Il 25 luglio scorso il Financial Times ha ospitato il racconto di un rifiuto. Carmody Grey, che insegna ecologia integrale alla Radboud University e tiene corsi alla London School of Economics, era stata invitata a San Francisco da Anthropic: l’azienda cercava una collaborazione di ricerca con le tradizioni sapienziali, utile, le è stato spiegato, a informare la formazione morale dei sistemi di intelligenza artificiale. Non ci è andata, e ha reso pubbliche le ragioni per cui non ci è andata.
Vale la pena leggere quel testo per intero, perché è un documento raro. Un filosofo che dice no a chi gli offre esattamente ciò di cui la filosofia è stata privata per una generazione, cioè l’impressione di contare qualcosa, compie un gesto che merita di essere guardato da vicino. Chi ha scelto di studiare teologia o filosofia negli anni in cui si domandava pubblicamente se la teologia fosse una materia, ha imparato a lavorare senza attendersi udienza, e ha sviluppato per questa via una vulnerabilità assai particolare: non al denaro, che è una tentazione volgare e riconoscibile, ma all’ascolto. Grey lo dice con una precisione che dovrebbe metterci a disagio, quando osserva che l’industria può comprare chiunque voglia, e che dove non le basta la valuta corrente dispone di beni che agli intellettuali risultano assai più preziosi: l’influenza, il prestigio, il riconoscimento.
La domanda che il suo articolo lascia sul tavolo non è dunque se sia lecito accettare un invito. È un’altra, e più scomoda: che cosa si acquista, esattamente, quando si acquistano le scienze umane? La sua risposta mi pare per una parte giusta e per un’altra sbagliata, e la parte giusta è più radicale di quanto lei stessa dichiari. Scrivo queste righe da una posizione che non è neutrale: in alcune di quelle stanze io ci siedo, e non ho intenzione di alzarmi.

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.