Ciao, io sono Leonardo Mazzeo e questa è la puntata numero duecentoundici di Bestiale, che parla di una battaglia tra primati.
In questo periodo storico, purtroppo, sentiamo sempre più spesso parlare di guerre tra esseri umani: continuano a scoppiare una dopo l’altra attorno a noi, quasi ci stiamo abituando, normalizzando l’orrore di una pratica che l’uomo porta avanti da millenni. Probabilmente lo facciamo da da quando abbiamo messo piede su questa Terra. E non siamo gli unici.
Pure alcuni nostri parenti pisi fanno la guerra: lo aveva intuito Jane Goodall (poi ne parliamo), lo ha confermato un recente studio pubblicato su Science. Tema: una guerra scoppiata nel 2015 tra una comunità di 200 scimpanzé che prima era unita, poi si è spaccata in due. Dando origine al conflitto.
Parco Nazionale di Kibale, Uganda. La numerosa comunità di scimpanzé denominata Ngogo viene osservata e studiata dal 1995 dai ricercatori, tanto da diventare oggetto di un documentario Netflix (L’impero degli scimpanzé). Fino al 2014, la comunità, seppur divisa in tre sottogruppi, convive in maniera pacifica, condividendo la stessa porzione di territorio (circa 24 km quadrati). Gli scimpanzé di Ngogo si accoppiano tra loro, cercano cibo insieme, scacciano altre comunità.
Poi, all’improvviso, qualcosa cambia: Aaron Sandel, a capo dello studio, nel 2014 nota le prime tensioni tra il gruppo centrale e quello occidentale (il gruppo orientale è rimasto fuori dal conflitto, anche se “alleato” a quello centrale). Il 24 giugno del 2015 si arriva all’escalation: una volta entrati in contatto, gli scimpanzé del gruppo centrale e occidentale, invece di essere amichevoli come al solito, si lasciano andare ad un violento scontro fisico mai registrato prima.
È il punto di non ritorno.
Da quel momento in poi, i rapporti tra i due gruppi si deteriorano. Gli scimpanzé centrali evitano quelli occidentali e viceversa, non ci sono più interazioni, gli accoppiamenti avvengono solo tra membri dello stesso gruppo. Oltre alla separazione, negli anni successivi arrivano anche altri violenti scontri: dal 2018, in tutto sono morti 7 maschi adulti e 17 cuccioli, oltre a 14 maschi scomparsi (si pensa siano deceduti anch’essi a causa del conflitto).
Nel video che segue si vede l’aggressione a Basie, un maschio adulto del gruppo centrale, che nel 2019 è stato aggredito da una pattuglia occidentale. Basie è morto pochi giorni dopo a causa delle ferite riportate.
La particolarità di questa guerra civile tra scimpanzé è il suo sbilanciamento: nonostante inizialmente fosse il più numeroso, il gruppo centrale è l’unico che ad oggi ha subito perdite (tutti gli scimpanzé morti appartenevano proprio al centrale). Evidentemente, quello occidentale è più aggressivo e agguerrito. I ricercatori pensano che, a lungo andare, possa sterminare del tutto il gruppo rivale.
Gli scimpanzé non sono nuovi a scontri tra conspecifici, ma in genere si tratta di casi isolati e circoscritti, dipendenti da fattori considerati naturali, come la competizione per il ruolo di maschio alpha. Le guerre civili sono decisamente più rare e anomale, visto che si tratta di animali generalmente socievoli e molto legati tra membri della stessa comunità.
Non è semplice spiegare le ragioni alla base del conflitto di Ngogo. Stando a quanto dice Aaron Sandel, è difficile che il conflitto sia dipeso dall’accesso alle risorse, visto che nella zona di Ngogo c’è grande disponibilità di cibo.
Riporto di seguito l’opinione di John Mitani, coautore dello studio e primatologo dell’Università del Michigan, secondo il quale la comunità sarebbe diventata semplicemente troppo grande per sopportare la coesione:
“Gli scimpanzé di Ngogo sono stati vittime del loro stesso successo. Il gruppo ha continuato a crescere sempre di più, fino a raggiungere dimensioni tali che i singoli individui non riuscivano più a collaborare”.
Un’altra teoria è che la comunità abbia iniziato a sfaldarsi nel 2014 a causa della morte (a distanza di poco tempo e probabilmente a causa di una malattia) di cinque maschi adulti che rappresentavano “importanti elementi di coesione”. Persi loro, è andata persa anche l’unità.
Lo stesso John Mitani sostiene che anche la competizione riproduttiva potrebbe aver giocato un ruolo: il gruppo centrale, prima dello scoppio del conflitto, aveva perso accesso alle femmine del gruppo occidentale.
“Posso facilmente immaginare una situazione in cui, se sei un maschio del gruppo centrale, ti dici: ‘Aspetta un attimo, siamo stati tagliati fuori da queste femmine, forse ora è il momento di provare a fare qualcosa’. Ma quei maschi hanno fatto un grave errore di valutazione, perché sono stati loro a essere vittime e a subire tutte le uccisioni, il che è un altro aspetto insolito della storia.”
Insomma, le cause potrebbero essere state più di una.
Ecco, se determinare le cause scatenanti del conflitto è difficile, è ancor più complesso dire cosa ci insegna questa storia.
Di sicuro gli scimpanzé di Ngogo ci dicono che non è necessario che ci siano differenze religiose, etniche o politiche per far sì che esploda un conflitto: basta un cambiamento negli equilibri sociali e tutto può andare tutto a rotoli. Le prime guerre tra gli uomini potrebbero essere iniziate così, per motivi lontani rispetto a quelli che sentiamo oggi nei notiziari.
Uno spunto interessante, in questo senso, arriva dalle conclusioni dello studio:
“È facile attribuire la polarizzazione e la guerra che si verificano oggi tra gli esseri umani a divisioni etniche, religiose o politiche. Tuttavia, concentrarsi esclusivamente su questi fattori culturali significa trascurare i processi sociali che plasmano il comportamento umano, processi presenti anche in uno dei nostri parenti animali più prossimi. In alcuni casi, è proprio nei piccoli gesti quotidiani di riconciliazione e ricongiungimento tra individui che troviamo opportunità di pace”.
Significative anche le parole del primatologo John Mitani:
“Una delle cose insolite di noi umani è che siamo una specie incredibilmente prosociale e cooperativa. Invece di attaccare i nostri vicini, facciamo di tutto per aiutarli, anche se sono perfetti sconosciuti. Questa è la lezione che ho imparato da tutto ciò. Cerco di essere ottimista, soprattutto in questi tempi in cui il mondo si sta polarizzando sempre di più.”
In realtà, questa non è il primo conflitto tra scimpanzé registrato e studiato. Come anticipato all’inizio, c’è da ricordare il caso della cosiddetta Guerra degli scimpanzé Gombe, durata dal 1974 al 1978. Questa però ve la faccio raccontare da Marco Granata, col quale ho condiviso il palco al Festival di Chora, dove abbiamo parlato di odio animale e anche delle guerre tra scimpanzé. Ecco cosa mi ha detto:
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Appena possibile condividerò con voi l’intero audio del talk 🧡
L’indagine della LAV, che ha coinvolto 1300 studenti delle scuole medie tra gli 11 e i 14 anni, non traccia proprio un bel quadro: il 42% degli intervistati ha dichiarato di aver assistito a maltrattamenti animali. Di questi, e cito:
Il 12,11% ha assistito ad “atti cruenti”, ovvero uccisione di rane, rospi, lucertole (a volte con taglio della coda), sevizie ai pesciolini rossi; infine, il 14,12% ha visto “atti particolarmente cruenti” come l’uccisione o la tortura di un vertebrato a sangue caldo, l’uccisione a scopo alimentare e altri atti di maltrattamento violento.
A questo proposito, dopo la gatta stuprata a Tor Tre Teste, un altro gatto è stato seviziato, stavolta con un petardo: è successo ad Acilia, per il povero Odino “una zampa [è stata] amputata fino all’anca e dell’altra resta solo una parte. Dovrà affrontare almeno un ulteriore intervento all’orecchio e potrebbe rimanere sordo”.
Ho solo una domanda: perché?
Voglio provare a dare una notizia positiva, dopo tutto questo odio. Per ricordarci che noi esseri umani siamo capaci anche di atti d’amore non richiesti. E allora ecco che un ragazzo, senza protezioni e rischiando grosso, ha deciso di arrampicarsi su un palo del molo di La Paz (Messico) per salvare un gabbiano con un’ala incastrata.
Momento qualche link e poi meme scimmiesco:
🐋 Timmy non trova pace: la megattera arenata nel Baltico da settimane è ancora in vita, mentre attorno a lei le discussioni non si placano.
🛣️ Una scena triste, potente e commovente: in Patagonia, mamma puma trascina via il suo cucciolo investito e ucciso da un’auto, ricordandoci il dramma del roadkill.
🐻 Sono uscite le anticipazioni del Rapporto Grandi Carnivori 2025: il numero di orsi in Trentino sale a 118, ma i danni che causano sono in calo del 34% rispetto all’anno precedente. Insomma: bene così.
🐺 Nel rapporto si parla anche di lupi, la cui popolazione è stabile, ma i danni sono in aumento. E questo non aiuta il clima di odio: a Pisa è stata rivenuta una testa di lupo appesa con una fune ad un cavalcavia.
🐁 Adottare animali da laboratorio al termine delle loro ricerche: su National Geographic, storie di seconde possibilità di vita.
Dicevamo:
A giovedì prossimo, ciao!
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