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Balena · Mar 4, 2024

Viva l'ignoranza

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Tiziana Palmieri · Balena

Di cosa parleremo in questo numero? Di ignoranza! Perché tutto nasce dalla sete di sapere. A questa sete la scuola troppo spesso tende a rispondere con drink preconfezionati, mentre quanto è più dissetante abbeverarsi a una fontana o addirittura al torrente… Proviamo a rifletterci.

Oceani idee generative per una scuola che vuole ricominciare a nuotare in alto mare

La pedagogia della domanda

Che strano luogo la scuola, dove chi sa fa le domande a chi non sa, mentre la lezione ideale sarebbe quella in cui l’alunno pone domande e l’insegnante cerca di rispondere, o meglio, guida la classe alla risposta. Lezione che sarebbe, del resto, assolutamente più adeguata in una società come la nostra, in cui gli schemi preconfezionati solo di qualche anno fa non hanno più senso:

una società in cui trapela un senso di provvisorietà che induce a normalizzare il senso e il sentimento di incertezza e mutevolezza ma che, al contempo, rende difficile al soggetto sostare nella mutevolezza, “rimanere in movimento ed essere contemporaneamente argilla plasmabile e abile scultore” (Z. Bauman)

Infatti, come ha sintetizzato il sociologo Domenico De Masi, “forse non è la realtà a essere in crisi, forse è in crisi il nostro modo di interpretarla, sono in crisi i nostri modelli esplicativi. Siccome le categorie mentali che abbiamo ereditato dall’epoca industriale non sono più capaci di spiegarci il presente, siamo indotti a diffidare del futuro, oscillando tra disorientamento e paura”.

Di fronte alla crisi  sembra diventare necessaria una pedagogia “della domanda” (Danilo Dolci), “del dubbio ribelle” (Freire), della capacità di chiedersi “perché”, di affrontare le sfide, di gestire i fallimenti:

La promozione di una pedagogia della domanda è una forma di educazione liberatrice e problematizzante intitolata alla divergenza che è dialogo, eticità, intenzionalità, progetto, speranza, cambiamento. Se un’antropologia della risposta inibisce il potere creatore dei soggetti, una pedagogia della domanda rivela la sua dimensione vitale e vitalizzante, risveglia le coscienze, il giudizio critico, la riflessività, la curiosità epistemica. (D. Dato)

Riflessività. Quanto, per esempio, è di aiuto problematizzare le situazioni presenti (pandemia, guerra in Europa, imperialismo riemergente…), ritornando con la memoria a momenti storici simili, che improvvisamente appaiono in tutta la loro concreta attualità. Penso alla facilità di spiegazione della peste del Trecento dopo aver vissuto una pandemia, ma anche ai parallelismi tra la situazione attuale e l’assalto nazista alle democrazie europee o al concetto di genocidio… Pedagogia della domanda è anche adattabilità del pensiero, atteggiamento di apertura nella ricerca, scambi con coetanei lontani, incontri con esperti, apprendimento sul campo.

Fonti: questo articolo di Territori educativi, quest’altro di MeTis.

Isolotti libri come terre emerse dove riposare, interessanti per chi insegna, per chi desidera approfondire educazione, didattica, inclusione, apprendimenti

Grammatica della fantasia di Gianni Rodari

Un giorno sul diretto Capranica-Viterbo vidi salire un uomo con un orecchio acerbo. Non era tanto giovane, anzi era maturato, tutto, tranne l’orecchio, che acerbo era restato. (…). ‘Signore, gli dissi dunque, lei ha una certa età, di quell’orecchio verde che cosa se ne fa?’. Rispose gentilmente: ‘Dica pure che son vecchio. Di giovane mi è rimasto soltanto quest’orecchio. È un orecchio bambino, mi serve per capire le cose che i grandi non stanno mai a sentire.

Così Rodari in Un signore maturo con l’orecchio acerbo, titolo che mi pare calzare a pennello per un ritratto di un ideale insegnante, pronto più ad ascoltare che a parlare, capace di far venir fuori un alunno abituato a pensare piuttosto che a ricordare e ripetere. Un tema che attraversa tutta l’opera di Rodari, in particolare in Grammatica della fantasia, di cui è interessante scoprire la genesi:

nell'inverno 1937-38, in seguito alla raccomandazione di una maestra, moglie di un vigile urbano, venni assunto per insegnare l'italiano ai bambini in casa di ebrei tedeschi che credevano - lo credettero per pochi mesi - di aver trovato in Italia un rifugio contro le persecuzioni razziali. Vivevo con loro, in una fattoria sulle colline presso il lago Maggiore. Con i bambini lavoravo dalle sette alle dieci del mattino. Il resto della giornata lo passavo nei boschi a camminare e a leggere Dostoevskij. Fu un bel periodo, fin che durò. Imparai un po' di tedesco e mi buttai sui libri di quella lingua con la passione, il disordine e la voluttà che fruttano a chi studia cento volte più che cento anni di scuola. (...) Fu in quel tempo che intitolai pomposamente un modesto scartafaccio "Quaderno di Fantastica", prendendovi nota non delle storie che raccontavo, ma del modo come nascevano, dei trucchi che scoprivo, o credevo di scoprire, per mettere in movimento parole e immagini.

E come nascevano? Ci interessa saperlo perché si tratta di strategie che esercitano e attivano l’orecchio acerbo di cui si accennava. Una parola qualunque, scelta a caso, sasso per esempio, funziona come parola magica “per disseppellire campi della memoria che giacevano sotto la polvere del tempo”; in realtà - continua - non basta un polo elettrico a suscitare una scintilla, ce ne vogliono due. La parola singola agisce solo quando ne incontra una seconda che la provoca (in un'opposizione o in un binomio); proponendo ipotesi (“Le ipotesi - ha scritto Novalis - sono reti: tu getti la rete e qualcosa prima o poi ci trovi.”); deformando le parole stesse, per esempio aggiungendo un prefisso; ma la fantasia può essere attivata” anche da un “errore creativo” (“c'è davvero gente che grida, anzi, scandisce: «I-ta-glia», «I-ta-glia», con una brutta g in più, cioè con un eccesso nazionalistico e un tantino fascistico dentro. L'Italia non ha bisogno di una g in più, ma di gente onesta e pulita. E semmai di intelligenti rivoluzionari.”), dalla riscrittura o dalla ricombinazione di elementi esistenti, come nei giochi di parole. Sono note altre strategie suggerite da Rodari: le fiabe sbagliate, le fiabe a rovescio, i cambi del finale o dell’ambientazione o la mescolanza di storie diverse… e sono molto interessanti le incursioni interdisciplinari, come la matematica delle fiabe.

Al di là delle singole tecniche colpisce proprio l’intento di fondo (teniamo a mente la genesi del libro), che è dare spazio alla fantasia per aiutare a crescere, a essere indipendenti, a liberarsi dalle gabbie mentali:

tutti gli usi della parola a tutti» mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo.

Un’interessante recensione di Grammatica della fantasia anche qui.

Correnti lungo le quali anche i genitori potranno ricaricarsi, seguendo il flusso

Facciamo anche noi un esercizio critico su una parola: cosa ci dice la parola merito aggiunta alla denominazione ufficiale del Ministero dell’Istruzione? Ci aiuta a capirlo Stefano Rossi in La scuola della meraviglia

la parola merito, che a prima vista risuona di giustizia in un Paese come il nostro dove troppo spesso le logiche antidemocratiche la fanno da padrone, dichiara in realtà che la scuola deve guardare non la paradigma della cura, dell’empatia, dell’inclusione e della cooperazione, ma al paradigma della prestazione, dell'efficienza, della competizione e della vittoria.  

La direzione da prendere sarebbe quella di decostruire la cultura della performance, mentre tutto in questo momento sembra andare nel verso opposto. Non faccio esempi, provate a trovarli, non è difficile.

Scandagli citazioni alla ricerca di ispirazione

Niente è tanto incredibile quanto la risposta a una domanda che non si pone. Reinhold Niebuhr 

Onde strategie, attività, progetti per movimentare la didattica

Senza piacere non c’è vita, scoperta, soddisfazione, voglia di sapere sempre più e sempre meglio. Non c’è spinta pulsionale ad andare oltre lo scontato, il conosciuto, il noto. Ma la vitalità è data dall’incontro in classe di menti adulte e menti in formazione che si atteggiano, tutte insieme e ognuna per il proprio ruolo, come impavide ricercatrici di verità, di conoscenza, di sapienza. Il modo per far amare la cultura consiste quindi nel mettere i ragazzi in grado di godere del buon cibo per la mente.

Così un interessante articolo di Paola Scalari, psicologa e psicoterapeuta, che riflette proprio sul compito di ogni buon insegnante, che non è saziare ma sollecitare appetiti.  Leo Babauta racconta che, frequentando Harward, ha osservato ciò che contraddistingue le persone intelligenti: pongono domande. È importante educare esplicitamente questa competenza:

-insegnando a rispettare i turni di parola nel formulare le domande

-richiamando all'ascolto delle domande degli altri

-ricordando di appuntare le proprie domande mentre si ascolta la spiegazione o mentre si studia a casa

-insegnando a distinguere le domande pertinenti da quelle fuorvianti

-non lasciando cadere nessuna delle curiosità: anche quelle fuorvianti possono essere utili se ricondotte allo scopo.

E incoraggiando le domande che in classe sorgono naturalmente, mediante il modeling: quando incontriamo qualcosa di nuovo, cominciamo noi stessi a formulare domande e discutiamo delle possibili risposte. Il modeling è il sistema più immediato per insegnare qualcosa, offrendo un esempio concreto del comportamento che vogliamo trasmettere:

il docente è maestro dell’attesa sapiente e fiduciosa, dello spazio lasciato vuoto per far elaborare concetti, del silenzio speranzoso per permettere alle menti di pensare. E la «cucina» della classe diviene vivace bottega artigianale per produrre nuove idee. (P. Scalari)

Immersioni proposte e segnalazioni di iniziative e cose utili

-in occasione dell’8 marzo (Giornata Internazionale dei diritti delle donne, non è una festa) torna Lotto ogni giorno, quattro settimane di contenuti proposti dalla libreria Lotta, con storie, proposte di attività, riflessioni e approfondimenti da mettere in pratica a casa o in classe. Partecipare è semplice e gratuito: ogni lunedì di marzo, a partire da oggi, 4 marzo, tutti gli iscritti al Bollottino riceveranno una mail con 5 storie da leggere o ascoltare e 5 ritratti da stampare per stimolare la curiosità, il confronto, il dialogo.

Deviazioni digressioni, sconfinamenti, frivolezze; perché abbiamo bisogno di uscire fuori dai margini delle mappe, magari perdendoci, per poi ritrovare la rotta

La deviazione oggi è una storia, letta ne Il colore verde, newsletter di Nicolas Lo Zito: se fossi costretto o costretta a scappare nella foresta, cosa metteresti nel tuo kit di sopravvivenza? - ci chiede Lo Zito - La giovane Paanza, nell’ottobre 1739, sceglie di portare con sé un pannicolo di riso intrecciandoselo tra i capelli. Paanza, figlia di una schiava africana e di uno schiavista, lavorava nelle piantagioni olandesi del Suriname, nel nord-est dell’America Latina. Non era la prima a scappare: nella prima metà del 1700, le donne e gli uomini fuggiti dagli schiavisti avevano fondato alcuni villaggi nella foresta amazzonica. È qui che Paanza trova riparo, tra i Saamaka, oggi il più grande gruppo etnico della comunità dei Maroons del Suriname. Appena arrivata, scioglie i capelli e dona alla sua comunità quei semi che, secondo la tradizione, provenivano direttamente dall’Africa. Ancora oggi il riso è l’alimento di base dei popoli Maroons del Suriname e dalla Guyana francese, in Sud America. 

(foto da Unsplash, il libro da IBS, l’ultima dal blog Viaggio nel blu)

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