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Atipiche · Feb 27, 2026

Condividere la diagnosi ADHD: sì o no?

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Anna Castiglioni · Atipiche

Una volta ricevuta la diagnosi ADHD potresti passare attraverso tutte e cinque le fasi del lutto: rifiuto/negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. L’idea di Atipiche è nata a un anno esatto dalla mia diagnosi: in quei dodici mesi ho passato tutte le fasi di cui sopra, non sempre in questo ordine. Ci sono giorni in cui ancora sono un po’ inc*zzata con un mondo crudele che non si è mai accorto della mia ADHD, ma prima o poi ci verrò a patti.

Lungo tutte queste fasi può succedere di essere prese dall’oversharing impulsivo e compulsivo e di voler condivedere con chicchessia la propria scoperta.

Non è detto, però, che dall’altra parte le persone siano pronte a questa condivisione né che abbiano voglia di essere investite da un fiume di parole, spiegazioni, acronimi e giustificazioni riguardo al perché ci sentiamo fuori posto da una vita.

Anche l’amica di una vita o tua sorella, a cui sei così legata, potrebbero reagire in modo inaspettato.

Ricevere una diagnosi di ADHD è un momento topico della vita. Uno di quelli in cui ti si aggroviglia tutto nello stomaco. E quel groviglio fatica a prendere una forma a parole.

Per me è stato più o meno come quando ho saputo di essere incinta la prima volta.

Vorresti urlarlo al mondo, e potresti anche in farlo in barba alla scaramanzia, ma non è escluso che qualcuno ti risponda: e ‘stic*zzi (alla romana, ovviamente)?

Di per sé è una notizia bellissima e davvero non ti spieghi come il mondo possa continuare a girare senza condividere questa tua gioia, ma il fatto da considerare è che, forse, tu possa non essere pronta per gestirla.

Intanto, la prima domanda da farsi nel post-diagnosi potrebbe essere: voglio davvero dirlo alle altre persone? E poi, forse, dovremmo chiederci: a quali altre persone?

Prendersi del tempo per metabolizzare, capire e rielaborare è del tutto comprensibile e probabilmente è necessario. Perfino auspicabile.

Perché, se c’è una lezione che l’ADHD mi ha insegnato, è che alla maggior parte della gente che mi vuole bene non frega niente che io sia ADHD. E non è che mi vogliano meno bene per questo. Ma è a me che è cambiata la vita, non a loro.

Tutto quello che faccio o dico non viene letto da loro con la lente della neurodivergenza: non è una loro priorità né un loro bisogno saperne di più di ADHD. E non posso farci nulla, non posso costringerle ad ascoltare, capire, imparare, leggere Atipiche o un manuale.

La faccenda, però, cambia parecchio se con quelle persone ci convivi: in quel caso è indispensabile parlarne, anche solo per capire come darsi sostegno a vicenda (e non solo sopportarsi). A volte – come è successo a me – si scopre che una persona con cui convivi è pure lei/lui ADHD: capita, perché ci si innesca a vicenda.

E poi c’è lo strano caso della condivisione con perfetti sconosciuti: capita di riconoscersi e scegliersi per confidarsi difficoltà e strategie. Capita in ogni ambito della vita, inclusa la sfera della neurodivergenza.

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Quando entrai nel gruppo del primo corso preparto, scattò una sorta di colpo di fulmine tra noi primipare: condividevamo intenti, difficoltà, gioie e scoperte della prima figlia o del primo figlio. Ci sopranominammo “La setta della tetta”.

E, come una vera setta, il gruppo era selettivo, chiuso, ossessivo e disponibile h24 per dare sostegno alle proprie adepte. Sapevo che una volta esaurito lo scopo – cioè tirare su infanti col supporto di una rete sociale – il gruppo si sarebbe sciolto. C’erano troppe differenze culturali e valoriali di mezzo, troppe esigenze e abitudini diverse: lo scopo della rete di sostegno, quello per cui era nata, ben presto è finito. Tutto molto bello eh, ma dopo un po’ ognuna per la sua strada.

Succede lo stesso quando si scopre di essere ADHD.

L’istinto ci porta a cercare nostre simili e relative conferme. Il desiderio atavico di far parte di un gruppo sociale, di una community, fa sì che ci iscriviamo a gruppi Facebook e Telegram, iniziamo a seguire pagine dedicate su Instagram e leggere newsletter come Atipiche, dove l’immedesimazione nelle parole che leggiamo ci portano conforto e bisogno di confidare pubblicamente: “Ehi! Anche a me succede!”.

Trovare uno spazio condiviso è fondamentale, perché la condivisione dell’esperienza umana riguardo alla neurodivergenza è talmente rara da mettere in dubbio anche le certezze più radicate.

Certo, non è detto che essere ADHD sia sufficiente per stare insieme. Ma è un inizio.

Condividere la propria diagnosi ADHD è legittimo e catartico, a patto che sia tu a decidere il come e il quando (e a patto di non imporsi troppo con chi non vuole o non ha gli strumenti per ascoltare). Da solə è tutto un po’ più complicato e la tendenza all’isolamento è dietro l’angolo: aprirsi con qualcunə, prima o poi, è un passaggio obbligato. Non è detto che debba essere la tua migliore amica o l’internet intero, di certo non può essere solo la tua psicologa.

Per quel che mi riguarda, per esempio, ho deciso di non dirlo ai miei genitori: pensavo, sapevo che non avrebbero mai capito. Mia mamma, probabilmente, avrebbe trattato la mia ADHD come una malattia da curare e volevo risparmiarmi il dolore dell’ennesima incomprensione.

Poi, un giorno, sono stata intervistata da una collega di Repubblica – che per inciso è anche lettrice di Atipiche – e quello è diventato il mio modo per comunicare alla mia famiglia la mia neurodivergenza. Non ci furono commenti a riguardo, ma nemmeno una chiusura. Della serie: non capisco questa cosa dell’ADHD, ma la rispetto. E a me va bene così.

La rete di sostegno, comunque, è fondamentale e non deve per forza essere neurodivergente. Di certo deve essere d’elezione, di sostegno, non giudicante. Il viaggio dopo la diagnosi è lungo e tortuoso: vale la pena circondarsi di persone rassicuranti che sappiano ascoltare davvero, ricordandoci anche, quando è il caso, che l’ADHD è solo una parte di noi.

Ho comprato due nuovi libri sull’ADHD: chiedetemi se sono felice. Inizio a parlarti di Guida al femminile per l’ADHD di Janina Maschke (edizioni Armenia), dottoressa con un master in medicina molecolare, un dottorato in psicologia e coach ADHD. Quello che differenzia questo volume dai (pochi) altri è che incentrato specificamente sul lato femminile dell’ADHD, quello meno visto e meno diagnosticato.

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Nel libro si trovano indicazioni su come gli ormoni influiscano sui sintomi e perché le donne con ADHD siano spesso invisibili. Leggendolo, si scopre perché essere donna e ADHD è molto più complicato che per gli uomini. Maschke mette a disposizione svariate strategie di auto-aiuto per gestire il tempo, la procrastinazione e la disregolazione emotiva. Insomma, un libro necessario e completo, specie se sei una donna neurodivergente (o se ne conosci una!).

Ogni settimana scegliamo una parola che racconta il mondo Atipiche

Amigdala: vedetela come una mandorla posta nel lobo temporale che si attiva in vista di emozioni “forti” come paura e ansia. Ha il dovere di farci scattare quando c’è un pericolo imminente ed è responsabile dell’atavico istinto: attacco o fuga. Nelle persone ADHD potrebbe essere in allerta spesso e volentieri, anche immotivatamente.

Anche per oggi è tutto, grazie come sempre di aver letto fin qui.

A venerdì, un abbraccio!

Anna

Read the original on atipiche.substack.com

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