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Atipiche · Jul 17, 2026

L'insostenibile fastidio delle critiche altrui

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Per noi è tutto una questione personale: il corpo, l'aspetto, il carattere. Ci chiami permalose? Bene! Sparisci dalla nostra vista!

Mi chiedo se la permalosità esista davvero. O se quello che chiamiamo così sia, almeno in parte, il risultato di anni passati a essere giudicatə. Per il corpo, per il carattere, per come ci vestiamo, per quello che diciamo o non diciamo, per le facce che facciamo.

Mi sono sempre reputata permalosa e l’ho sempre considerato uno dei miei peggiori difetti. Ma inizio a pensare che non sia solo una predisposizione di temperamento.

È qualche giorno che ci rimugino. Da quando, per l’esattezza, mio figlio ha avuto una crisi di pianto e rabbia a causa di alcuni commenti sul suo corpo da parte di amiche e amici. Premetto che trovo Figlio bellissimo, ovvio, ma non è questo il punto.

Mi sono resa conto che caratteristiche fisiche che in altri tempi e in altri mondi non sarebbero un problema (semmai un pregio), qui e ora lo sono. Essere pallidi come me o mio figlio diventa motivo di ilarità diffusa, preoccupazione, scherno (sei stata sotto l’ombrellone per tutta la vacanza? ah-ah-ah!), confronti braccio a braccio per mostrarti l’ovvio, ovvero che la melanina non fa parte del tuo corredo genetico. Come se fosse una colpa essere pallide e non lo fosse, invece, essere stronzi.

E così, come il pallore, anche altre parti del corpo sono spesso oggetto di giudizio altrui: cosce, sopracciglia, glutei, statura, seno, capelli, maniglie dell’amore, pancia, nasi, denti, grandezza di mani e piedi e ogni pezzo del corpo per cui vi hanno dato il tormento per anni.

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Rinnegare Non è la Rai (ma non “T’appartengo”)

Sono figlia degli anni ‘80, un periodo storico che ha sdoganato la bellezza esteriore come valore morale e ha imposto canoni estetici inarrivabili, specie per noi donne. Chi, come me, è cresciuta in epoca berlusconiana, conosce bene il senso di inadeguatezza perenne riguardo al proprio corpo, l’ossessione per la magrezza e la visione distorta della propria immagine, sia essa riflessa, fotografata o videoregistrata.

Passare i tre mesi estivi in un posto di mare, da un po’ di anni a questa parte, mi ha insegnato a guardare l’aspetto esteriore delle persone - me inclusa - sotto la lente dell’indulgenza. Vedere corpi seminudi tutti i giorni da mattina a sera ha allenato i miei occhi alla molteplicità. Quando passi così tanto tempo a osservare i corpi altrui, realizzi plasticamente che la perfezione corporea, per come ce l’hanno inculcata prima i programmi di Berlusconi, poi le copertine di Vogue e ora i social, non esiste. Quando vedi così tanta pelle scoperta per così tanto tempo, capisci che i corpi sono tutti diversi e che, semplicemente, sono solo corpi. Non sono indicatori di pregi caratteriali o di valore intrinseco della persona. Una persona bella – comunque sempre secondo certi canoni del momento – non è necessariamente una bella persona.

Tutta questa premessa per dire che sono stufa di dover giustificare al mondo presunti difetti del mio aspetto. Se proprio qualcuno deve prendersi la briga di sindacare su di me, che almeno sia per quello faccio e come mi pongo nei confronti degli altri. Quello sì, che fa tutta la differenza del mondo. Non se in estate mi abbronzo oppure no.

Eppure, per quanta neutral positivity (sic!) abbia abbracciato nel tempo, mi rendo conto di essere permalosa a prescindere. Lo ero da bambina, fingevo di non esserlo da adolescente e cerco di dissimulare da adulta con il sarcasmo e l’ironia. Se dovessi immaginare un mondo ideale in cui la gente si facesse una manica di fatti propri e mi dicesse “che bella luce emani oggi!”, piuttosto che “certo che sei proprio pallida”, comunque me la prenderei lo stesso. Anche per le “critiche costruttive”, soprattutto per i consigli non richiesti.

Questa storia del corpo mi ha fatto rendere conto di una cosa: anche se nessuno commentasse più il mio aspetto, probabilmente continuerei a soffrire per i giudizi. Perché il problema, almeno nel mio caso, è più grande.

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Non sono permalos*, è che mi dipingono così

Non credo però sia solo una questione di “carattere”: credo c’entri anche una questione culturale, che ci porta di rado a confrontarci con le altre persone. Cresciamo e viviamo in un paese che ci insegna molto poco a distinguere una critica a un'idea da una critica alla persona. Non siamo allenate al dissenso: spesso viviamo qualsiasi obiezione come se fosse un attacco identitario.

Vivere e crescere in un contesto socio-culturale in cui il confronto è ridotto a insulto dell’altra il merito rispetto ai contenuti è spesso superfluo, non aiuta a sviluppare la consapevolezza che l’altro possa avere opinioni diverse dalle tue senza che questo sposti di una virgola il tuo valore come persona.

C’è poi un’altra questione, che chiama in causa l’ADHD.

Al netto di traumi infantili e di giudizi reiterati che portano a creare difese spesse come mura fortificate, chi è ADHD sviluppa una sensibilità al giudizio altrui particolarmente spiccata. Anche questa sensibilità ha un nome tecnico e un acronimo: si chiama Rejection sensitive dysphoria (Rsd) (che significa disforia sensibile al rifiuto) e può presentarsi in modo più o meno marcato.

L’Rsd non appare sui manuali diagnostici e non è globalmente considerato un sintomo del disturbo da deficit dell’attenzione, anche se alcuni esperti sospettano che sia dovuto a una struttura cerebrale specifica.

Comunque, è un concetto clinico usato che descrive qualcosa che moltissime persone ADHD raccontano da sempre: il modo in cui una critica, un rifiuto o anche solo la percezione di aver deluso qualcuno possono fare un male sproporzionato rispetto all'evento che li ha scatenati.

Per noi è tutto una questione personale. Anche quando non lo diamo a vedere, ci arrovelliamo per ore su frasi, battute, soprannomi, emoji, intonazioni della voce ed espressioni facciali che manco il dottor Cal Lightman (Tim Roth) in Lie To Me.

Ce la possiamo prendere se percepiamo un certo distacco in un messaggio scritto, se riceviamo un feedback negativo sul lavoro, se una persona rifiuta un nostro invito. Figurarsi se riceviamo apertamente una critica: la nostra cinta muraria si alza ancora di più per proteggerci. E più ci criticano, più passiamo per permalose, e via andare in un circolo vizioso di presosulserismo1 e fraintendimenti epici. È una giostra straordinaria, quella della permalosità, da cui temo non scenderò mai.

Ma oggi mi chiedo se quella parola non sia diventata, troppo spesso, un modo elegante per dire: "stai soffrendo nel modo sbagliato".

Forse è questa la critica che faccio più fatica ad accettare.

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🛠️ Tips wow – La seconda spiegazione

Quando ricevi una critica o interpreti un messaggio come un rifiuto, chiediti: esiste almeno un’altra spiegazione plausibile? Questa tecnica, ispirata alla ristrutturazione cognitiva utilizzata nella terapia cognitivo-comportamentale (Cbt), aiuta a mettere in discussione i pensieri automatici. Non serve convincersi che “andrà tutto bene”, ma ricordarsi che la prima interpretazione che ci viene in mente non è sempre quella più accurata.

Facciamo un esempio spiccio: la persona con cui stai uscendo da qualche mese ti risponde in modo sbrigativo a un messaggio, tipo “Ok”, “Ne parliamo dopo”, un emoji ambigua. Il compito è di scrivere almeno un’alternativa plausibile al primo pensiero che ti è passato per la mente (che, ci scommetto, sarà “mi sta gosthando”).

Esempi di seconde spiegazioni a “Di sicuro mi ha risposto seccamente perché è arrabbiato con me, è tutto finito”:

  • “Magari è in riunione”.

  • “Forse ha letto il messaggio di corsa”.

  • “Può darsi che sia semplicemente stanco”.

  • … scegli tu, e intanto ripeti con me: la prima spiegazione non è necessariamente quella giusta.

📖 Dizionario divergente

Ogni settimana scegliamo una parola che racconta il mondo Atipiche.

Ruminazione: è la tendenza a ripensare più e più volte a una situazione spiacevole, cercando di capirla, modificarla o immaginare cosa si sarebbe potuto fare diversamente. Il problema è che, invece di portarci a una soluzione, spesso alimenta ansia, senso di colpa e autocritica. Nelle persone ADHD può intrecciarsi con la disregolazione emotiva e con la sensibilità al giudizio, rendendo difficile “lasciar andare” una critica anche dopo molte ore.

Grazie per aver letto fin qui Atipiche, al prossimo venerdì!

Un abbraccio,

Anna

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Sì, qui si usa disinvoltamente la lingua italica, con tanti neologismi, parole inventate, ə, asterisci, plurali femminili e quello che ci passa per la testa, con una certa anarchia anche un po’ compiaciuta anzichenò! E se certe libertà me le concede pure il mio editor…

Read on atipiche.substack.com

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