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Paolo Benanti · Aug 6, 2026

Nel 1911 Churchill scelse il petrolio. Stiamo ancora scegliendo

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Paolo Benanti · Paolo Benanti

C’è un momento, nell’estate del 1911, in cui un uomo che fino a poche settimane prima considerava la guerra con la Germania tutt’altro che inevitabile, e il riarmo navale uno spreco di denaro sottratto ai programmi sociali, cambia idea nel giro di un pomeriggio e si ritrova, pochi mesi dopo, a dover rispondere a una domanda che a chiunque sarebbe parsa di stretta competenza ingegneristica: se la flotta britannica debba continuare ad andare a carbone oppure passare alla nafta. Winston Churchill, appena nominato Primo Lord dell’Ammiragliato dopo la crisi di Agadir, sa perfettamente che cosa comporti la seconda opzione. Il carbone gallese sta dentro i confini dell’isola, a poche ore di treno dai porti, ed è difendibile; il petrolio persiano sta a migliaia di chilometri, in un territorio su cui la Corona non esercita sovranità, e per arrivare alle caldaie deve attraversare rotte che in caso di guerra nessuno potrà garantire. Churchill non ignora nulla di tutto questo, lo mette per iscritto, e sceglie ugualmente il petrolio: perché il petrolio è più veloce, perché libera migliaia di uomini dal lavoro di spalare carbone, perché, come dirà lui stesso, la posta in gioco dell’impresa era la padronanza.

Ciò che viene deciso quel giorno non è un combustibile. È una forma di dipendenza. Il criterio effettivamente discusso è tecnico e misurabile, nodi di velocità, tonnellate di carico, uomini risparmiati; il criterio che avrebbe contato per il secolo successivo, ossia l’aver legato la sicurezza di un impero a una geografia che non gli apparteneva e a popoli che non erano stati interpellati, non compare in nessun ordine del giorno, non genera alcun dibattito parlamentare, non viene sottoposto ad alcuna istanza morale. Non perché qualcuno lo abbia nascosto. Perché non aveva la forma di una questione morale: aveva la forma di una scelta tra mezzi.

È esattamente da qui che comincia The Prize di Daniel Yergin, e è per questo che, rileggendolo in queste settimane, mi sono convinto che sia uno dei libri più utili che un filosofo della tecnica possa tenere sul tavolo, a condizione di leggerlo un po’ contro le intenzioni del suo autore.

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Il libro è noto, ed è giustamente celebre. Ottocento pagine fitte, premio Pulitzer nel 1992, un arco che va dal pozzo di Titusville del 1859 fino alla prima guerra del Golfo, con un epilogo aggiunto nel 2008 che allarga il quadro al Caspio, all’irruzione di Cina e India nella domanda mondiale, al dibattito sul picco produttivo, al cambiamento climatico. Yergin non è un filosofo e non pretende di esserlo: è uno storico con un orecchio da romanziere, capace di far vivere un negoziato di concessioni petrolifere come un capitolo di Conrad. È anche, e il dato non è biografico ma strutturale, il fondatore di una delle maggiori società di consulenza per l’industria energetica mondiale. Scrive la storia di un settore di cui è al tempo stesso il più autorevole analista.

Questa doppia posizione non produce, a mio giudizio, alcuna slealtà nei fatti, che sono documentati con una scrupolosità esemplare. Produce qualcosa di più sottile e più difficile da neutralizzare, perché agisce sulla forma e non sul contenuto. Il libro è costruito, capitolo dopo capitolo, come una successione di penurie seguite da soluzioni. Ogni volta che il mondo si convince che il petrolio stia per finire, e succede negli anni Ottanta dell’Ottocento quando i pozzi della Pennsylvania rallentano, e di nuovo dopo la Grande Guerra, e ancora dopo il 1945, e poi durante gli shock degli anni Settanta, e infine con la teoria del picco, arriva puntualmente un capitolo in cui una nuova frontiera geografica o una nuova tecnica dissolvono l’allarme e rovesciano la scarsità in sovrabbondanza. Nell’epilogo Yergin trasforma questa regolarità in argomento esplicito: le paure di oggi somigliano a quelle di ieri, e quelle di ieri erano infondate.

Il ragionamento è induttivo nella forma più fragile che esista, quella del tacchino che ogni mattina, per mille giorni, vede arrivare il contadino col mangime e ne ricava una legge di natura. Ma non è la debolezza logica a interessarmi, perché Yergin la conosce e la circoscrive con onestà, elencando le riserve che rendono incerta l’estrapolazione. Mi interessa il fatto che la rassicurazione non venga dall’argomento bensì dalla struttura del racconto. Se la crisi è un capitolo, allora esiste sempre un capitolo successivo: la forma epica è, di per sé, una macchina per produrre fiducia, e lavora sul lettore molto più in profondità di qualunque tesi enunciata. Non è l’autore che sceglie di rassicurare; è il genere che sceglie per lui.

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Il concetto più prezioso che Yergin consegna alla riflessione filosofica è però un altro, e lo formula quasi di sfuggita, prendendo a prestito il lessico degli antropologi: l’uomo idrocarburico. Non è una metafora giornalistica, è una tesi antropologica precisa. Il petrolio non si è limitato a soddisfare bisogni preesistenti: ha prodotto una forma di vita che quei bisogni li genera. La periferia residenziale, il pendolarismo quotidiano come struttura della giornata, l’agricoltura che dipende dai fertilizzanti di sintesi, le megalopoli alimentate da catene logistiche che nessun territorio potrebbe sostenere, la mobilità individuale trasformata in esperienza dell’autonomia personale: nulla di tutto questo preesisteva alla disponibilità del greggio. È stato costruito attorno ad essa, e una volta costruito ha cominciato a produrre soggetti per i quali quella disponibilità non è una comodità ma la definizione stessa di vita normale.

Qui sta il nodo morale che mi pare decisivo. Quando una tecnologia ha prodotto la forma di vita, l’argomentazione etica arriva sempre in ritardo, perché non discute più con una preferenza revocabile ma con un’antropologia già costituita. Chiedere a un uomo di rinunciare a un’abitudine è un’operazione morale ordinaria; chiedergli di rinunciare a ciò che considera la condizione minima della propria esistenza è un’operazione di tutt’altra natura, e non a caso il lessico pubblico ha finito per adottare la parola dipendenza, che appartiene alla clinica e non alla deliberazione. Quando si comincia a parlare di disintossicazione, si sta ammettendo che la fase deliberativa è chiusa.

Hans Jonas aveva costruito Il principio responsabilità esattamente su questa constatazione. L’etica classica, osservava, era un’etica della prossimità: agivo su ciò che vedevo, su contemporanei che potevo incontrare, con effetti che ricadevano dentro l’orizzonte della mia vita, e la prudenza bastava perché la portata dell’atto coincideva con la portata dello sguardo. L’agire tecnico cumulativo spezza quella coincidenza: produce effetti differiti, aggregati, spesso irreversibili, su soggetti che non possono comparire nella deliberazione per la semplice ragione che non esistono ancora. Da qui la richiesta jonasiana di un’euristica della paura, cioè di attribuire sistematicamente al pronostico infausto un peso maggiore che a quello favorevole, non per pessimismo ma perché l’asimmetria tra ciò che si può guadagnare e ciò che si può perdere lo impone.

La storia raccontata da Yergin è il caso di scuola perfetto per Jonas, ed è anche il documento più impietoso del fallimento della sua proposta. Quella euristica non è mai stata adottata, e vale la pena chiedersi perché. Non perché il rischio fosse invisibile: Churchill lo vede benissimo, lo scrive, lo definisce un prendere le armi contro un mare di guai. Non perché mancassero le istituzioni deliberative: il Parlamento britannico c’era, e funzionava. Il motivo, credo, è che la decisione tecnica non si presenta mai vestita da decisione morale, e dunque non attiva le facoltà che deliberano sui fini. Si presenta come una scelta tra mezzi, e sulle scelte tra mezzi si esercita la competenza, non il giudizio. L’etica non arriva tardi perché è lenta: arriva tardi perché non viene convocata.

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C’è poi il titolo, che è la cosa più filosofica del libro e che il libro stesso, paradossalmente, smentisce. Il premio è la padronanza, e la padronanza è ciò che tutti gli attori del racconto inseguono. Ma la lezione che si ricava dalle ottocento pagine, se le si legge di seguito, è che nessuno lo tiene mai per più di una stagione. Rockefeller costruisce un dominio quasi perfetto sul raffinato americano e viene smembrato per via giudiziaria. Le grandi compagnie internazionali governano per decenni concessioni e prezzi, e negli anni Settanta si vedono espropriare l’intero potere contrattuale dagli Stati produttori. L’OPEC conquista quel potere e lo detiene per un decennio, finché nel 1986 il mercato glielo strappa di mano insieme a metà del prezzo. Il mercato lo esercita fino al momento in cui la geopolitica torna a bussare, e ricomincia tutto.

La tradizione aristotelica e tomista aveva un nome per un oggetto di desiderio così fatto: bene apparente che opera come fine ultimo. La padronanza non è una cosa che si possa detenere, perché non è una cosa: è una relazione, e le relazioni non stanno in magazzino. Chi la insegue come se fosse un bene appropriabile finisce inevitabilmente per trattare tutto il resto, territori, popoli, istituzioni, generazioni che verranno, come materiale strumentale, perché questa è la sintassi che un fine ultimo impone a tutto ciò che gli sta sotto. La violenza che percorre questa storia non nasce, mi pare, dalla natura del petrolio, che è un liquido oleoso e moralmente inerte. Nasce dalla grammatica del premio.

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Rimane la domanda che rende questo libro del 1990 una lettura urgente nel 2026, e conviene sgombrare subito il campo dalla formula che tutti hanno in bocca. I dati non sono il nuovo petrolio, e la frase è falsa in ogni suo termine. Il petrolio è un bene rivale, esauribile, concentrato in giacimenti che stanno sotto la sovranità di qualcuno: la sua politica è una politica della distribuzione della scarsità. I dati si duplicano a costo prossimo allo zero, non si consumano nell’uso, non hanno una geografia nel senso in cui ce l’ha il Golfo Persico. Chi costruisce su questa analogia costruisce sulla sabbia.

L’analogia regge, e regge in modo inquietante, dove nessuno la cerca: non tra il petrolio e i dati, ma tra la decisione di Churchill nel 1911 e le decisioni che si stanno prendendo in queste stagioni sulla capacità di calcolo e sull’energia che la alimenta. La grammatica è identica. Il criterio pubblicamente discusso è tecnico e misurabile, potenza installata, latenza, prestazione dei modelli, posizione nella corsa. Il criterio che conterà tra vent’anni, ossia a chi stiamo legando la nostra dipendenza e quale forma di vita stiamo costruendo attorno a un’infrastruttura che poi non sarà smontabile, non ha un tavolo dove essere posto, perché continua a presentarsi come una questione di ingegneria.

E c’è un ultimo elemento, che mi sembra il più trascurato. Il rapporto tra l’età del petrolio e l’età dell’intelligenza artificiale non è di successione metaforica ma di continuità materiale. Il centro di calcolo non subentra al pozzo: lo presuppone, e ne moltiplica la richiesta. La domanda elettrica generata dall’addestramento e dall’inferenza sta riaprendo impianti che si davano per dismessi, prolungando la vita di centrali fossili, rimettendo in discussione traiettorie di decarbonizzazione che sembravano acquisite. L’uomo algoritmico non è il successore dell’uomo idrocarburico: ne è una variante più esigente. E le due dipendenze condividono la caratteristica che rende tutta la vicenda così difficile da governare, e cioè l’asimmetria tra la revocabilità delle promesse e l’irreversibilità delle opere: un impegno di sostenibilità si ritira con un comunicato, una centrale e una dorsale elettrica durano decenni e nessun comunicato le smonta.

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Torno a Churchill, perché non credo che si possa processarlo. Aveva davanti una guerra che riteneva certa, un vantaggio tecnico reale da cogliere, e un tempo brevissimo per farlo. Nella sua posizione, con le sue informazioni e le sue responsabilità, avrebbe deciso allo stesso modo quasi chiunque. La domanda che il suo caso pone non è se abbia scelto bene: è se abbia scelto sapendo di star scegliendo qualcosa di infinitamente più grande della velocità delle sue navi. E la risposta, per quanto si può ricostruire, è che una parte di lui lo sapeva e che nessuna istituzione attorno a lui era attrezzata per fare di quel sapere una deliberazione.

Noi siamo nella stessa posizione, con un vantaggio che a lui mancava: abbiamo il suo caso. Abbiamo un secolo di conseguenze documentate, e un libro che le racconta tutte, comprese quelle che il suo autore preferisce leggere come prova di resilienza. Sapere non basta, naturalmente, e sarebbe ingenuo credere che la storia insegni qualcosa a chi ha fretta. Ma non sapere non è più tra le scusanti disponibili.

La domanda che mi porto dietro dopo questa rilettura, e che giro a chi legge, è duplice. Quali decisioni stiamo prendendo in questo momento che si presentano come tecniche e non lo sono? E soprattutto: chi, dentro le nostre istituzioni, ha oggi il mandato esplicito di riconoscerle come tali e di fermarle abbastanza a lungo perché qualcuno possa deliberarne i fini? Perché il problema, temo, non è che manchi l’etica. È che le decisioni che contano non arrivano mai al tavolo dove l’etica viene convocata.

Il premio, come sempre, è già altrove.

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