Di cosa leggerai oggi? Di condotta e di punizioni, ma soprattutto di democrazia e, come sempre, di educazione.
Oceani idee generative per una scuola che vuole ricominciare a nuotare in alto mare
Tolleranza zero?
Nessuna novità, in fondo, nell’ultimo intervento normativo sulla scuola, piuttosto un ritorno: per l’ennesima volta risorgono il voto di comportamento alla secondaria di I grado e i giudizi sintetici alla primaria. A essere nuovo è il punto di vista della legge: il fine dichiarato è, infatti, “di ripristinare la cultura del rispetto, di affermare l’autorevolezza dei docenti delle istituzioni scolastiche secondarie di primo e secondo grado del sistema nazionale di istruzione e formazione, di rimettere al centro il principio della responsabilità e di restituire piena serenità al contesto lavorativo degli insegnanti e del personale scolastico” e solo dopo tali intenti si cita il “percorso formativo delle studentesse e degli studenti”. Quindi
la scuola, in questa prospettiva, non è da intendersi come servizio pubblico funzionale alla rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona e la partecipazione alla vita del Paese (art. 3 della Costituzione), né tantomeno come un luogo in cui si promuove lo sviluppo della cultura (art. 9), ma è semplicemente il «contesto lavorativo degli insegnanti e del personale scolastico». Un posto di lavoro a cui occorre – dice ancora la norma approvata in Senato – «restituire piena serenità». (Simone Giusti, Una scuola che istruisce e non educa)
In quest’ottica le persone in crescita, che alla scuola sono affidate, passano in secondo piano, come elementi potenzialmente disturbatori di un ambiente di lavoro. Ma è davvero questa l’idea di scuola che vogliamo portare avanti? E basta punire e mettere un brutto voto per modificare il comportamento degli studenti più ribelli? Lo sappiamo che la risposta è no. Non basta.
Per capirlo, nel concreto, occorre che riflettiamo su cosa fa cambiare ognuno di noi. Soldi che non bastano, problemi su problemi, litigi, tutto sembra andare storto e la rabbia o le reazioni scomposte diventano il nostro modus vivendi. Poi incrociamo lo sguardo di qualcuno o riceviamo un aiuto inaspettato e improvvisamente anche la nostra percezione cambia: ci sentiamo positivi ed è più semplice essere gentili e sorridenti. Ciò che cambia le persone è una bella notizia, la compagnia di qualcuno, il supporto di un amico: eventi più o meno grandi che impercettibilmente modificano il nostro percorso. Così è per bambini e ragazzi che incontriamo a scuola: quanto carico di malumore, problemi di tutti i tipi, violenza a volte appesantiscono i nostri studenti e quanto del loro comportamento deriva da questo fardello che portano costantemente con sé. Serve uno sguardo che abbraccia, prima dell’enunciazione della regola e della correzione.
Isolotti libri (o film) come terre emerse dove riposare, interessanti per chi insegna, per chi desidera approfondire educazione, didattica, inclusione, apprendimenti
La sala professori di İlker Çatak (2023)
In una scuola tedesca, Carla Nowak, insegnante di matematica ed educazione fisica in una seconda media, interviene in un consiglio disciplinare convocato per scoprire chi sia il responsabile di alcuni piccoli furti che avvengono a scuola. Emergono le diverse posizioni degli attori in campo: la dirigente sfodera il baluardo della “tolleranza zero”, che la scuola ha scelto di applicare; altri colleghi convincono gli studenti a rivelare i colpevoli; qualcuno auspica l’intervento della polizia. Così si innesca la vicenda de La sal professori, film drammatico del 2023 diretto da İlker Çatak. Ne ha scritto Christian Raimo su L’Internazionale:
il metodo della professoressa, la sua tenacia, la sua energia nello scoprire la verità sui furti e, al tempo stesso, nel tenere insieme la comunità educante, orientandola verso valori progressisti, di educazione alla democrazia, deve tenere a distanza, in ogni scena con più intensità, un fuoco incrociato di istanze difensive, rivendicative, personalistiche, di gruppo, corporative: la comunità educante si trasforma in guerriglia educante. I rapporti cordiali diventano feroci, il giornale scolastico le fa un’intervista che impone una sua versione dei fatti e somiglia a una manipolazione, il collegio docenti diventa un processo permanente alle intenzioni, nel consiglio di classe i genitori si schierano come un plotone di esecuzione.
Chiunque lavori a scuola, sa quanto frequenti siano queste situazioni conflittuali e quanto poco lineare in realtà sia il rapporto di causa-effetto che dovrebbe collegare la punizione con l’estinzione del comportamento-problema. Sono diverse le domande che la visione del film suscita:
Quale è la funzione della scuola? A cosa si educa? A imparare a dominare o a liberare? Per riprodurre la struttura del potere già esistente o per metterla in discussione fino a distruggerla e a pensarne una nuova?
Correnti lungo le quali anche i genitori potranno ricaricarsi, seguendo il flusso
Insegnare non è mai stato solo una questione di trasmettere nozioni o valutare competenze. Educare significa accompagnare, coltivare, prendersi cura. E, soprattutto, significa dare valore al percorso, non solo al risultato. Per questo, ogni volta che viene proposta una modifica al sistema di valutazione scolastica, è necessario fermarsi a riflettere su ciò che stiamo realmente comunicando ai nostri figli, ai nostri studenti.
Comincia così un altro articolo, rivolto anche ai genitori, che mette in luce aspetti critici della riforma della valutazione alla primaria. Primo, l’impatto delle parole a seconda dell’età:
i bambini non hanno ancora gli strumenti per distinguere tra il loro valore come persone e il risultato di un singolo compito. Un "insufficiente" non è solo un giudizio su un esercizio: può diventare, nella loro mente, un marchio. E un marchio che dice: "Non sei abbastanza".
Secondo, la dichiarata esigenza di semplificare i rapporti scuola-famiglia:
Ma ci chiediamo davvero cosa significa "chiarezza"? È forse più semplice leggere una parola come "buono" o "insufficiente", certo. Ma questa semplicità cosa nasconde? Cosa può capire realmente un genitore da una parola così netta e, allo stesso tempo, così poco descrittiva? La scuola non dovrebbe offrire solo un giudizio, ma un racconto. Un racconto di chi è quel bambino, di come sta crescendo, di quali sono i suoi punti di forza e le sue aree di miglioramento. Un giudizio sintetico, per quanto chiaro, chiude il dialogo, non lo apre. Non offre indicazioni concrete su come quel bambino può essere sostenuto, su quali passi fare per aiutarlo a migliorare.
Scandagli citazioni alla ricerca di ispirazione
Se tagli la lingua che ha mentito e la mano che ha rubato, in pochi giorni ti ritroverai maestro di un piccolo popolo di muti e di monchi. Fernand Deligny
Onde strategie, attività, progetti per movimentare la didattica
La recente legge promossa dal Ministro Valditara ci spinge a essere molto precisi nella descrizione corrispondente a ciascun voto numerico. In questo articolo una sintesi del perché le rubriche di valutazione sono importanti.
E poi ci costringe a riflettere su come rendere davvero democratica la scuola:
una scuola, innanzitutto, che elimina gli ostacoli; che dà spazio e incoraggia la creatività di ogni singolo bambino o bambina; che si prende cura dell’infanzia senza costi. Scuola che educa alla partecipazione e al pensiero critico. Ma educare al pensiero critico, alla partecipazione, alla democrazia non è solo un pensiero, è prassi costante, è un tirocinio che prevede un allargamento dei soggetti di diritto, sia a scuola (alunni e alunne) sia fuori (famiglie), in uno sforzo relazionale continuo.
Troverete l’articolo completo qui, con un altro consiglio di lettura.
Immersioni proposte e segnalazioni di iniziative e cose utili
-l’annuale Convention di Diesse, quest’anno sul tema Nella scuola, costruire luoghi di educazione, a Bologna, 26-27 ottobre 2024. Qui tutto per iscriversi. Da notare, la Convention non vuole limitarsi ad una analisi della situazione, ma intende offrire anche un contributo di esperienze, buone pratiche ed esemplificazioni.
-il Festival della comunicazione non ostile, a Trieste 8 e 9 novembre. Con una novità: i tavoli di lavoro multigenerazionali, che si terranno nella mattina di venerdì 8 novembre 2024. Studenti, studentesse, manager, insegnanti, dirigenti scolastici e altre figure di diversi settori si riuniranno per trovare insieme la parola del futuro, che possa rappresentare i valori che la community di Parole O_Stili. Per candidarsi ai tavoli qui.
-il 3 novembre ricorre il centenario del maestro Alberto Manzi, celebre volto televisivo della trasmissione Non è mai troppo tardi, che dal 1960 al 1969, corso di alfabetizzazione per adulti senza un titolo di studi e precursore dei centri di istruzione per gli adulti, oggi CPIA. Ma anche maestro, insegnante al carcere minorile Aristide Gabelli di Roma (dove, giovanissimo, realizza il primo giornalino studentesco realizzato da detenuti), scrittore di libri per ragazzi. La sua ultima trasmissione televisiva, Impariamo insieme (1992) si rivolgeva agli adulti immigrati. Per chi volesse approfondire, consiglio il sito del Centro Manzi.
Deviazioni digressioni, sconfinamenti, frivolezze; perché abbiamo bisogno di uscire fuori dai margini delle mappe, magari perdendoci, per poi ritrovare la rotta
Chissà quante idee e risorse sprecate solo perché non c’è un adulto nelle vicinanze che le possa cogliere e sostenere… Emblematicamente positiva la storia riportata da Il fatto quotidiano: Margherita, una bambina genovese di nove anni ha ispirato uno dei più grandi produttori di pasta al mondo. La piccola, desiderosa di una pasta che potesse trattenere più sugo al suo interno, ha avuto un’idea originale: creare un formato a forma di tappo di pennarello e la Barilla lo ha messo in produzione.
Foto da Unsplash e dai siti di riferimento.

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