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Atipiche · Jun 21, 2026

Quando ADHD e DSA vanno a braccetto (parte 2)

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Questo numero è per te se: pur di leggere a voce alta ti fingi mortə, hai sempre avuto grossi problemi coi numeri e quando pensi alla burocrazia vai nel panico.

Le scuole sono finite, possiamo tirare tutti e tutte un sospiro di sollievo. O forse no. Chi ha dei figli sa che l’estate è quel tempo sospeso e spensierato solo per chi non ha finito le scuole dell’obbligo. È quel periodo in cui gli odori di zampirone e cocomero si mischiano in un’unica essenza, in cui il frinire delle cicale di giorno e dei grilli di sera si trasformano nella tua colonna sonora quotidiana. È quel lasso di tempo in cui non c’è limite ai ghiaccioli e ai gelati che puoi mangiare, figurarsi se c’è un limite alla tv che puoi guardare.

Però, appunto, solo se sei giovane Per tutti gli altri è una sorta di inferno in terra, in cui se non devi andare in ufficio a lavorare a temperature polari, ti tocca boccheggiare in smart working a casa (o in qualsiasi altro luogo sprovvisto di aria condizionata). Per chi è genitore c’è un livello ulteriore di difficoltà: dove piazzo figli e figlie? Perché di questo si tratta, in mancanza di una rete di supporto: parcheggiare la prole per i mesi estivi, in attesa che arrivino le sacrosante ferie.

In questo quadro di nervi a fior di pelle e budget familiari da destinare ai centri estivi, chi ha un DSA deve superare un livello di difficoltà ancora superiore, perché il proprio disturbo dell’apprendimento non va in vacanza. Ce lo ha spiegato, nello scorso numero di Atipiche, Denise Dalu, pedagogista esperta in psicopatologia dell’apprendimento, che oggi ci racconta cosa hanno in comune DSA e ADHD.

- Atipiche: Quanto è frequente la co-occorrenza tra DSA e ADHD? In che modo ADHD e DSA possono amplificarsi a vicenda nella vita quotidiana?

- Denise Dalu: Si verifica molto spesso, e mi piace definirla “la ciliegina sulla torta” nel senso meno piacevole del termine. Chi ha già un DSA fa già i conti con un sistema che gli chiede di fare le stesse cose degli altri, ma con un carico cognitivo molto più alto.

Se poi vogliamo aggiungerci anche l’ ADHD significa amplificare quella fatica su un altro livello: non faccio solo fatica a leggere e elaborare quello che leggo, ma ho una finestra d’attenzione molto più breve, perdo interesse molto più velocemente.

Il mio cervello va costantemente alla caccia di stimoli nuovi che non si trovano di sicuro in ambito scolastico con una lezione frontale standard. Non è mancanza di volontà e neanche pigrizia: si tratta di carenza di dopamina.

Il mio cervello si attiva soltanto con una dose sufficiente di interesse, novità o urgenza e capisci bene che la scuola tradizionale offre davvero molto poco, di tutto questo.

Il risultato è che un bambino che vorrebbe stare al passo, ha contro di sé due sistemi che si ostacolano a vicenda: uno rallenta l’elaborazione e l’altro accelera la perdita di attenzione. Come fai ad apprendere qualcosa di nuovo e complesso in queste condizioni senza strumenti e senza la consapevolezza da parte degli adulti, di chi hai di fronte?

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I due profili non si sommano e basta, ma si amplificano. Nella vita quotidiana significa che la stessa persona che fa fatica a leggere un contratto perché la lettura è lenta e faticosa; nel frattempo ha già perso il filo per tre volte, contemporaneamente ha l’attenzione su altre due finestre del computer perché si è ricordata di rispondere a un messaggio di due giorni fa.

Spesso vengono etichettati come tremendamente disorganizzati, ma si tratta di un cervello che combatte su due fronti.

Una sensazione di questo tipo la conoscono molto bene gli adulti con questa doppia diagnosi. Si tratta di una sensazione di dover dare e fare il doppio dello sforzo per ottenere sempre la metà del risultato.

E la storia scolastica alle spalle è piena di pagelle e colloqui con su scritto “è intelligente ma potrebbe fare di più”.

- Atipiche: Ci sono segnali che possono far capire che dietro una diagnosi di ADHD potrebbe esserci anche un DSA, o viceversa?

- Denise Dalu: Sì, ci sono segnali che possono farci pensare che dietro una diagnosi di ADHD possa esserci anche DSA o viceversa. Naturalmente questa osservzione non sostituisce mai una valutazione diagnostica. Per togliere davvero ogni dubbio si utilizzano procedure specifiche con test standardizzati e professionisti competenti.

La mia è una valutazione pedagogica basata su quello che possiamo osservare nel funzionamento quotidiano del bambinə, del ragazzə o dell’adultə. Credo che il punto fondamentale sia capire dove si concentra la fatica.

In una persona con ADHD possiamo osservare difficoltà di attenzione, impulsività, pessima gestione del tempo, organizzazione, memoria di lavoro, pianificazione. Però, se questa difficoltà esplode soprattutto davanti alla lettura, alla scrittura, all’ortografia o al calcolo o anche alla comprensione di un testo scritto, allora può essere utile chiedersi se non ci sia anche un disturbo dell’apprendimento.

Un altro esempio può essere legato al fatto dell’impulsività: un bambino può essere impulsivo perché scrive commettendo molti errori, ma se quegli errori sono persistenti, se riguardano doppie, accenti, apostrofi, H, suoni simili, fusioni o separazioni di parole, allora dobbiamo chiederci se non ci sia anche una disortografia.

Stessa cosa può valere per il calcolo: un bambino con ADHD può sbagliare perché salta un passaggio oppure non legge bene la consegna perché troppo veloce nel farlo. Ma se c’è una difficoltà stabile nel senso del numero, nel recupero delle tabelline, nell’incolonnamento, nelle procedure del calcolo mentale, allora si potrebbe comunque approfondire l’area della discalculia.

Viceversa, ci sono ragazzi con disturbo dell’apprendimento che faticano nel mantenere la difficoltà circoscritta a un solo ambito, ma diventa più trasversale: ad esempio faticano a iniziare un’attività, mantenere l’attenzione, organizzare il materiale, rispettare i tempi, ricordare le consegne, pianificare i passaggi, portare a termine quello che ha iniziato.

Da adulti questa caratteristica può essere ancora meno visibile, perché spesso la persona ha imparato a compensare o a evitare. Non vediamo un quaderno pieno di errori, ma vediamo la mail che non viene mandata, un documento letto cinque volte, la fattura che manda in crisi, una procedura burocratica che sembra totalmente ingestibile.

Quindi il segnale non è solo l’errore: a volte può essere anche solo l’evitamento.

In questi casi sarebbe molto meglio approfondire con una diagnosi differenziale che tenga conto di tutte le caratteristiche osservabili.

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- Atipiche: Come cambia il vissuto di una persona quando entrambe le neurodivergenze non vengono riconosciute?

- Denise Dalu: Questa è una delle cose per cui lotto maggiormente da quando ho iniziato il mio lavoro perché ne ho visto l’evoluzione, e spesso non ha un lieto fine. Quando un ADHD o DSA non vengono riconosciuti, il vissuto di quel bambino cambia profondamente, perché quella fatica non trova una spiegazione corretta e inoltre nessun bambinə o ragazzə o adultə pensa: “ho un funzionamento neurodivergente che va compreso e sostenuto”, semplicemente perché nessuno gliel’ha spiegato e quindi ciò che pensa è “sono io che non vado bene”.

E questa è la parte più dolorosa.

Se per anni ti sei sentito dire: “sei intelligente ma non ti applichi oppure sei distrattə, sei disordinatə, sei lentə, non hai proprio voglia di fare niente”, alla fine quel bambinə o ragazzə ci crede.

Nella vita quotidiana, questo può tradursi in varie forme. La persona rischia di crescere con una narrazione sbagliata di se stessa: non “funziono in modo diverso e ho bisogno di strategie adatte”, ma “sono sbagliatə”.

E questo non riguarda solo la scuola, perché quel senso di inadeguatezza può perseguitare una persona anche nell’età adulta, influenzando le relazioni, il lavoro e persino la genitorialità.

È il concetto di impotenza appresa.

Se ho sempre fallito o se tutti mi dicono che faccio male quello che faccio, a quel punto smetto di provarci e cerco altrove. Questo può portarmi a scegliere percorsi alternativi alla scuola o al lavoro tradizionale, perché se non riesco in qualcosa, cerco semplicemente qualcos’altro.

Ma non è sempre così. A volte, una neurodivergenza di questo tipo non essendo riconosciuta può in ogni caso portare ragazzə e adultə a trovare strade alternative estremamente funzionali. Queste strade possono mettere in risalto caratteristiche uniche del ragazzo, permettendo di eccellere.

È un po’ come quello che dicevamo prima: quei neurodivergenti che, durante la crescita, riescono a trovare la strada per diventare liberi e autonomi, con attività su misura per le loro caratteristiche importanti. Questo li rende perfetti per il lavoro e per il loro modo di vivere.

Credo purtroppo che si tratti solo di casi fortunati, e che, almeno per la mia esperienza personale, rappresentino una piccola percentuale rispetto a quelli che si accontentano di trovare valide alternative per sopravvivere.

- Atipiche: Hai notato differenze tra chi riceve una doppia diagnosi da piccolo e chi la scopre in età adulta?

- Denise Dalu: Sì, ho notato differenze soprattutto nel modo in cui la persona costruisce l’immagine di sé. Una doppia diagnosi ricevuta da piccoli, se viene spiegata e accompagnata bene, può essere protettiva: il bambino può imparare presto che non è pigro, svogliato o sbagliato, ma che ha un funzionamento neurodivergente che richiede strategie adeguate.

Naturalmente la diagnosi da sola non basta: serve che famiglia, scuola e professionisti la traducano in strumenti concreti, routine, tempi adeguati e supporti reali.

Chi invece scopre ADHD e DSA in età adulta spesso arriva dopo anni di compensazioni, evitamenti e fatica invisibile. In quel caso possono convivere sollievo e dolore: sollievo perché tante cose finalmente trovano un senso, dolore perché spesso nasce la domanda: “Come sarebbe stata la mia vita se qualcuno se ne fosse accorto prima?”

A volte, però, la diagnosi arriva tardi, quando l’immagine di se e già profondamente segnata.

Tra l’altro alcuni genitori hanno paura dell’etichetta diagnostica e il paradosso è che, per paura di dare un’etichetta, si lascia il bambino con etichette peggiori: quello che non si impegna, quello lento, quello disordinato, quello che potrebbe fare di più.

E quella, lo sappiamo, è un’etichetta che può fare molto più male.

- Atipiche: Anche le persone con DSA possono sviluppare forme di masking o compensazione estrema?

- Denise Dalu: Sì, anche le persone con DSA possono sviluppare forme di masking o di compensazione estrema. Magari non lo chiamiamo sempre masking, ma il meccanismo è molto simile: la persona impara a nascondere la propria difficoltà, a evitare le situazioni in cui potrebbe emergere, oppure a controllare tutto in modo eccessivo per non essere giudicata.

Li capisco molto bene. “Non ti posso mostrare che leggo lento o che non so fare i calcoli a mente anche basici, perchè penserai di me che sono stupido.”

Un bambino può dire che ha mal di pancia pur di non leggere ad alta voce.

Una ragazza può scegliere sempre interrogazioni orali perché ha paura di scrivere.

Un adulto può evitare di mandare mail lunghe, usare solo messaggi vocali, delegare moduli e documenti, oppure rileggere dieci volte una frase prima di inviarla.

Da fuori può sembrare che quella persona “funzioni”. In realtà, spesso, sta solo consumando tantissima energia per sembrare adeguata. Compensare non significa non fare fatica. Anzi il più delle volte significa fare il doppio del lavoro,in silenzio.

Ci sono ragazzi con DSA che studiano tre ore per ottenere lo stesso risultato che altri raggiungono in quaranta minuti. Ci sono bambini che imparano intere pagine a memoria perché non riescono a muoversi liberamente dentro il testo. Ci sono adulti che sembrano molto precisi, ma lo sono perché vivono con un controllo costante dell’errore. Il rischio è, il più delle volte, che quando la compensazione funziona, gli altri smettano di vedere la difficoltà. E allora quella persona non viene aiutata, perché “tanto ce la fa”.

Il punto è capire a quale costo. Per questo, quando parliamo di DSA, non dobbiamo guardare solo la prestazione finale.

Dobbiamo chiederci quanta energia quella persona ha consumato per arrivare lì, quanta ansia ha dovuto gestire, quante strategie invisibili ha messo in campo e quante situazioni ha evitato per non sentirsi esposta.

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🛠️ Tips wow – Il consiglio della settimana è non dare consigli

Mentre leggi io sarò in vacanza. Sono arrivata, finita, esaurita (stanca è solo un pallido eufemismo). Quindi il consiglio della settimana è di non dare nessun consiglio, perché non sono nelle condizioni di consigliare alcunché. Potrei dirvi di rallentare e staccare, ma a) non sarei credibile e b) sento già in lontananza gli anatemi di chi in vacanza andrà solo ad agosto o non ci andrà affatto. A voi va il mio più sincero abbraccio, davvero.

Grazie per aver letto anche oggi Atipiche,

Anna

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