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Atipiche · May 26, 2026

Le cose che ho perso quando ho avuto la diagnosi ADHD

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Anna Castiglioni · Atipiche

Il colloquio di restituzione con la psicologa è durato meno di mezz’ora. Si chiama così il momento in cui ti viene data una diagnosi ADHD. Della serie: qualcuno prende in carico le tue paturnie, i tuoi dubbi, le tue difficoltà di una vita e te le restituisce con gli interessi. Tieni, cara, ecco qua: la risposta alle tue domande sta tutta nell’acronimo di Disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività.

Lungi da me da me banalizzare il percorso diagnostico, che è fatto di test, colloqui anamnesici e ricordi faticosi: il punto è che quando arriva la diagnosi, il “dopo” è sempre un’incognita. Ci vuole tempo per metabolizzare, ancora di più per capirla davvero, l’ADHD.

A pensarci ora mi sembra di essere una neurodivergente navigata, eppure sono passati poco più di due anni dalla diagnosi, che rapportati alla mia veneranda età sono davvero pochi.

Il mio cervello ha sempre funzionato così e continua a funzionare con le stesse connessioni neurali zoppicanti. Non è cambiato nulla, eppure è cambiato tutto. A partire dalla percezione di me stessa: il primo fardello che se ne è andato con la diagnosi ADHD è stata l’idea di essere sbagliata.

Sono neurodivergente in un mondo di neurotipici: ora è tutto più chiaro. Per molti anni, però, non è stato per niente scontato.

Il lavoro che fa la memoria dopo la diagnosi, andando a ritroso con le incongruenze di una vita, è immane e a tratti doloroso.

Ecco perché non ho mai sopportato le discoteche!

Adesso ho capito come mai arrivava l’attacco di panico dopo una giornata di sovrastimolazioni!

È ovvio che non riesca a ricordarmi i compleanni: non me li segno!

A onor del vero, ci sono ancora molte situazioni in cui mi sento sbagliata o, forse, semplicemente fuori posto.

Il vantaggio è che, da quando ho avuto la diagnosi, ho abbandonato il senso di colpa. Meno piagnistei autocommiserativi e più lucidità: ok, ho dimenticato il compleanno del mio migliore amico (nonostante il calendar), ma posso sempre recuperare e scusarmi tantissimo usando la mia ironia (tutto vero, tra parentesi).

La diagnosi mi fatto perdere anche il vizio di andare oltre i miei limiti fisici, emotivi e sensoriali. Anche in questo caso non è stato un passaggio immediato o semplice, fatto di inciampi e parecchi burnout. Faccio un esempio spiccio.

Questa settimana mi sono toccate due fiere con sveglia all’alba, viaggi con i mezzi e temperature tropicali: il mio personale contrappasso a questo girone infernale è stato impormi un massaggio dall’estetista per ogni fiera fatta. Tecnicamente non avrei potuto permettermelo per la quantità di lavoro e impicci che mi attanagliano la gola - e solo un anno fa per me era impensabile anche solo concedermi l’idea -, eppure l’ho fatto. Non sempre ciò che si vuole corrisponde a ciò di cui si ha bisogno. E io ho bisogno di quei massaggi per impormi di rallentare.

C’è un altra cosa che ho abbandonato dopo la diagnosi: il bisogno di dover dimostrare sempre qualcosa a tutti e tutte. L’esserci per chiunque, far misurare agli altri il mio valore, sentirmi in obbligo di fare di più per compensare tutte le mancanze per cui mi sento in debito con l’universo.

Non dico di essere arrivata al punto di Melanie Sanders, fondatrice di The We Do Not Care Club, ma sto cercando di imparare l’arte del lasciare andare.

Anche perché sono una donna ADHD in perimenopausa, non so se avete idea di che inferno sia.

Ci sono anche cose che, in questo breve viaggio di consapevolezza neurodivergente, fatico a lasciar andare. Il masking è una di queste. È talmente radicato e interiorizzato da essere una seconda pelle. A volte mi rendo conto di sorridere solo perché l’etichetta sociale lo impone, di fingere per non dover spiegare al mondo che sono sovrastimolata e annoiata allo stesso tempo, di dire dei sì perché tutto sommato un po’ di vita sociale mi farebbe bene. A volte mi chiedo chi sarei davvero senza il masking.

La diagnosi ADHD non ha cancellato nemmeno la disregolazione emotiva che mi porto appresso da sempre: ci posso lavorare, per carità, ma ribollo spesso come una pentola a pressione pronta ad esplodere. Non posso fare a meno di scrollarmi di dosso il fastidio per i rumori forti e improvvisi, la stanchezza cronica, la fatica di lavarmi i capelli e i denti.

L’ADHD è un fardello mica male, motivo per cui la diagnosi è fondamentale per riuscire a campare bene. So che non tuttə quellə che sospettano di essere ADHD possono permettersi un percorso diagnostico e tanto meno un percorso di psicoeducazione.

Intanto è possibile informarsi su quello che si può fare a costo zero, e poi vale la pena continuare a fare tentativi sul territorio: la maggiore sensibilità e conoscenza delle neurodivergenze sta portando all’attivazione di servizi e ambulatori dedicati accessibili tramite il Servizio Sanitario Nazionale.

E se c’è una cosa che mi ha insegnato la diagnosi ADHD è che fare del proprio meglio con gli strumenti che si hanno nel momento presente, è l’unico modo per stare bene.

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Quando è tutto troppo e l’ansia vi prende alla gola, respirare è davvero il primo modo per calmare il sistema nervoso. A prescindere dalla causa della vostra ansia, fermarsi per respirare permette al cervello di riossigenarsi e al cortisolo che circola in corpo di abbassare i livelli. Ci sono molte tecniche per calmare il respiro: quella con le dita è una delle mie preferite, perché mi permette di visualizzare l’aria che entra e quella che esce. La consiglio anche a chi ha che fare con bambini e bambine particolarmente agitatə.

Funziona così: si appoggia l’indice sulla base del pollice della mano opposta e si fa un inspiro seguendo il profilo esterno del pollice. Quando si arriva alla punta del pollice si scende verso il basso espirando. E poi si continua così per ogni dito della mano: salgo lungo il dito inspirando e scendo espirando. È molto piacevole e funziona anche quando siamo in sovraccarico, perché permette di entrare in connessione col nostro stesso corpo con un semplice tocco.

📖 Dizionario divergente

Ogni settimana scegliamo una parola che racconta il mondo Atipiche.

Rifiuto patologico della domanda (PDA): è una forte difficoltà nel gestire richieste, obblighi o aspettative, anche molto semplici. La persona può sentirsi sotto pressione e reagire evitando il compito, rimandandolo o opponendosi.

In chi ha ADHD, questo comportamento può essere legato a stress, ansia, difficoltà nella gestione delle emozioni o senso di sopraffazione, più che a pigrizia o mancanza di volontà.

Grazie per aver letto anche oggi Atipiche!

Un abbraccio

Anna

Read the original on atipiche.substack.com

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