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Atipiche · Jul 24, 2026

Ho perso due lavori perché sono una m*rda?

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O forse sto solo cercando di dirmi qualcosa?

Immagina questa situazione: stai per partire per un viaggio super-emotivo, che hai caricato di aspettative. Ma hai due scadenze: devi fare un preventivo e devi mandare dei documenti per partecipare a un bando per un lavoro per cui sei molto qualificato. Devi fare entrambe le cose prima di partire.

Ovviamente sei ADHD, ma fai i compiti a casa e ti metti le cose in calendario. Hai anche scoperto che con le intelligenze artificiali ti puoi difendere da alcune cose. Per esempio, dal fatto che la burocrazia ti blocca, ma c’è Claude che ti compila i moduli respingenti e tu devi solo ricontrollarli, firmarli e premere il tastino invia. Il preventivo, idem come sopra: l’hai già pronto secondo il tuo schema, devi solo riadattarlo. Ci vorrà mezz’ora al massimo.

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Sai – o almeno, dici di saperlo – quali sono le scadenze. E decidi che farai tutto questo in quel non-luogo che è l’aeroporto mentre aspetti, perché c’è quell’angolo con la luce giusta, perché sai che con le cuffiette il rumore di fondo si trasforma in rumore bianco che, senza picchi, ti aiuterà a essere in iper-focus.

Perfetto, no? Hai l’aereo alle 19.30, è pure in ritardo, sono le 17 e hai già fatto pure i controlli, devi solo aspettare che comunichino il gate e sei già in zona. Insomma: sei fiero di te. Hai organizzato tutto alla perfezione e devi solo metterti al lavoro. Cincischi un po’, con la scusa che devi rileggere il modulo, rileggere il bando, rileggere di nuovo il modulo, ma incredibilmente fai quel che dovevi fare, finisci tutto, invii la pec per il bando e sono appena le 18. E in quel momento scopri due cose.

La prima è che il bando scadeva, sì, quel giorno. Ma alle 10. Hai perso il lavoro: non era un lavoro certo, ma l’hai perso. Mandi una mail per scusarti, ma ti dicono quasi in tempo reale che capiscono, però se la scadenza era alle 10… be’, era alle 10.
La seconda è che la persona a cui dovevi mandare il preventivo in realtà ti aveva chiesto di fare una call. Tre settimane prima. Nel frattempo, giustamente, quella persona si è organizzata diversamente. Ti scusi, e già che ci sei ti scusi anche con chi ti ha passato il contatto.

Stacco.

Sei in aereo e ti senti una m*rda. Anzi, no, sei una m*rda. No, non lo sei, sei stanco e ADHD. Cioè, puoi essere stanco e ADHD e una m*rda, le tre cose mica si escludono. E l’ADHD non è che vale sempre come bigliettino per uscire di prigione senza passare dal via: ti devi prendere le tue responsabilità.

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Cominci a fare i conti dei soldi che hai perso e che non rivedrai facilmente, perché la condanna del freelance è che devi fare quei conti lì e lo sapevi e sei un irresponsabile, e ora non sai proprio come fare e ti senti pure in colpa perché stai andando a spendere dei soldi e potevi non farlo quel viaggio super-emotivo, mica sei una ricco che può permettersi di viaggiare, chi ti credi di essere? Non lo so, chi ti credi di essere, ma so cosa sei: Sei proprio una m*rda. E avresti fatto bene a startene a casa e, più in generale, a lasciar perdere tutte quelle ambizioni ridicole: ma dove vuoi andare? Stai al tuo posto, pensa alle scadenze e datti da fare per rimediare. Adesso. Invece di perdere altro tempo.

Stacco.

Prima le domande giuste, se non vuoi le risposte sbagliate

Il punto, quindi, è che sono davvero una mer*a? Forse è il presupposto sbagliato, quello che si basa sulla colpa.

E così ho smesso di colpevolizzarmi e sono andato a cercare gli studi: sapere il nome delle cose serve ad avere un punto da cui ripartire e rimettere insieme i pezzi del puzzle. Tre pezzi, per la precisione.

Il primo pezzo è questo: iniziare un compito è una funzione a sé, che non c’entra niente con la pigrizia, l’avere voglia o no, l’essere organizzati: è un interruttore separato, e nel cervello ADHD quell’interruttore fa i capricci. Puoi aver fatto tutto, avere il modulo pronto, e non ricevere lo scatto per l’ultimo gesto. La ricerca di Russley e Barkley la chiama task initiation. In pratica, l’ADHD comporta deficit nell’avvio del compito, nella sua pianificazione, nell’organizzazione e nel sequenziamento. Cioè in tutto quello che una pratica burocratica richiede: raccogliere documenti, seguire passaggi in ordine, rispettare scadenze.

Mi sento già meglio.

Il secondo pezzo si chiama delay aversion: se la ricompensa è lontana e astratta, il cervello ADHD la svaluta molto più in fretta. Un bando che “forse” ti darà un lavoro tra mesi non accende niente. Compilare quel modulo non produce nessun premio adesso, quindi il sistema non parte. Anche qui, non c’entra niente essere pigri. C’entra la chimica della ricompensa: gli studi sulla dopamina in una specifica zona del cervello dal nome bizzarro - striato - dicono che l’importanza di una cosa, da sola, non basta a farla partire. Serve interesse o urgenza o novità. La burocrazia non ha nessuna di queste caratteristiche.

Il terzo pezzo lo conosciamo già, credo: la procrastinazione. Che non è cattiva gestione del tempo ma gestione dell’umore a breve termine. Rimandi perché rimandare, in quel secondo lì, ti fa stare meno peggio. Quindi, quando rileggevo il modulo lo stavo rileggendo per non premere invia (ok, anche se avessi premuto la frittata era fatta, ma tant’è). Si chiama svalutazione temporale della ricompensa.

Ho i nomi, ho i meccanismi, il puzzle è finito: ho l’alibi pronto e incartato? Ma no, non è questo lo scopo. Nessuno di questi studi, infatti, spiega come diamine ho pensato di poter finire due task lavorativi in aeroporto quando, semplicemente, avrei potuto fare le cose prima: devo provare a mattere in ordine anche quello.

In pratica, conoscendo bene quei meccanismi lì. Mi sono costruito un sistema intero – le cuffiette, l’angolo giusto, l’iper-focus programmato, l’IA che mi toglie l’attrito – per fare il lavoro nell’ultima finestra disponibile.

Ho ottimizzato tutto tranne la cosa che conta: ho trattato il lasso temporale indefinito “prima del volo” come la scadenza, invece della scadenza vera. E gli strumenti nuovi non mi hanno salvato, mi hanno peggiorato: adesso che il modulo è super semplificato, allora posso rimandare il click fino alle 17. Claude mi ha tolto l’attrito dal passaggio sbagliato e il problema vero, quello di ridurre sempre tutto all’ultimo minuto fisicamente possibile, si è solo nascosto meglio.

E la cosa che non voglio scrivere, ma è il motivo per cui sto scrivendo tutto il resto, è che non sono una m*rda ma devo prendere atto di una cosa: a trent’anni la modalità eroica funzionava. La nottata per finire tutto, l’aeroporto, il salvataggio sul filo di lana, quella sensazione di aver fatto il canestro da tre punti sul suono della campana e di essersi portato a casa il match con l’impresa impossibile. Era pure una specie di identità.

Ma gli anni passano e quella modalità che funzionava non è più un superpotere buffo, è una cosa che mi costa. Costa sicuramente lavori veri e soldi veri. Ma costa anche tempo ed energie. E allora, forse, quella frenesia freelance del cercare di prendere tutto quel che arriva, fare pr, preventivi, il commerciale di te stesso, l’esecutore e il finalizzatore, la negoziazione e l’organizzazione, semplicemente, è il pezzo da risolvere.

Forse, quando ci sentiamo delle m*erde, dobbiamo guardare a quel che viene prima, non al momento che percepiamo come un fallimento.

Sicuramente aiuta a non sentirsi perennemente in difetto. E magari anche a capire cosa dobbiamo cambiare veramente.

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🛠️ Tips wow – Il cane a testa in giù

A darvi i consigli non richiesti della settimana sono sempre io (Anna). Oggi tiro fuori dal cassetto un libro letto e riletto anni fa, ma che trovo sempre attuale. Parla di yoga, (ovviamente), lavoro precario, fatica quotidiana e opportunità perse. Che con la giusta chiave di lettura possono sempre trasformarsi in occasioni mica male.

Si intitola “Il cane a testa in giù. Le 23 posizioni di yoga che mi hanno cambiato la vita” e l’autrice è Claire Dederer, scrittrice e giornalista statunitense.

📖 Dizionario divergente

Ogni settimana scegliamo una parola che racconta il mondo Atipiche.

Errore di previsione: è la tendenza del cervello a prevedere in modo poco accurato come ci sentiremo in futuro e, di conseguenza, a prendere decisioni basandoci su emozioni immaginate più che reali. Nel caso dell’ADHD può tradursi nel convincersi che “domani sarò più concentrato”, “in aeroporto lavorerò benissimo”, “con l’iperfocus recupererò tutto”. Il problema non è solo valutare male il tempo disponibile, ma sopravvalutare la versione futura di noi stessi. Sapere che questo bias esiste non elimina il rischio, ma aiuta a costruire strategie che si fidino meno del “me del futuro” e un po’ di più del calendario.

Grazie per aver letto anche oggi Atipiche, a venerdì prossimo!

Un abbraccio,

Anna

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