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Atipiche · Jun 13, 2026

Cosa sai sui DSA? (parte 1)

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Perché parlare di neurodivergenza significa parlare anche di DSA, stereotipi, scuola e modi diversi di imparare.

Quando si parla di neurodivergenza, capita che qualcuno si senta in diritto di spiegarti la vita. Da una parte ci sono le persone del “siamo tuttə neurodivergenti/siamo tuttə ADHD (quindi non lo è nessuno)”, dall’altra quelle che ribadiscono come un mantra che “la neurodivergenza non è un termine clinico”.

Ed è vero: il termine neurodivergenza non lo trovi sui manuali diagnostici. Tecnicamente non ha a che fare con una diagnosi (per lo meno, non necessariamente) ed è una parola ombrello che ha un’accezione più culturale e sociologica che esplicativa. Eppure si usa spesso in ambiti diversi e la si usa sempre più spesso, magari generando confusione in chi non è avvezzə a certe tematiche.

Io stessa, qui su Atipiche, la utilizzo di continuo. Ammetto di farlo per due motivi. Il primo è essenzialmente pratico: mi serve un sinonimo per non ripetere come un disco rotto “ADHD” e non doverlo sostituire con la dicitura completa disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività (un po’ macchinoso, vi pare?). Il secondo motivo è che, nel tempo, mi sono resa conto che includere altre forme di funzionamento neurobiologico “divergenti dalla norma” è quasi d’obbligo. Perché spesso vanno a braccetto, si sovrappongono e amplificano l’ADHD.

E poi perché va bene una newsletter tematica (verticale, come si dice in gergo), ma non esageriamo.

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Tanti giri di parole per arrivare a introdurre i DSA

Non me ne vogliano i feticisti e le feticiste di semantica, di neuroscienze e delle definizioni pedisseque: qui continueremo a usare il termine neurodivergenza e relative declinazioni in tutte le salse possibili. Fino a che non arriverà la polizia neurotipica a dirci che non si può più fare.

Questa premessa era necessaria per introdurre una neurodivergenza che scalda gli animi quasi quanto le autodiagnosi ADHD: i disturbi specifici dell’apprendimento, anche detti DSA. Quelli, per intenderci, che spopolano alla primaria e di cui sembra esserci un’epidemia: tutti digrafici, dislessiche, disortografici. Una strage. Un continuo ricorrere a insegnanti di sostegno e strumenti compensativi: dove andremo a finire?

(Mi auguro che chi lo pensa vada all’inferno dei boomer).

Per farlo ho interpellato chi con i DSA ha a che fare ogni giorno. Denise Dalu è una pedagogista esperta in psicopatologia dell’apprendimento. Se volete seguirla, la trovate sul suo sito e su Instagram, dove crea dei video efficaci anche per chi ha la soglia dell’attenzione di una formica. Capiamo con lei cosa sono i disturbi specifici dell’apprendimento e perché fanno parte del novero delle neurodivergenze.


- Atipiche: Quando parliamo di DSA, di cosa stiamo parlando davvero? Quali sono i disturbi più comuni e cosa viene spesso frainteso?

- Denise Dalu: Quando parliamo di disturbi specifici dell’apprendimento, la prima cosa chiara da dire è che stiamo parlando di una neurodivergenza. Esattamente come l’ADHD, anche i DSA rientrano in un modo diverso di funzionare del cervello. Quindi non parliamo di pigrizia, di scarso impegno o di poca intelligenza o di bambini che, come spesso si sente dire, “non hanno voglia”.

Parliamo di persone che apprendono, elaborano e automatizzano le informazioni in un modo diverso. Tecnicamente i DSA coinvolgono alcune abilità specifiche: lettura, scrittura, ortografia e calcolo. Ma vorrei non ridurli a “legge male”, “scrive male” o “non sa fare i conti”.

La dislessia riguarda la decodifica, la rapidità e l’accuratezza della lettura, e spesso anche la comprensione ne risente perché il bambino consuma tantissima energia solo per leggere.

La disortografia riguarda la difficoltà ad automatizzare le regole ortografiche durante la scrittura.

La disgrafia riguarda il gesto grafico, la leggibilità, lo spazio sul foglio e la fluidità della scrittura.

La discalculia riguarda il senso del numero, il calcolo, il recupero dei fatti aritmetici, (tabelline) e alcune procedure matematiche.

Il DSA viene spesso frainteso come mancanza di volontà, pigrizia, distrazione, mancanza di esercizio. Questo perché la cosa più subdola del disturbo specifico dell’apprendimento è che può essere diagnosticato solo dopo aver verificato un quoziente intellettivo nella norma.

Quindi se in tutti gli altri ambiti della vita, il bambino appare sveglio, intelligente e capace, le difficoltà scolastiche appaiono come mancanze di impegno.

Lo scoglio però si nota solo con l’ingresso nella scuola primaria, perché è lì che il bambino si confronta ogni giorno con la lettura, scrittura e il calcolo. Sarebbe riduttivo pensare che prima della scuola non ci fosse nulla. Infatti già nella scuola dell’infanzia compaiono alcuni campanelli d’allarme, se saputi osservare.

Ovviamente questo non significa che fuori dalla scuola vada tutto liscio, significa che le difficoltà lì sono meno misurabili, scambiate facilmente per carattere o umore.

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Stereotipi sui DSA e dove trovarli

- Atipiche: C’è ancora la tendenza a considerare i DSA come “solo difficoltà scolastiche”. Perché è una visione riduttiva?

- Denise Dalu: Sì, c’è ancora la tendenza a considerare i DSA come “solo difficoltà scolastiche“ perché è proprio a scuola che emergono in modo chiaro cristallino. Dai sei anni in poi, i bambini trascorrono dalle cinque alle otto ore al giorno a leggere, scrivere e calcolare davanti a qualcuno che osserva attentamente come lo fanno.

È il contesto che mette sotto pressione quelle competenze e quindi è lì che la difficoltà diventa visibile.

Ma ridurre il DSA ad un problema scolastico è come dire che una persona con difficoltà visive ha un problema nel guardare la televisione. La scuola semplicemente rivela quel tipo di profilo, non lo crea.

Il disturbo specifico dell’apprendimento ha una base neurobiologica documentata, ci sono differenze strutturali e funzionali nel modo stesso in cui il cervello elabora le informazioni.

Quindi non è parlare di rendimento ma di un modo di funzionare che attraverserà tutta la la vita: la scuola, le relazioni, il lavoro, la gestione del tempo e anche le emozioni. Le funzioni esecutive non vanno in vacanza il venerdì pomeriggio insieme alla scuola: pianificazione, inizio del compito, flessibilità cognitiva, memoria di lavoro, sono tutte attività che il bambino mostra come difficoltose in classe ed è lo stesso adulto che faticherà ad iniziare un compito che è “scomodo”o a organizzare una giornata complessa.

- Atipiche: Quali stereotipi sui DSA ti capita più spesso di dover smontare?

- Denise Dalu: Quello che mi ritrovo più spesso a dover smontare (ed è onestamente il più difficile da smontare) è la convinzione che la maggior parte dei dislessici “ci marcino su”. Insomma che siano i furbi della situazione, quelli che potrebbero farcela ma non hanno voglia. Che gli strumenti compensativi siano semplicemente un regalo in più, e che la diagnosi sia comprata, ottenuta da medici compiacenti.

Questo è lo stereotipo più duro da scalfire perché si nasconde dietro un’apparente logica: se il bambino è intelligente, se in certi contesti funziona bene, allora la difficoltà non può essere reale, deve essere una scelta.

Poi ci sono gli altri, che sono altrettanto resistenti.

“Ai miei tempi non esistevano“, come se la dislessia fosse un’invenzione recente. Esistevano eccome, solo che quei bambini venivano chiamati in altri modi, molto meno gentili. L’altro può essere “da grande si supera”: no, il profilo neurologico non sparisce con il diploma. Cambiano il luogo, il contesto, cambiano le strategie ma la persona rimane quella.

E poi c’è quello dell’ultimo periodo che dice: “adesso sono tutti dislessici o ADHD, c’è una sopravvalutazione”. In realtà quello che c’è è una maggiore capacità diagnostica in molti ambiti, più formazione e anche più strumenti. Non ci sono nuovi casi, si stanno semplicemente riconoscendo quelli che ci sono sempre stati.

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- Atipiche: Come cambia la vita di una persona con DSA anche fuori dalla scuola, da adulta?

- Denise Dalu: Fuori dal mondo della scuola, la situazione cambia in modo importante.

Qui fuori, il gusto per la conoscenza non è più dettato da ciò che l’istituzione scolastica impone: leggere quel libro, ripetere quella nozione, rispondere a quella prestazione esattamente nel modo in cui viene richiesto e che poco ha a che fare con le proprie reali capacità.

La scuola non è ancora pronta per accogliere un neurodivergente senza che questo diventi la sua etichetta e inoltre la disinformazione sia tra insegnanti e spesso tra gli stessi studenti, è ancora tanta.

Ma fuori dal contesto scolastico, si sblocca qualcosa. Rimangono le stesse caratteristiche di sempre (il pensiero divergente, le soluzioni creative, il modo non lineare di ragionare), ma smettono di essere un problema e possono diventare una vera e propria risorsa.

La tecnologia aiuta a compensare senza doversi sentire inadeguati nell’usarla, perché sei tu il solo a utilizzarla... ma fuori lo fanno tutti.

In questo momento mentre rispondo a questa domanda, io sto dettando al computer la mia risposta, perche il mio canale è questo. Cosa che non potresti mai fare in classe.

La libertà di organizzare il proprio tempo il proprio spazio, cambia tutto!

Non è un caso che la ricerca dimostri che le persone con dislessia o con uno dei disturbi specifici della apprendimento in generale, sono sovrarappresentate nel mondo dell’imprenditoria e del lavoro autonomo, rispetto alla popolazione generale, e non malgrado il loro modo di funzionare, ma spesso proprio grazie ad esso.

Questo però vale per chi arriva a quel punto con degli strumenti. Chi abbandona la scuola presto, e succede proprio perché la fatica non viene riconosciuta, spesso non riesce a convertire quel pensiero creativo in nulla di concreto, semplicemente perché mancano le basi.

La formazione non è il nemico: è il contesto che spesso lo diventa. Un conto è attraversare la scuola con un supporto e con la consapevolezza, un altro è uscirne prima del tempo con addosso la convinzione di essere inadeguati.


Il dialogo con Denise continua nella prossima uscita di Atipiche: il tema dei DSA è davvero denso e sarebbe un peccato ridurlo a un solo numero.


🛠️ Tips wow – Etichettare allunga la vita

Alcune tecniche di meditazione insegnano a etichettare anche i pensieri. Perché se non fai loro posto, alla fine occupano tutto lo spazio a disposizione come un gas (tossico). Non tutti i pensieri, specie quelli intrusivi, hanno dignità di occupare uno spazio. Molti vanno semplicemente bannati, altri sostuiti, altri ancora lasciati lì a decantare. Magari hai appiccicato sopra a qualcuno di loro l’etichetta “preoccupazioni che non dipendono dal mio controllo”, poi si vedrà.

Un po’ come per gli oggetti, categorizzare ed etichettare è fondamentale per trovare le cose. Soprattutto noi stesse.

A me piace usare i colori per etichettare mentalmente tutto ciò che le mie funzioni esecutive non riescono a catalogare. Magari per qualcunə, al posto dei colori, possono essere degli animali o i titoli dei film preferiti. Provate a fare questo esercizio da Marie Kondo senza impazzire e vedete un po’ quel che ne esce. Poi magari mi fate sapere come è andata.


📖 Dizionario divergente

Ogni settimana scegliamo una parola che racconta il mondo Atipiche

Memoria di lavoro: è la capacità del cervello di mantenere e manipolare temporaneamente le informazioni necessarie per svolgere un compito. È una sorta di “scrivania mentale” su cui appoggiamo dati, istruzioni e pensieri mentre facciamo qualcosa: seguire una conversazione, ricordare una lista di cose da fare, risolvere un problema o organizzare un’attività. Nelle persone ADHD, la memoria di lavoro può essere meno efficiente, rendendo più difficile tenere a mente informazioni e passaggi intermedi, soprattutto quando ci sono distrazioni, stress o molti stimoli contemporaneamente.

Grazie per aver letto anche oggi Atipiche, alla settimana prossima!

Un abbraccio

Anna

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