempre fuggire. Ma per quanto ancora potrà scappare dall’inevitabile?
Del cosiddetto “Escalator Effect” (tradotto letteralmente, “effetto scala mobile”) si parla già da parecchi anni: qui ad esempio potete scaricare un articolo del 2007 di Emma Marris, corrispondente per la rivista Nature, che citava tra le altre cose il caso delle farfalle Apollo (Parnassius apollo), presenti sulle montagne della Sierra de Guadarrama, nel centro della Spagna: il ricercatore Robert Jon Wilson, tornato 35 anni dopo averle studiate per la prima volta, si rese conto che si erano spostate in alto di circa 200 metri, rispetto alla rilevazione precedente. Nel 2007 erano relegate a vivere solo sulle montagne dai 1.300 metri in su.
Il concetto di scala mobile verso l’estinzione mi colpisce per la sua esattezza e allo stesso tempo mi dà un senso di claustrofobia, di vicolo cieco, di una fuga che si schianta contro un muro. Provo ansia per le specie costrette a salire finché possono, consapevoli però che la scalata avrà un giorno una fine. Il problema, tra l’altro, non è solo il riscaldamento in sé, come scrive Marris:
A complicare il quadro è il fatto che non tutte le specie si adattano ai cambiamenti di temperatura allo stesso ritmo. Alcune specie di uccelli potrebbero abbandonare altitudini troppo calde ben prima che il limite della vegetazione arborea si sposti verso l’alto. Inoltre, molte specie potrebbero spostarsi non perché non riescano a sopportare le temperature elevate, ma a causa dell’impatto dei cambiamenti climatici su altre specie da cui dipendono, oppure perché il progressivo aumento del calore favorisce la diffusione di agenti patogeni che ne causano la morte.
Di recente ho intercettato di nuovo il concetto di scala mobile verso l’estinzione in un articolo de Il Dolomiti che parlava dello stambecco e della sua incapacità di sudare: un limite che lo costringe a non muoversi quando le temperature vanno oltre i 15 gradi, e che per questo potrebbe spingerlo a diventare un animale notturno (anche se non ha gli occhi adatti al buio). Non avendo via di scampo contro il caldo il giorno e non potendo volare via come un uccello o come una farfalla, l’estremo tentativo dello stambecco potrebbe essere quello di vivere solo di notte.
Sempre su Il Dolomiti trovate un altro articolo interessante sul tema, che parte da un aneddoto diverso, questa volta dalle Ande. Due spedizioni, Pentiacolla 1 (del 1985) e Pentiacolla 2 (del 2017) registrano dati sugli uccelli presenti sulla catena del Cerro de Pantiacolla, in Perù.
Un estratto simbolico ed esaustivo:
Pentiacolla 2 ripete esattamente quanto fatto da Pentiacolla 1 e quando arriva alla cima il beccopiatto pettofulvo non c’è più. Neppure l’averla formichiera, o il solitario andino. Alla fine Pentiacolla 2 conterà 8 assenti delle 16 specie che nel 1985 vivevano sulla cima. Non solo: l’intera “comunità verticale” del Cerro si è spostata in media di 40 metri verso l’alto, rincorrendo quell’aumento di temperatura di soli 0.42 °C. Uno spostamento che se consideriamo la forma piramidale delle montagne si traduce in una progressiva diminuzione dello spazio vitale a disposizione e diventa una falce per le specie delle quote più alte come il beccopiatto del Cerro, che non hanno più dove stare, se non andarsene e scomparire da quella montagna. O scomparire per sempre, dipende.
Il caso dell’ermellino in Italia
Ma torniamo all’ermellino. La prima volta che ho sentito parlare, anzi, che ho letto di “scala mobile verso l’estinzione” era proprio in un testo che parlava di questi stupendi mustelidi. L’articolo è sul Post e lo ha scritto Marco Granata, biologo della conservazione che da anni si occupa di ermellini con ricerche sul campo, studi e approfondimenti.
Il pezzo, uscito il 7 febbraio di quest’anno, metteva in relazione la scelta del Comitato Olimpico, che ha scelto due ermellini come simbolo delle Olimpiadi Invernali, rispetto all’attuale situazione di questa specie in Italia.
Scrive l’autore:
Considerando gli scenari futuri delineati dall’Intergovernmental Panel on Climate Change(IPCC), non è azzardato ipotizzare che, dopo Torino 2006 e Milano Cortina 2026, difficilmente ci sarà una Bolzano 2098. Gli ermellini, non potendo avvalersi di neve artificiale né tantomeno trasferirsi in Lapponia o in Canada, affrontano però una minaccia ben più grave: per trovare la neve saranno costretti a salire sempre più in alto; ma a forza di arrampicarsi sui fianchi delle montagne, ad aspettarli oltre una certa quota troveranno solo roccia e cielo, secondo un fenomeno chiamato dagli scienziati “scala mobile verso l’estinzione”.
Marco Granata, insieme agli altri ricercatori che insieme a lui hanno lanciato l’Ermlin Project (progetto di ricerca dedicato proprio al mustelide in questione), hanno auspicato e chiesto per diversi mesi che il Comitato destinasse dei fondi allo studio dell’ermellino, dopo averlo scelto come mascotte. Si chiedeva un aiuto concreto, non solo simbolico.
L’appello, però, è rimasto inascoltato.
I ricercatori dell’Ermlin Project però non si sono arresi e hanno deciso di lanciare una campagna di crowdfunding propio allo scopo di finanziare il progetto di ricerca. Personalmente ho deciso di sostenerli per l’importante lavoro che stanno svolgendo e per la passione che ci mettono. In questo modo, anche se solo in piccolo, sento di aver fatto la mia parte nella protezione della specie.
Per chi volesse sostenere la campagna con una donazione libera, c’è il bottone qui sotto:
Per oggi è tutto, ci sentiamo come al solito giovedì prossimo. Grazie per aver letto anche stavolta Bestiale e grazie a chiunque vorrà sostenere la ricerca sull’ermellino.
Vi abbraccio!
Se hai domande o se vuoi fare segnalazioni, puoi scrivermi all’indirizzo leonardomazzeo1@gmail.com, oppure via Instagram, dove mi trovi su @leonardomazzeo e @bestiaaale.
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