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Paolo Benanti · Aug 6, 2026

Guccini, o dell’imperfezione che ci rende umani

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Paolo Benanti · Paolo Benanti

È morto stamattina a Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano che aveva scelto come proprio luogo del ritorno, Francesco Guccini: aveva ottantasei anni, e in quegli anni aveva fatto una cosa che pochissimi cantautori italiani hanno saputo fare, ossia trasformare la canzone in esame di coscienza. Non parlo qui del compianto pubblico, delle cronache che in queste ore si affollano, giustamente, di aggettivi solenni – gigante, maestro, poeta. Parlo di un’altra cosa, più privata e più scomoda, che riguarda il modo in cui certe canzoni, ascoltate nell’età giusta o nel momento giusto, smettono di essere intrattenimento e diventano strumento. Non nel senso tecnico del termine, ma in un senso quasi ascetico: uno strumento per guardarsi dentro, per mettere a fuoco ciò che in noi resta irrisolto, per non lasciarsi andare, ancora una volta, alla soluzione comoda.

Mi chiedo, in queste ore, che cosa renda una canzone capace di questo. Non è la bellezza della melodia, che pure in Guccini c’era, spesso dimessa, quasi antimelodica per scelta. Non è nemmeno, o non soltanto, la qualità del testo, la sua densità lessicale, l’erudizione dialettologica e glottologica che Guccini portava con sé come un bagaglio ulteriore, mai ostentato. È qualcosa che ha a che fare con la postura morale dell’autore verso il proprio materiale: Guccini non consolava. Guccini graffiava. E il graffio, quando è vero, non lascia chi ascolta come lo ha trovato.

Vale la pena ricordare, prima di entrare nel merito delle canzoni, che Guccini non era lui stesso un uomo semplice da mettere a fuoco, e che questo forse non è un dettaglio biografico ma la condizione stessa della sua opera. Nato a Modena nel 1940, cresciuto tra la città emiliana e l’Appennino pistoiese di Pavana, fu cronista, poi musicista rock prima ancora che cantautore, insegnante di lingua italiana per studenti americani, autore di romanzi noir scritti a quattro mani con l’amico Loriano Macchiavelli, studioso appassionato di lessicografia e di dialettologia. Un uomo, insomma, che non si è mai lasciato ridurre a una sola immagine di sé, nemmeno a quella più comoda del cantautore impegnato che la sua stessa generazione gli avrebbe volentieri cucito addosso. C’è qualcosa di esemplare in questo rifiuto della coerenza a buon mercato: chi vive davvero le proprie contraddizioni, invece di risolverle a tavolino, finisce per scriverne in un modo che altri riconoscono come proprio.

Il primo movimento di questa opera lunga cinquant’anni è quello della collera che non chiede scusa. C’è una rabbia, in molte pagine di Guccini, che rifiuta la mediazione del buon senso, la scorciatoia della moderazione a ogni costo. È la rabbia di chi difende, senza infingimenti, la propria libertà di dire cose sgradite – e insieme la rabbia di chi racconta gli ultimi, gli sconfitti, i macchinisti e gli anarchici della storia, senza trasformarli in bandiera. Guccini stesso rifiutava l’etichetta di cantautore politico che gli veniva cucita addosso: non perché la politica gli fosse indifferente, ma perché, credo, perché sapeva che ogni volta che un’indignazione si irrigidisce in slogan smette di interrogare chi la pronuncia. Alasdair MacIntyre direbbe che la virtà non è riducibile al sentimento: è una pratica che si esercita dentro una narrazione, e che può tradire se stessa proprio nel momento in cui si compiace della propria coerenza. Le canzoni più dure di Guccini funzionano perché non offrono mai quella compiacenza: mettono chi ascolta di fronte alla propria collera, e insieme alla domanda se quella collera sia davvero giustizia o soltanto orgoglio travestito da giustizia.

C’è un episodio, in questa vicenda di rabbia non negoziabile, che vale la pena riprendere perché dice qualcosa sul rapporto tra l’artista e il proprio pubblico. Quando la critica accusò Guccini di essersi involgarito, di aver tradito l’impegno delle origini per il successo, lui rispose con un testo che è insieme autodifesa e atto d’accusa: non chiese scusa, non si giustificò nei termini che gli venivano imposti, ma rovesciò la domanda su chi gliela poneva, mostrando quanto fosse comoda, per chi giudica dall’esterno, la pretesa di stabilire dove finisca l’autenticità e cominci il compromesso. Non è difficile riconoscere, in quella reazione, una lezione che vale ben oltre la musica: la coerenza che si offre come merce di scambio per il consenso altrui smette immediatamente di essere coerenza. Chi scrive, chi insegna, chi prova a pensare in pubblico conosce bene questa tentazione, ed è forse per questo che quella canzone è rimasta, per generazioni di lettori e ascoltatori, un piccolo vademecum contro l’accomodamento.

Il secondo movimento riguarda il modo in cui Guccini ha attraversato il male senza offrire teodicee di consolazione. C’è, nel suo primo grande testo, una domanda che precede ogni possibile risposta religiosa o filosofica sulla presenza del male nella storia: come si canta dopo Auschwitz, e non soltanto se lo si possa fare. Hans Jonas ha scritto pagine severe su un Dio che, dopo Auschwitz, non può più essere pensato come onnipotente senza diventare complice: resta un Dio che si è fatto vulnerabile, che ha bisogno dell’uomo per compiersi nella storia. Guccini non arriva a una teologia così elaborata, e non gliela si può chiedere: ma nel gesto stesso di mettere in musica un bambino nel vento, e più tardi in quello di annunciare, con una title track che scandalizzò la cristianità domestica degli anni Sessanta, la morte di un Dio rassicurante, c’è la stessa istanza. Non la negazione della trascendenza, ma il rifiuto di una trascendenza che funzioni da anestetico. È un’eredità scomoda anche per chi, come me, vive la fede francescana come custodia e non come rifugio: perché impone di continuare a credere, o a cercare, proprio là dove il credere facile non è più disponibile. Hannah Arendt, riflettendo su un altro processo e su un altro capitolo dello stesso male, metteva in guardia contro la banalità di chi smette di pensare per obbedire a una funzione. La canzone di Guccini fa il movimento opposto: costringe a pensare proprio là dove sarebbe più comodo smettere, là dove la retorica della memoria rischia di diventare essa stessa una funzione da eseguire, un rituale annuale che assolve chi lo compie dal continuare a interrogarsi.

Il terzo movimento, forse il più intimo, è quello del ritorno e del riconoscimento. Nella storia del prozio emigrato e poi tornato a Pavana dopo anni di fatica e di lontananza, Guccini non racconta soltanto una vicenda familiare: costruisce quella che Paul Ricoeur avrebbe chiamato un’identità narrativa, il modo in cui un io diventa se stesso solo attraversando le storie degli altri che lo hanno preceduto, riconoscendosi in esse come in uno specchio imperfetto. Non è un caso che proprio questa canzone, tra tutte, sia quella in cui l’autore ammette di essersi visto riflesso in un antenato che non aveva mai conosciuto. È la forma più alta di ciò che chiamiamo fraternità, nel lessico che mi è proprio: non un sentimento generico di solidarietà, ma il riconoscimento che le nostre contraddizioni non sono mai soltanto nostre, che qualcuno prima di noi le ha già vissute, e che questo non le assolve, ma le rende meno solitarie.

Voglio condividere il mio Guccini, quello ascoltato fino a smagnetizzare le cassette in macchina, amato negli LP e riacquistato nei CD e onnipresente nella mia playlist dello streaming (la mia profilazione era facile), una cosa semplice ma penso vera: le canzoni di Guccini mi hanno aiutato a guardarmi dentro, a vedere i miei irrisolti e le mie contraddizioni, a spingermi a non accontentarsi delle soluzioni comode. Parole che graffiavano qualcosa dentro, e che proprio per questo rendevano più umani. Credo che questa sia, in fondo, la definizione più esatta che si possa dare di un’opera morale, prima ancora che di un’opera d’arte: non quella che ci rassicura sulla nostra bontà, ma quella che ci impedisce di chiudere in fretta i conti con noi stessi. Simone Weil scriveva che l’attenzione, portata alla sua massima intensità, è la stessa cosa della preghiera. Ascoltare per davvero una canzone che non vuole piacerci a tutti i costi è forse una forma minore, laica, di quella stessa attenzione: un esercizio che ci sottrae per qualche minuto alla distrazione di essere semplicemente noi stessi come ci conviene essere.

Non so se esista un modo corretto di congedarsi da chi ci ha insegnato, per cinquant’anni, a non fidarci troppo delle nostre certezze. So che il rischio, in questi giorni di necrologi, è quello di addomesticare anche Guccini: farne un’icona rassicurante, un pezzo di nostalgia da consumare senza più lasciarsi ferire, esattamente il contrario di ciò che la sua opera ha sempre chiesto a chi l’ascoltava. Forse l’unico modo onesto di ricordarlo è continuare a lasciarsi graffiare, ora che la voce roca non formerà più canzoni nuove ma soltanto rimarrà, in archivio, a disposizione di chi vorrà ancora mettersi in discussione.

Restano gli irrisolti, che Guccini non ha mai promesso di risolvere, e che forse è già molto non aver finto di risolvere. Resta la domanda, che ognuno di noi porta con sé, su quali soluzioni comode si sia, in questi anni, accomodato senza accorgersene, e su quale canzone, quale libro, quale voce ci abbia impedito, almeno per una volta, di farlo fino in fondo.

[…]

Se e quando moriremo, ma la cosa è insicura
Avremo un paradiso su misura
In tutto somigliante al solito locale
Ma il bere non si paga e non fa male

E ci andremo di forza, senza pagare il fìo
Di coniugare troppo spesso “in Dio”
Non voglio mescolarmi in guai o problemi altrui
Ma questo mondo ce l’ ha schiaffato Lui

E quindi ci sopporti, ci lasci ai nostri giochi
Cosa che a questo mondo han fatto in pochi
Voglio veder chi sceglie, con tanti pretendenti
Fra santi tristi e noi più divertenti
Veder chi è assunto in cielo, pur con mille ragioni
Fra noi e la massa dei rompicoglioni

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