Di clichè legati alle neurodivergenze ne abbiamo affrontati parecchi, qui su Atipiche. Ma quando vengono pubblicati su testate autorevoli rischiano di fare un sacco di danni, perché ampliano l’eco di stereotipi duri a morire. E allora tocca fare fact-checking. Anche ad agosto, anche in piena ondata di calore di un’estate che sembra non finire mai.
Sto parlando di un articolo uscito su IlSole24Ore dal titolo “Neurodivergenze: nuove qualità che grazie all’AI diventano competitive”, in cui la collega Barbara Carfagna descrive quello che dovrebbe essere un problema prima delle persone neurodivergenti - assunte per i loro super poteri e poi soppiantate dalle macchine, che pian piano stanno implementando le loro skills - e poi della società tutta: dove andremo a finire se non creiamo valore con le persone (e qui per valore si intende persona messa al servizio del capitale)?
È un concetto base su cui teoricamente potrei anche essere d’accordo: il modello capitalistico estrattivo è arrivato a colonizzare il lavoro intellettuale, pure le persone il cui funzionamento neuronale diverge dalla media.
Della serie: prima esclusə da un sistema che non accetta il “diverso”, poi sfruttatə per quelle stesse caratteristiche che ci rendono diversə. Qualsiasi argomentazione che metta in discussione il capitalismo avrà la mia approvazione. Peccato, però, che questo articolo si basi su svariate premesse inesatte, se non addirittura sbagliate.
Partiamo dalla più evidente: nell’articolo, Carfagna mette in un unico calderone disturbi del neurosviluppo e altre neurodivergenze come se fossero la stessa cosa e come se avessero tutte le stesse caratteristiche. Ma noi sappiamo che, per quanto possano esserci affinità e punti in comune, ogni neurodivergenza parla un linguaggio a sé.
La seconda premessa sviante, quasi fosse un’ovvietà, è che essere neurodivergente sia un vantaggio competitivo a priori, perché avere un pensiero capace “di deviare dal percorso previsto” non può che essere un super potere.
Le aziende tecnologiche e finanziarie ci assumerebbero per “capacità diventate strategiche nella velocità a cui tutto corre: concentrazione prolungata, memoria, precisione, riconoscimento immediato delle anomalie, pensiero non lineare, insofferenza per le convenzioni, indifferenza per il consenso sociale, capacità di sacrificare ore e giorni per risolvere un problema che gli altri nemmeno vedono”.
Ultima, ma non per importanza, “la mancanza di empatia, che spinge alcuni di questi profili a dedicare la vita al lavoro allontanando ciò che gli riesce peggio: la vita affettiva”.
Riassumendo: genial*, asocial* e anaffettive (il contrario di empatiche, insomma).
Mentre la mia paralisi decisionale cerca di capire se ridere o piangere, non posso fare a meno di pensare che l’immaginario collettivo sia rimasto fermo alla fine degli anni ‘80, quando il film Rain Man lasciava in eredità il cliché per eccellenza dell’autismo: un genio che non comunica col mondo esterno ma è in grado di contare in tre secondi netti i fiammiferi contenuti in una scatola.
E forse è davvero così che il mondo là fuori vede le persone neurodivergenti: freak, eccentriche, bizzarre, fanatiche. E ora anche dal potenziale - estrattivo - illimitato.
È frustrante ammetterlo, ma per quanto se ne parli, non cresce l’interesse reale per il mondo delle neurodivergenze: è solo questione di hype.
Sì, lo so che obietterete che ci sono un sacco di eccezioni (in primis voi che leggete). Il punto è che molte testate e professionistə della comunicazione ne parlano perché va di moda, non perché vogliano davvero approfondire il tema (figurati se poi è abbinato alla grande questione dell’etica delle AI).
Basta citare qualche parola chiave, scrivere un articolo e abbiamo fatto. Un po’ come i programmi di inclusion delle aziende, che piano piano si stanno ridimensionando, se non addirittura sparendo, perché - guarda un po’ - dalla Silicon Valley stanno facendo retromarcia per tutto ciò che riguarda i finanziamenti ai progetti di diversity e inclusione.
E a proposito di grandi aziende: è vero che nell’ultimo decennio hanno investito in programmi strutturati di neuro-inclusione (soprattutto riguardanti persone nello spettro autistico), ma rimangono concentrati nell’ambito tecnologico e finanziario e sono ancora relativamente piccoli rispetto al numero totale delle assunzioni.
E parliamo di grandi aziende americane: a oggi pare che nessuna azienda italiana abbia neanche pensato di ideare un programma di neuro-inclusione, figurarsi metterlo in pratica. Esistono corsi di formazione, webinar sul tema, affiancamenti a consulenti esterni, policy convicenti da leggere sui siti corporate, ma nessun vero programma aziendale interno che riguardi chi è ADHD, autistic*, APC o DSA.
Chi ha notizia del contrario mi faccia sapere, perché è la volta buona che mi gioco la carta “sono ADHD e forse APC” senza passare dal via (sì, sono in cerca di lavoro).
Neurotribù di Steve Silberman è uno dei libri che hanno cambiato il modo di raccontare l’autismo. Non è un manuale clinico, ma una ricostruzione storica e culturale di come sono nati molti stereotipi che ancora oggi influenzano il dibattito pubblico. Aiuta a capire perché certe narrazioni resistono così tanto, anche quando la scienza le ha superate. Se avete voglia di letture impegnate anche sotto l’ombrellone, questo è il vostro libro.
Ogni settimana scegliamo una parola che racconta il mondo Atipiche.
Essenzialismo: la tendenza a ridurre un’intera persona a una caratteristica ritenuta “essenziale”. Nel caso delle neurodivergenze, significa pensare che una diagnosi determini automaticamente personalità, capacità, interessi o limiti. È l’idea per cui “gli autistici sono tutti bravissimi con i numeri”, “chi ha l’ADHD è sempre creativo”, “chi è APC è un genio del riconoscimento dei pattern”. È una scorciatoia mentale rassicurante, ma sbagliata: la neurodivergenza descrive un funzionamento, non un’identità completa.
Grazie per aver letto Atipiche anche questa settimana!
Un abbraccio
Anna

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