Da quando esiste Atipiche, ricevo regolarmente messaggi da parte di persone — soprattutto donne adulte — che hanno appena ricevuto una diagnosi di ADHD o che sospettano di esserlo. Molte di esse raccontano di riconoscersi anche in un’altra descrizione: quella dell’alto potenziale cognitivo, APC per le amiche e gli amici da casa.
Alcune hanno fatto test che suggeriscono loro di avere un quoziente intellettivo molto alto. Altre sanno di avere un’intelligenza fuori dalla media ma non hanno mai avuto modo di approfondire. Poi ci sono persone che si distinguono per genio creativo e intraprendenza eppure non sono mai riuscite terminare gli studi. Al punto da aver dubitato per anni di essere davvero intelligenti.
Insomma, come per l’ADHD, emergono domande a cui non sappiamo dare risposte. Una fra tutte: è possibile che l’alto potenziale cognitivo emerga solo in età adulta? Possibile che nessun altro se ne sia accorto prima?
Maria Assunta Zanetti, professoressa dell’Università di Pavia e responsabile del Laboratorio Italiano di Ricerca e Intervento sullo Sviluppo del Potenziale del Talento e della Plusdotazione - il principale punto di riferimento italiano per bambini/e e ragazzi/e plusdotate - non è per niente stupita: anche quando le persone gifted vengono riconosciute come tali, sono in molti a pensare che dovrebbero cavarsela da sole. Perché il sistema-scuola ha ben altri impicci a cui pensare.
Chi ha un disturbo dell’apprendimento, per esempio, è visto come “manchevole” di qualcosa e quindi si pensa che abbia il diritto di ricevere più attenzioni (quando qualcuno è sufficientemente preparato per darle, queste attenzioni. E per dare quelle corrette).
Le persone gifted, invece devono vedersela da sole. Perché tanto sono intelligenti, bravi/e, preparati/e.
“In classe, quando un bambino non dà problemi ed è un alto potenziale, spesso viene considerato utile, senza particolari attenzioni o riflessioni”, spiega la dottoressa Sparaciari, psicologa presso il Dipartimento di Scienze del Sistema Nervoso e del Comportamento dell’Università di Pavia e collaboratrice della professoressa Zanetti.
Che poi prosegue: “Nella mia esperienza, posso dire che la tendenza è quella di dire tanto sei intelligente, hai più risorse degli altri per risolvere questi problemi, devi farlo da solo perché hai questa potenzialità, mentre altre persone hanno problemi più importanti. Potenzialità che, non si sa bene per quale motivo, si crede debbano tradursi automaticamente in esperienze di successo in tutti gli ambiti di vita: successo scolastico, relazionale, emotivo. Per questo, nella valutazione che lasciamo alle famiglie e alla scuola, inseriamo la parte relativa alla capacità emotiva: avere delle capacità cognitive elevate non significa che poi lo sviluppo emotivo proceda di pari passo. Anzi, quello che spesso si verifica è proprio la dinamica dell’asincronia dello sviluppo. Per cui emerge una parte cognitiva molto più alta rispetto allo sviluppo emotivo, magari adeguato all'età del bambino: questo in qualche modo crea uno squilibrio”.
E se la scuola non è preparata a riconoscere e valorizzare chi è APC, figuriamoci il mondo al di fuori di essa. Esattamente come accade per l’ADHD. Ma prima di addentrarci nelle intricate strade che portano a incrociare due condizioni – una neurodiversità e una neurodivergenza – è il caso di chiarire cosa sia l’alto potenziale cognitivo e come si manifesta.
L’APC non corrisponde solo a un quoziente intellettivo sopra la media. Chi è plusdotatə può certamente riconoscersi in queste caratteristiche: apprendimento rapido, curiosità, interessi selettivi, iper sensibilità. E certo, un quoziente intellettivo al di sopra della media, che statisticamente sta tra 85 e 115. Con tutti i limiti di queste misurazioni, che non sono affatto universalmente riconosciute.
Comunque, Se 100 è il Q.I. che si prende a riferimento statistico per l’intelligenza umana, chi sta tra i 120 e i 130 viene considerato una persona ad alto potenziale cognitivo, mentre chi supera i 130 una persona plusdotata. Detta così potrebbe sembrare una condizione idilliaca, una vita fatta di poco sforzo e massima resa, in cui l’intelligenza fuori dalla media può portare solo vantaggi. La realtà, però, è sempre più complicata di così.
L’alto potenziale cognitivo, infatti, porta spesso con sé anche una buona dose di frustrazione, poca tolleranza alla noia, disregolazione emotiva e senso di inefficacia.
“Non si tratta di un disturbo, ma di un modo di funzionare che, se non riconosciuto, può creare una buona dose di sofferenza con il rischio di drop-out o disagio”, dice Sparaciari.
Se tutto questo suona familiare è perché APC e ADHD condividono molti tratti e spesso si sovrappongono.
Negli ultimi anni si parla sempre più spesso, infatti, di doppia eccezionalità, cioè della coesistenza tra alto potenziale cognitivo/plusdotazione e una qualche diagnosi di ADHD o disturbi specifici dell’apprendimento.
Per la professoressa Zanetti non si tratta di un fenomeno nuovo. Piuttosto, è qualcosa che per molto tempo è rimasto invisibile. “Il tema della doppia eccezionalità oggi è diventato centrale”, dice, “Ma in realtà esisteva già prima. Il problema è che, storicamente, si guardava soprattutto o esclusivamente all’area di fragilità”.
Questo approccio si associa a quello che in letteratura viene chiamato effetto di mascheramento o masking. In pratica, una delle due caratteristiche può nascondere l’altra. “Può succedere che l’alto potenziale compensi l’ADHD», prosegue Zanetti. “In questo caso la persona riesce comunque a ottenere buoni risultati scolastici, nonostante un grande caos interno”. Ma può accadere anche il contrario. “Quando invece è l’ADHD a nascondere la plusdotazione, si osserva spesso un rendimento irregolare e un potenziale che rimane inespresso”.
Il risultato, in molti casi, è una lunga storia di fraintendimenti: difficoltà scolastiche inspiegabili; sensazione di essere troppo o mai abbastanza; problemi di autostima. È il grande classico “è intelligente, ma non si applica”, visto su questi schermi mille volte.
Se la peculiarità del funzionamento ADHD o APC non viene riconosciuta per troppo tempo, questo può generare problemi a cascata. Magari, durante l’infanzia, si possono compensare più facilmente. Ma poi potrebbero ripresentarsi, esplodendo, finita la scuola dell’obbligo o anche in età adulta.
Il laboratorio diretto dalla professoressa Zanetti si occupa principalmente di bambini/e e ragazzi/e. Negli ultimi anni, però, stanno arrivando sempre più richieste anche da parte di adulti. Le motivazioni sono diverse. Alcune cercano semplicemente una conferma del proprio funzionamento cognitivo. Altri arrivano con un senso di disorientamento.
“Molti adulti che ci contattano lo fanno perché sentono che qualcosa nella loro storia non torna”, racconta la professoressa. “Magari hanno avuto percorsi di studio importanti, anche più lauree, ma hanno comunque la sensazione di non essere stati pienamente riconosciuti”.
In altri casi le richieste arrivano da giovani adulti che hanno avuto percorsi scolastici molto faticosi. Nonostante capacità cognitive elevate, possono incontrare difficoltà nell’organizzazione dello studio, nella motivazione o nella gestione del tempo. Un po’ come per la sintomatologia dell’ADHD, che può cambiare in base al contesto o alla stagione della vita. Facciamo l’esempio dell’iperattività, una delle caratteristiche principali dell’ADHD: “Non è l’iperattività tipica dell’infanzia”, spiega Zanetti. “Negli adulti si manifesta più spesso come difficoltà di organizzazione, procrastinazione cronica, problemi nella gestione del tempo o disregolazione emotiva”.
Non tutte le persone arrivano a farsi queste domande partendo da sé. In alcuni casi, il percorso inizia dai figli. Zanetti racconta che durante le valutazioni capita spesso che siano i genitori a riconoscersi nelle caratteristiche dei bambini. È un passaggio che sembra laterale, ma in realtà è molto rivelatore: mentre cercano di capire il funzionamento del figlio o della figlia, iniziano a rimettere in fila anche la propria storia: “Spesso i genitori raccontano situazioni legate al bambino e poi dicono che ci si ritrovano. E da lì nasce la richiesta: possiamo fare una valutazione anche noi?”.
“Abbiamo anche ragazzi che non hanno completato il loro percorso di studi», prosegue Zanetti”. “Oppure che hanno fatto molta fatica, pur avendo capacità elevate”.
Molte persone riescono a compensare queste difficoltà per anni, soprattutto se hanno risorse cognitive elevate, come nel caso di persone plusdotate. Ma compensare non significa funzionare senza disagi.
“Il problema è che, spesso, per tanto, troppo tempo compensano», spiega Zanetti, “ma lo fanno con una fatica enorme, con un percorso che diventa davvero molto impegnativo”.
È proprio questo uno dei motivi per cui il riconoscimento arriva tardi: dall’esterno tutto sembra funzionare, ma internamente la fatica è costante.
Sia l’alto potenziale sia l’ADHD condividono alcune caratteristiche cognitive, il che rende ancora più difficile distinguerli. Perché succede? “Entrambi hanno un pensiero molto rapido”, dice Zanetti, “ma nel caso dell’ADHD c’è una discontinuità attentiva legata alla condizione clinica. Nell’alto potenziale, invece, l’attenzione diventa discontinua soprattutto quando manca l’interesse”.
Qui entra in gioco uno degli elementi più citati dalle persone ad alto potenziale: la noia.
“La noia nella plusdotazione può essere molto intensa”, osserva la professoressa, “ma se si offrono stimoli adeguati, tende a ridursi. Nell’ADHD, invece, la difficoltà attentiva rimane anche quando l’attività è interessante».
Un’altra caratteristica comune è l’iperfocalizzazione, cioè la capacità di immergersi completamente in un’attività. Ma anche qui le differenze sono importanti. “Nell’alto potenziale l’iperfocalizzazione è legata agli interessi, è selettiva”, spiega Zanetti, “nell’ADHD può essere più caotica e meno funzionale”.
Anche sulle funzioni esecutive ADHD e APC hanno molto in comune. Stiamo parlando di pianificazione, memoria di lavoro e controllo degli impulsi: molte persone con alto potenziale presentano profili cognitivi molto disomogenei, con punteggi altissimi in alcune aree e più bassi in altre.
Possono avere una grande capacità di memoria o di ragionamento ma fare fatica a organizzarsi, pianificare o gestire il carico mentale. Questo può creare una sensazione di sovraccarico continuo. Infatti “alcuni descrivono proprio la sensazione di avere un cervello che corre troppo veloce”, racconta la professoressa, “dicono: non riesco a fermare i pensieri”.
Il punto chiave che differenzia in modo sostanziale le due condizioni riguarda la loro natura.
“L’ADHD è un disturbo clinico”, sottolinea Zanetti. “La plusdotazione invece non è un disturbo, anche se rientra nell’ambito delle condizioni del neurosviluppo”. In letteratura sono stati descritti sei diversi profili di plusdotazione: dal profilo di successo a quello creativo, fino al profilo a rischio o alla doppia eccezionalità.
Questo significa che non tutte le persone ad alto potenziale hanno lo stesso funzionamento o le stesse difficoltà.
Un altro nodo riguarda il contesto educativo. Secondo Zanetti, il problema non è tanto la mancanza di strumenti normativi, quanto la scarsa conoscenza di quelli che già esistono: “La nostra scuola ha già molte possibilità per fare didattica inclusiva. Il punto è che nella formazione degli insegnanti non si parla quasi mai di plusdotazione”.
Il risultato è che gli studenti ad alto potenziale restano spesso invisibili nel sistema scolastico, soprattutto quando hanno anche un’altra condizione come l’ADHD. Eppure, come dicevamo, non basta guardare all’area di fragilità: è fondamentale lavorare anche sull’area di potenzialità. Questo significa proporre attività sfidanti, percorsi di approfondimento personalizzati e contesti in cui questi studenti possano sentirsi finalmente riconosciuti.
Ed è qui che il discorso smette di riguardare solo la scuola.
“Quello che non viene riconosciuto prima”, conclude Zanetti, “spesso viene compensato o mascherato per anni, ma non sempre in maniera funzionale. Dunque non è mai troppo tardi per fare luce sulla propria esperienza e sul proprio funzionamento”.
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Ogni settimana scegliamo una parola che racconta il mondo Atipiche.
Memoria di lavoro: è la capacità di tenere a mente e manipolare informazioni per il tempo necessario a svolgere un compito. È quella che usiamo, per esempio, quando dobbiamo seguire più passaggi, ricordare cosa stavamo facendo o collegare tra loro informazioni diverse.
Nell’ADHD, la memoria di lavoro può essere più fragile: le informazioni “scivolano via” più facilmente, soprattutto se il carico è alto o se l’attenzione non è stabile. Questo non significa avere meno capacità, ma fare più fatica a gestire e organizzare quello che si ha in mente nel momento in cui serve.
Grazie per aver letto fin qui anche oggi. Ci leggiamo settimana prossima!
Un abbraccio
Anna

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