Era tempo che desideravo un libro che sondasse i meandri della memoria, che mi spiegasse perché non ricordo una pagina appena letta ma riesco a ricordare alla perfezione l’outfit della vicina di casa vista di sfuggita dalla finestra. Non volevo un manuale di auto-aiuto da un milione di copie vendute (per quanto sia una grande fan del genere, è un mio guilty pleasure). Desideravo qualcuno che mi facesse fare un viaggio memorabile dentro alle connessioni del mio cervello. Che, solo incidentalmente, ha un funzionamento atipico.
Ebbene, quel libro l’ho trovato: si intitola “Perché ricordiamo” (Aboca). E sul suo autore, il neuroscienziato Charan Ranganath, ho delle aspettative che metterebbero pressione anche a un monaco zen.
Già dalle prime pagine, Ranganath ci rassicura: dimenticarsi le chiavi di casa è normale (e no, non basta come sintomo per credere di avere un disturbo da deficit dell’attenzione).
“Con un flusso quasi costante di immagini, parole e suoni che ci arrivano attraverso gli smartphone, la rete, i libri, la radio, la televisione, le e-mail e i social media, per non parlare delle innumerevoli esperienze che viviamo nel mondo fisico, non sorprende che non ricordiamo tutto. Al contrario, è sorprendente che ricordiamo qualcosa. Dimenticare significa essere umani. Eppure, dimenticare è uno degli aspetti più sconcertanti e frustranti dell’esperienza umana”.
E su questa frase potrei chiudere questo numero di Atipiche. Non fosse che Ranganath ci fa fare il salto quantico che la questione: per ricordare non basta l’attenzione, serve l’intenzione.
Immagina di entrare in casa dopo una giornata di lavoro. Magari hai le cuffie nelle orecchie perché in treno volevi isolarti o semplicemente ascoltare un podcast perché il tragitto lavoro-casa è un’insostenibile vuoto cosmico di noia e nulla da fare e parole di altri.
Sei stanca e con l’energia ai minimi termini. Entri e vieni accolta dal disordine lasciato la mattina, dal tuo cane scodinzolante o dai figli che non vedono l’ora di attaccarsi come cozze. Ti ricordi improvvisamente che dovevi comprare i cereali per la colazione del giorno dopo, ma sei stata interrotta dalla chiamata di tua mamma e ti sei dimenticata. Inizi a pensare a un’alternativa sana che non faccia lamentare troppo i pargoli e, nel mentre, vai in cucina senza neanche cambiarti perché è ora di preparare la cena. In testa hai il jingle del podcast, a cui si sta fastidiosamente sovrapponendo il basso punk-rock che proviene dalla stanza di tuo figlio. Mentre cucini, tuo marito ti racconta di quel collega che non sopporta più e tua figlia inizia a ripetere la lezione di storia a voce alta perché “mamma, solo così mi entra in testa”.
Ora fai qualche passo indietro e dimmi: dove hai lasciato le chiavi di casa quando hai aperto la porta?
Se anche le trovassi in frigo, potresti forse stupirti? No, data la quantità di input che il tuo cervello ha ricevuto in meno di mezz’ora. Il punto, come già detto, non è dimenticarsi le chiavi di casa. Con tutto questo via vai di stimoli e interferenze diventa complicato trovare le chiavi. Ma pure gli occhiali, il portafoglio, l’agenda, il post-it su cui avevi segnato il pin del bancomat. È una concorrenza spietata di ricordi che cercano di entrare forzatamente in una testa sovraccarica.
E quindi il punto è: come voglio usare la mia attenzione?
Che è poi il grande tema alla base dell’ADHD: non ci manca l’attenzione, ma il modo di regolarla. È un equivoco piuttosto diffuso, quello che ci dipinge come manchevoli di focus o pigre: in realtà la nostra difficoltà sta nel dosare l’attenzione. Sta nell’incanalarla in modo funzionale o efficace.
L’approccio delle neuroscienze alla base del lavoro di Ranganath vale per chiunque, non solo per chi è ADHD (il che forse dà un po’ di speranza a chi è convinto di avere un deficit dell’attenzione o un principio di demenza senile) e sfata il mito per cui se dimentichi tutto allora sei incurante/sbadata/indolente.
“L’attenzione è il modo in cui il nostro cervello dà priorità a ciò che vediamo, sentiamo e pensiamo”, scrive Ranganath. Molto – troppo – spesso la nostra attenzione viene catturata da una miriade di cose e persone attorno a noi, anche simultaneamente. Per ricordarsi qualcosa in questo mare magnum, serve una guida che indichi la strada all’attenzione.
È qui che entra in gioco l’intenzione. L’intenzione sono le briciole che Pollicino dissemina lungo il percorso. È il post-it giallo fluo che spicca su una miriade di foglietti bianchi sparsi sulla scrivania. L’intenzione è il modo con cui guidiamo l’attenzione in modo strategico verso ciò che vogliamo ricordare. È un dettaglio che ci ricorda dove abbiamo lasciato le chiavi di casa: lo svuota tasche a forma di pesce o i ganci appenditutto all’ingresso.
L’intenzione prende anche la forma spazio-temporale di un ingresso in casa senza input: apro la porta dopo una giornata di lavoro e mi chiudo in bagno per 10 minuti come prima cosa. O accendo una playlist che segnali al cervello: ok, il caos è finito, ora si cambia ritmo.
L’intenzione è multi forma: può assumere le sembianze di un alert sonoro, di un’etichetta strategica messa nel posto giusto, di un elenco scritto a fine giornata in cui mettiamo nero su bianco tutto quello che abbiamo fatto e da dove partiremo il giorno dopo. Così l’attenzione non viene a tormentarci nei momenti di relax.
Fateci caso, quando andate a ripescare un ricordo nei meandri della vostra memoria: l’intenzione è ciò che vi ha permesso di fissare quel momento senza sforzo.
A ben vedere, è così che vorrei vivere i miei giorni a venire: senza la fatica di dover addomesticare l’attenzione continuamente. Non sarebbe bellissimo?
Cosa c’è di meglio di un corto Pixar che spiega l’attenzione focalizzata? Piper è un piccolo piovanello che deve imparare un sacco di cose tutte insieme per poter sopravvivere: essere veloce, focalizzato, previdente. Non ci sono dialoghi e dura davvero 5 minuti: quando si dice mettere in pratica l’intenzione per canalizzare l’attenzione.
Ogni settimana scegliamo una parola che racconta il mondo Atipiche.
Salienza: è la capacità del cervello di stabilire che cosa merita attenzione in un determinato momento. Uno stimolo può essere saliente perché è nuovo, emotivamente significativo, inatteso oppure perché abbiamo deciso che è importante. La salienza è uno dei meccanismi che guidano l’attenzione e, di conseguenza, influenzano anche ciò che ricordiamo. In altre parole: il cervello non registra tutto, ma seleziona continuamente ciò che considera rilevante.
Grazie per leggere e sostenere Atipiche.
A venerdì prossimo!
Un abbraccio,
Anna

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