Il 4 agosto, nel quartiere Tavriiskyi di Kherson, un uomo di cinquantadue anni stava scaricando cassette di verdura accanto al suo furgone. Si chiama Jurij, viene dalla regione di Mykolaiv, e quella mattina aveva fatto ciò che faceva ogni mattina: entrare in una città da cui quasi tutti se ne sono andati per vendere pomodori e zucchine sul ciglio di una strada. Il filmato, ripreso dalle telecamere della polizia nazionale e verificato per geolocalizzazione da Reuters sul confronto con immagini satellitari, dura poco meno di un minuto. Si vede un drone che arriva, lo individua, gira attorno al furgone. Si vede l’uomo che si sposta cercando di tenere la lamiera fra sé e la macchina volante. Si vede il drone che si riposiziona, come chi valuta un angolo. E poi si vede il gesto.
Jurij solleva la merce verso l’obiettivo. “Gli ho mostrato che erano verdure, che non avevo nulla”, ha raccontato dal letto d’ospedale. “E mi è venuto addosso lo stesso.” L’ordigno è esploso accanto al furgone, la deflagrazione lo ha sbalzato a terra. È sopravvissuto, con una commozione cerebrale e schegge nella schiena e nelle gambe, ed è l’unica ragione per cui possiamo parlarne al presente e non al passato remoto delle statistiche. Era la seconda volta: la prima era riuscito a scappare, e da allora il furgone lo aveva riparato alla meglio, perché non aveva altro con cui portare la merce.
Zelensky ha diffuso il video dicendo che il mondo deve vedere. Il ministro degli Esteri Sybiha ha parlato di barbaro crimine di guerra, aggiungendo che il sadico che pilotava quel drone sapeva perfettamente di avere davanti un civile. La polizia di Kherson ha ripetuto la stessa formula, e ha ragione. Vorrei tuttavia sostenere che quella formula, per quanto esatta sul piano normativo, non descrive ciò che abbiamo visto, e che il pensiero si ferma un attimo troppo presto quando trova una qualificazione giuridica disponibile e la scambia per una comprensione.
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Il Novecento ha costruito la propria architettura umanitaria attorno a un’idea semplice, e cioè che il male peggiore delle armi fosse la loro cecità. La Convenzione di Ottawa del 1997 non proibisce le mine antiuomo per ciò che fanno, ma per ciò che non sanno fare: distinguere. Una mina è attivata dalla vittima, il che significa che l’ultimo anello della catena causale non è il soldato che la interra ma il piede che la preme, e che fra la decisione e la morte possono passare vent’anni. Nel 2024 il novanta per cento delle vittime accertate di mine e residuati bellici erano civili, e nessuna di quelle persone era stata scelta. La mina è una forma di oblio: il militare che la posa dimentica, il terreno ricorda, e chi muore muore per una decisione che non lo riguardava, presa da qualcuno che non lo conosceva, in un tempo in cui forse non era ancora nato. In questa distanza fra l’intenzione e l’effetto, fra chi decide e chi paga, si è insediata l’intera grammatica morale della vittima collaterale, e insieme la speranza che riducendo la cecità delle armi si sarebbe ridotta la strage degli innocenti.
Vale la pena registrare, di passaggio, il paradosso in cui si trova oggi l’Europa. Fra il dicembre del 2025 e i primi mesi del 2026 Estonia, Lettonia, Lituania, Finlandia e Polonia hanno completato l’uscita da quella convenzione, la più ampia diserzione da un trattato di disarmo umanitario da quando esiste, motivandola con la minaccia russa. Mentre torniamo a seppellire l’arma cieca per paura di Mosca, in Ucraina i civili non stanno morendo di mine.
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Stanno morendo di droni FPV, che sono l’esatto contrario della mina. Un drone in prima persona non ha guida terminale autonoma: un pilota indossa un visore alimentato da un collegamento video in tempo reale e lo conduce a mano fino all’impatto, il che significa che ogni correzione di rotta visibile nel filmato di Kherson è stata una decisione umana presa mentre si guardava. Tutto quanto il diritto umanitario ha chiesto per decenni alla tecnica, cioè vedere, distinguere, decidere con cognizione di causa, in quel drone è soddisfatto. Il risultato non è stato un minor numero di civili colpiti ma un modo nuovo di colpirli. Quel drone non ha sbagliato bersaglio: lo ha scelto, lo ha seguito per cinquanta secondi, lo ha visto alzare le mani e mostrare le zucchine e ha continuato.
Qui salta l’assioma implicito del disarmo umanitario, secondo cui il danno ai civili sarebbe un deficit di precisione e dunque un problema tecnicamente emendabile. La precisione raggiunta non redime nulla: rende possibile ciò che la cecità impediva, cioè l’elezione. La mina uccide il chiunque, chi passa di lì, un piede fra i tanti. Il drone uccide il questo‑qui, quello che la tradizione francescana chiamava haecceitas, l’irripetibilità di un individuo che nessun concetto generale esaurisce. È il rovesciamento più crudele che si possa immaginare, perché la stessa singolarità che fonda la dignità della persona diventa la coordinata della caccia.
C’è poi una questione di prezzo che sarebbe sbagliato considerare accessoria. Fino a ieri uccidere un individuo determinato era un’operazione costosa: serviva un velivolo da trenta milioni di dollari, un missile da centoventi‑centocinquantamila, una lista di obiettivi, una revisione legale, una firma politica in fondo alla catena. Il decennio scorso ha discusso a lungo di omicidio mirato credendo di discutere di etica, mentre discuteva anche, senza dirlo, di scarsità: la deliberazione che circondava quelle uccisioni era in buona parte un artefatto del loro costo. Un drone FPV costa fra i trecento e i cinquecento dollari, meno di uno smartphone, e chi decide è un ragazzo con un visore in una postazione sull’altra riva del Dnipro. Abbiamo reso accessibile a chiunque l’uccisione mirata, e nel farlo abbiamo dissolto il filtro che scambiavamo per una norma.
Il resto lo dicono le abitudini. Gli amministratori di Kherson raccontano da oltre un anno che i reparti russi fanno ruotare gli equipaggi attraverso la città per addestrarli prima di mandarli sul fronte orientale: il civile non è nemmeno il fine, è il poligono. Gli operatori registrano le proprie incursioni, le montano con la musica e le pubblicano su canali Telegram con migliaia di iscritti, così che la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha potuto costruire il proprio dossier su oltre trecento video e seicento post caricati dagli autori stessi. Il termine che gli ucraini hanno scelto per tutto questo, safari, è più preciso di quanto la sua brutalità lasci sospettare: il safari non è la caccia per fame né la caccia per difesa, è la caccia come turismo, con la licenza, la guida, il trofeo e la fotografia da mostrare a casa.
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Grégoire Chamayou, prima in Les chasses à l’homme e poi nella Théorie du drone, ha mostrato che la struttura profonda della guerra è il duello, cioè l’esposizione reciproca, e che su quella reciprocità poggia l’intero ius in bello: il combattente può essere ucciso perché può uccidere, il civile è immune perché non lo può. Tolta la reciprocità, la guerra scivola in un’altra forma, che non è una guerra difettosa ma un genere diverso, e Chamayou la chiamava cinegetica, dal greco della caccia. Il suo oggetto erano i cacciatori a lunga distanza americani, le kill list, un nemico individualizzato da mesi di intelligence; e già lì la trasformazione era radicale, perché chi non può essere colpito non combatte, insegue.
Kherson va oltre quella diagnosi. Non c’è lista, non c’è criterio di pericolosità, non c’è nome, non c’è nemmeno la finzione di una selezione: è preda ciò che entra nell’inquadratura. È il potere cinegetico al grado zero, la caccia senza selvaggina designata, in cui la designazione coincide con la visibilità. E poiché una città è visibile per definizione, l’unica difesa possibile diventa sottrarsi alla vista: a Kherson il comune tende reti da pesca sopra le strade, sui cortili degli ospedali, lungo la statale d’ingresso, reti donate dai pescherecci norvegesi e svedesi, e nel novembre scorso ha allestito un mercato dentro una via sigillata dalle maglie perché la gente potesse comprare verdura senza essere cacciata. È la difesa civile più avanzata del mondo contro i droni, ed è fatta di spago.
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Vengo al punto che mi interessa di più. Lo Statuto di Roma qualifica come crimine di guerra il dirigere intenzionalmente attacchi contro la popolazione civile in quanto tale, e applicato al caso di Jurij l’enunciato è vero: nessuno dovrebbe volerlo indebolire, tanto meno adesso. Ma la validità di una qualificazione e la sua adeguatezza descrittiva sono cose diverse, e mi pare che qui la seconda manchi in tre modi.
Il primo è che la categoria descrive il torto come un errore di direzione: un attacco mal diretto, la mira che si posa dove non doveva. Tutta l’architettura del diritto bellico, distinzione, proporzionalità, precauzione, presuppone una razionalità strumentale in cui l’uccidere è mezzo per un vantaggio militare, e in cui il crimine è un vizio del rapporto fra mezzi e fini. In quel minuto di video non c’è nessun vizio di quel tipo. Non c’è vantaggio militare da conseguire, il fruttivendolo non è scambiato per un soldato e non è la strada per arrivare a un soldato. Non c’è errore di mira: c’è esattezza del desiderio. Il diritto nomina uno sbaglio là dove c’è stata una riuscita.
Il secondo è che la parola guerra, dentro l’espressione crimine di guerra, ricolloca il fatto in un dominio dove l’uccidere è in linea di principio lecito e va soltanto regolato. Chiamarlo così significa dire eccesso del combattimento, deviazione da una pratica che resta legittima; ma quello non era combattimento, e classificare come eccesso ciò che appartiene a un altro genere è una forma involontaria di legittimazione per via tassonomica. Non stiamo guardando un soldato che ha oltrepassato una linea. Stiamo guardando qualcuno che passa il pomeriggio a fare una cosa che non ha nulla a che vedere con la linea.
Il terzo riguarda la via d’uscita che le Nazioni Unite hanno già imboccato. Il 28 maggio 2025 la commissione d’inchiesta indipendente ha qualificato la campagna di droni su Kherson come crimine contro l’umanità di omicidio, e nell’ottobre successivo ha esteso la conclusione a oltre trecento chilometri fra Kherson, Mykolaiv e Dnipropetrovsk, aggiungendo l’accertamento di una politica coordinata di svuotamento del territorio. È una qualificazione migliore, perché coglie la sistematicità là dove il crimine di guerra vede il singolo atto. Ma è stata forgiata per le masse, per le deportazioni e i campi, e qui la massa è una somma di cacce singolari, ciascuna con una faccia e un minuto di riprese. La categoria che descrive l’atto individuale perde il sistema; quella che afferra il sistema dissolve la singolarità, che è esattamente l’orrore specifico di ogni video preso uno per uno.
E c’è uno scarto ulteriore, di natura epistemica, che dovrebbe inquietarci più degli altri. Queste categorie sono state costruite per una scarsità di prove: l’intenzione andava inferita dai modelli ricorrenti, ricostruita dalle macerie, strappata alle smentite. Qui l’intenzione è pubblicata dall’autore. L’Ucraina ha aperto oltre sedicimila procedimenti per attacchi con droni FPV, e a quattordici mesi dalla pronuncia delle Nazioni Unite i morti civili da droni a corto raggio sono quasi raddoppiati, quattrocentodiciotto nel primo semestre del 2026 contro duecentodiciotto nello stesso periodo dell’anno prima, con giugno peggiore di ogni altro mese dall’inizio dell’invasione. L’abbondanza della prova non ha prodotto giustizia: ha prodotto un genere. Non sto suggerendo che si smetta di chiamarlo crimine, sarebbe imperdonabile. Sto osservando che la parola ha smesso di fare il lavoro che ci illudiamo faccia, e che nominare è diventato un modo elegante di rinviare.
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Nel saggio del 1940 sull’Iliade, Simone Weil definisce la forza come ciò che trasforma in cosa chiunque tocchi, e osserva che il caso limite non è il cadavere ma il supplice: l’uomo ancora vivo che si getta alle ginocchia del vincitore ed è già cosa pur respirando. Weil nota però che qualche volta il supplice viene risparmiato, e che questo accade quando il guerriero incontra uno sguardo, quando Priamo entra nella tenda di Achille e Achille si mette a piangere. La supplica funziona perché mette due volti l’uno di fronte all’altro, e perché il volto, come avrebbe scritto molto dopo Levinas, non è un’informazione ma un comando.
Jurij ha compiuto il gesto più antico che esista. Ha mostrato le mani vuote, ha sollevato una cassetta di zucchine verso una lente e ha chiesto di essere riconosciuto per quello che era. La lente ha trasmesso tutto, la faccia, la paura, le verdure, la richiesta, a qualcuno che stava guardando dall’altra parte del fiume, e quel qualcuno ha corretto la rotta ed è venuto addosso. La novità non è che si possa uccidere da lontano, lo si fa dai tempi della fionda. La novità è che si possa vedere perfettamente senza esserne raggiunti: lo schermo consegna il volto come immagine e trattiene esattamente ciò che nel volto obbligava.
Il diritto arriverà, forse. I procuratori ucraini stanno preparando, con l’assistenza di giuristi britannici, il primo processo per crimini contro l’umanità fondato sull’uso sistematico dei droni contro i civili, e sarà giusto che arrivi, e sarà tardi. Ma quel giovedì mattina, in quel minuto, in quel mercato, non è mancata una norma.
È mancato qualcuno, dall’altra parte dello schermo, disposto a lasciarsi obbligare da una faccia.
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