La sindrome dell’impostore è quella sensazione costante di sentirsi dei truffatori. O, nella migliore delle ipotesi, delle improvvisate, delle parac*le, dei ciarlatani. Non è un disturbo clinico, ma chi ne soffre vive nell’ansia costante di essere smascherata: prima o poi qualcuno si accorgerà che sono arrivata fin qui per caso.
Scommetto che sono le donne a soffrirne maggiormente. Così come sono certa che su questo tema ogni neurodivergente in ascolto possa scrivere un libro. Un libro di cui abbiamo già in mente i capitoli chiave.
Ti fanno i complimenti per qualcosa che hai fatto bene. Tu sorridi e ringrazi. Ma dentro pensi: “Se sapessero quanto ho improvvisato”. Non è mai merito tuo: è sempre la fortuna, il caso, le congiunzioni astrali favorevoli e persino gli ormoni a stabilire quanto tu ti sia meritato quell’apprezzamento. Quando ti fanno un complimento o, peggio, quando qualcunə si congratula con te, non ci credi mai fino in fondo: c’è sempre una parte di te diffidente e scettica.
Per chi soffre della sindrome dell’impostore, le giornate sono delle infinite partite di poker, dove chi bluffa meglio arriva sana e salva a sera. A onor del vero, assomigliano più a delle partite di Cluedo, dove tu sei impegnato a non farti beccare perché ti cali nella parte del maggiordomo, il sospettato per antonomasia.
Vivere nel timore di essere smascherati ci porta a essere guardinghe e sospettose, ma soprattutto a ricontrollare tutto in modo ossessivo più e più volte: le slide della presentazione, il discorso da fare alle insegnanti di tua figlia, la caption della foto appena pubblicata, le pagine da ripassare per l’esame. Siamo sempre sulla difensiva e quando il nostro interlocutore ci contesta, a prescindere ci assumiamo la responsabilità – o la colpa – perché figurati se ci concediamo il beneficio del dubbio.
Difficile sentirsi meritevole di qualcosa, se per una vita sei stata cresciuta a pane e critiche. Chi è ADHD lo sa dall’infanzia, ma non l’ha mai introiettato davvero, perché si è auto convinta che forse aveva ragione chi diceva: “Sei pigra”; “sei intelligente ma non ti applichi”, “sei disordinato”, “potresti fare di più”, “non ci tieni abbastanza”, “sei scostante e volubile”.
Compensare decenni di giudizi è difficile perché ti hanno fatto sentire sbagliata in ogni contesto. Va a finire che ti convinci di essere come ti dipingono. Fondamentalmente una str*nza che non si merita niente. Neanche quando è tutta farina del tuo sacco e frutto della tua fatica.
Essere ADHD significa avere un andamento talmente scostante da rendere difficile credere davvero in sé stesse: se ieri ho scritto un articolo in meno di un’ora e oggi mi impantano su un pezzo ridicolo sulla skincare che mi hanno commissionato e che devo per forza scrivere, allora vuol dire che ieri mi girava bene. O che sono scema e lenta. Mai, neanche per un solo istante, c’è il dubbio che possa trattarsi di sintomatologia ADHD.
Eppure, convivere con una neurodivergenza può significare essere brillanti un giorno e il giorno dopo faticare a verbalizzare per la stanchezza; significa bloccarsi sulle mansioni più basiche perché si è sovraccaricati e allo stesso tempo lavorare sotto scadenza in modo eccellente. Vuol dire avere alti e bassi difficili da gestire. E quando fai fatica a gestire questi alti e bassi finirai per pensare che quando sei brillante era solo un caso. Non hai meriti e chi te li riconosce lo fa senza motivo.
La sindrome dell’impostore ha delle sfumature ironiche, per chi è ADHD. Succede che, anche quando sentiamo di aver dato il massimo e di esserci meritati qualcosa, la fatica vissuta nel raggiungere quell’obiettivo ci fa dubitare delle nostre capacità.
Se per un esame universitario devo studiare il doppio della media studentesca, a prescindere dal risultato, penserò di essere meno perspicace, meno organizzata e meno capace di altri.
Se per lavorare 8 ore al giorno in un open space mi faccio 3 giorni al mese stesa a letto dal burnout, penso di non meritarmi il bonus a fine anno, perché tutte le mie colleghe hanno rispettato le scadenze e centrato gli stessi obiettivi senza battere ciglio. E senza mai assentarsi. Non c’è mai pace, per chi soffre della sindrome dell’impostore.
Forse il punto è che chi vive con l’ADHD è cresciuta in un ambiente che misura il valore sulla costanza, mentre noi funzioniamo per picchi. E se il metro di giudizio è quello della costanza, è quasi inevitabile sentirsi fuori posto. Perché siamo capaci, ma non nel modo che questo mondo ha definito “giusto”.
La sindrome dell’impostore mette radici e attecchisce proprio lì: nello spazio tra quello che sappiamo fare e il modo in cui (ci hanno detto che) si dovrebbe fare.
Il problema è che, a forza di aspettare il giorno in cui finalmente ci sentiremo all’altezza, rischiamo di non accorgerci che, nel frattempo, le cose le abbiamo fatte davvero. Anche quelle difficili. Anche quelle che ci sono costate il doppio della fatica.
E magari continueremo comunque a pensare di aver bluffato.
Ma intanto la partita, in un modo o nell’altro, l’abbiamo giocata davvero.
Nell’ultima seduta, la mia psico mi ha imposto di assecondare la procrastione. Giuro. Mi ha suggerito che, forse, la mia tendenza a divagare degli ultimi tempi è data dal fatto che non prendo sul serio i pensieri intrusivi. E finché non si dà spazio anche a loro, non ce ne libereremo.
Il modo più semplice è fare la solita lista. Mentre lavori pensi alla lista della spesa? Segna. Pensi continuamente alle prossime vacanze? Fai un elenco di mete papabili. Avere sempre a portata una piccola agenda o le note del telefono può aiutare. A fine giornata, o a fine settimana, riprendi in mano la lista. Ti stupirai di quante cose che sembravano urgenti e importantissime ora sembrino irrilevanti.
A volte, però, non basta: mi serve dare più respiro ai pensieri intrusivi, specie quelli sui macro temi, come lavoro, famiglia, amicizie e “cosa voglio fare nella vita”. Può essere necessario approfondire un’idea, una sensazione, persino un’insoddisfazione di base. Perché magari è proprio quell’insoddisfazione il motivo del nostro continuo procrastinare.
Ogni settimana scegliamo una parola che racconta il mondo Atipiche
Funzioni esecutive: sono l’insieme di abilità cognitive che ci permettono di organizzare e gestire le azioni: pianificare, iniziare un compito, mantenere l’attenzione, ricordare cosa stavamo facendo, regolare gli impulsi e passare da un’attività all’altra. In altre parole, sono il “sistema di gestione” del cervello. Nelle persone ADHD queste funzioni possono essere più instabili, rendendo più difficile organizzarsi, partire con i compiti o portare avanti ciò che si è iniziato.
Grazie per aver letto anche oggi Atipiche, a venerdì!
Un abbraccio
Anna

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.