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Atipiche · Apr 3, 2026

Guida pratica per sopravvivere al burnout

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O allo shutdown o al meltdown o...

C’è un solo modo per uscire dal burnout ed è quello di staccare. Riposarsi, evaporare, sparire dai radar. Non so se ne conoscete altri, nel caso fatemi sapere.

La scorsa settimana Atipiche non è uscita causa invasivo virus gastrointestinale che mi ha stesa, letteralmente, e che si è sommato a un sovraccarico mentale e fisico importante. Risultato? Una settimana di convalescenza e un solo desiderio: andare in vacanza e dimenticarmi di esistere.

Ogni volta che arrivo al limite, mi chiedo come sia possibile. Ora ho una diagnosi, conosco i miei limiti e quelli dell’ADHD: perché allora non riesco a fermarmi un po’ prima del crollo emotivo e fisico? Perché non sono in grado di dosare le energie e le pause? Perché predico bene e razzolo male?

“Il tuo corpo non sa più come fare per mandarti segnali”, mi ha detto la psico. Grazie M., davvero. Sei l’unica a dirmi le cose come stanno. E allora eccoci qua: incassa, osserva e riparti. A un altro ritmo, possibilmente.

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Bocce ferme e una cosa per volta

Nel caos che alberga nella mente ADHD appena dopo il crollo è difficile trovare una luce. I pensieri si affastellano e di solito sono pessimistici, se non catastrofici. “Sono un fallimento”, “Devo cambiare lavoro”, “La mia vita non mi rappresenta”. Mettere in discussione tutto, in questi momenti, sembra essere la priorità.

Il rischio è di prendere scelte affrettate e sbagliate. Perché lo sappiamo tutti e tutte che quando si sta male non è il momento giusto per prendere decisioni epiche. Che si tratti di un malessere fisico, psichico o emotivo - o che includa tutte queste sfere - il momento giusto per fare scelte radicali è un attimo dopo la burrasca. Nel bel mezzo della tempesta non si ha la lucidità né la forza di decidere. So che quietare l’impulsività ADHD è uno sforzo immane, ma è forse la scelta più sensata che si possa fare in questi frangenti.

Fai passare la crisi, appigliati a qualcosa che non sia malsano e aspetta. Guarda serie tv senza soluzione di continuità, disegna, piangi, ascolta canzoni melense e mangia carboidrati. Fai qualcosa che tamponi il malessere nel breve termine. Qualcosa che ti faccia stare bene o che impedisca ai pensieri autolesionisti di partire in loop. Dormi il più possibile, ascolta il tuo corpo, idratati.

Quando il peggio è passato, prendi un foglio di carta e scrivi. Fissa la crisi, snocciola i peggiori pensieri che ti sono passati per la testa, metti nero su bianco le emozioni che ti hanno pervaso in quei momenti. Fai l’osservatrice esterna e fotografa il momento. E da lì parti a costruire - o decostruire - qualcosa.

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Diamo un nome alle crisi

Prima di conoscere il mondo delle neurodivergenze non sapevo nemmeno che potessero esistere tanti tipi di crisi. Per me era tutto un burnout, invece molti modi di stare male. Ma è importante dare un nome a ognuno di essi.

Shutdown – Partiamo dallo shutdown, che letteralmente è una via di mezzo tra spegnimento e chiusura. Si verifica quando il sovraccarico sensoriale ed emotivo lancia raggiunge apici insostenibili. È una sorta di salvavita per chi soffre di ADHD. E utilizzo il verbo soffrire non a caso. Come si manifesta? Nella maggior parte dei casi in chiusura, allontanamento fisico da ciò che genera sovraccarico: persone, rumore, luci, input, suoni. È un tipo di crisi che abbiamo in comune con le persone nello spettro autistico e che nell’immaginario comune e cinematografico è rappresentato da persone rannicchianite a terra con le mani sulle orecchie.

La realtà, ovviamente, è meno stereotipata di così. Vi dico cosa succede a me quando sono in preda a uno shutdown: mi isolo dal mondo facendo scrolling sul telefono o, quando la crisi è soverchiante, mi chiudo in camera e metto le cuffie. Quando non basta, mi metto a piangere fortissimo (ma sempre silenziosamente, per non disturbare troppo).

Meltdown – Può succedere anche che il “tutto troppo” si manifesti in modo meno intimo e sfoci in un meltdown. Questo è un tipo di crisi spesso associato a capricci o isteria, a cui quasi nessuno è preparatə. Quando siete di fronte a urla, pianti inconsolabili, momentanea incapacità comunicativa e gesti aggressivi, è probabile che stiate assistendo a un meltdown in diretta. Mi è capitato poche volte nella vita e non è mai stato piacevole, né per me né per chi mi stava vicino. Non so nemmeno dirvi quali sono le azioni da mettere in atto in questo caso, perché solo al pensiero mi vengono i brividi e perché non sono una specialista sanitaria o clinica.

Burnotu – Posso però dirvi come si manifesta il burnout, perché anche questo l’ho vissuto sulla mia pelle svariate volte. Brevemente: finisci a letto per qualche giorno. O su un letto d’ospedale. Si manifesta anche con sintomi meno invasivi e apparantemente non connessi a un sovraccarico, ma non per questo è più piacevole averci a che fare. In altre parole, è il collasso totale di tutto quello che ti tiene in piedi. È l’esaurimento fisico, mentale ed emotivo che non lascia tregua. Non solo chi è neurodivergente è esposto a burnout: l’OMS l’ha inserito nella Classificazione Internazionale delle Malattie come sindrome derivante da stress cronico correlato al lavoro. Non a caso, di workaholism correlato all’ADHD ne avevamo parlato qui.

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E quindi, come l’hai risolta?

In questo caso, stando a letto quasi una settimana. Va detto che il virus ha avuto la sua parte, in questa convalescenza forzata. In quei giorni ho fatto esattamente quello che ho scritto sopra: per una volta ho seguito i miei stessi consigli. E persino l’imposizione di prognosi, che solitamente ignoro bellamente. Ho fatto pace col fatto che non ho più 20 anni, che i miei tempi di recupero sono giurassici e che Roma non è stata costruita in un giorno.

Ho approfittato del tempo a letto per ascoltare e leggere solo persone con una visione, che usano parole con gentilezza e amano i colori pastello. Ho lasciato da parte il rumore: della mia testa, dei social, della gente che sa sempre come campare e come darti il consiglio sbagliato nel momento peggiore di tutti. Non ho lavorato, perché quando aprivo anche solo le mail arrivava la nausea, e ho deciso che avrei ascoltato il mio corpo e non il senso del dovere.

Ne sono uscita acciacata, non necessariamente migliore, ma con un obiettivo: qualcosa deve cambiare. Vi saprò dire cosa e come, perché i cambiamenti importanti non avvengono mai dall’oggi al domani. Nel frattempo mi godo le vacanze e mi concedo il lusso di prendermi una pausa. Ed è l’augurio che vi faccio per questa Pasqua: mettete tutto in stand-by.

🛠️ Tips wow – Liste che hanno un senso

Molte e molti di voi lo useranno da tempo come strumento di lavoro, lo so. Io l’ho scoperto solo di recente, perché ho sempre usato le note dell’iPhone. Sto parlando di Google Keep, un semplice tool per segnarsi cose. Ho preso a usarlo non solo per le classiche to do list giornaliere, ma per annotarmi ogni tipo di pensiero intrusivo che affastella la mia mente. Cosa mi piace di Google Keep rispetto ad altri srumenti simili:

  • puoi giocare con i colori e con gli sfondi: ogni categoria per me ha un colore suo, quindi a vista riconosco già, ad esempio, quali liste sono di lavoro, quali legate ai viaggi e quali legati alla famiglia.

  • Sono condivisibili: con chi vuoi e quando vuoi. Del tipo che mi ha risolto l’annosa questione “lista della spesa” con mio marito. Solo per questo sono entusiasta.

  • Si possono creare tag e cercare le note in base alle etichette. Meglio di così per chi è ADHD, onestamente, non credo ci sia.

  • Si può usare sia da smartphone che da desktop, il che è un incentivo per evitare le distrazioni.

  • Supporta le note vocali, un plus non indifferente per i pensieri intrusivi che arrivano mentre stai andando di corsa al lavoro, per dire.

📖 Dizionario divergente

Ogni settimana scegliamo una parola che racconta il mondo Atipiche.

Time blindess (cecità temporale): nell’ADHD è la difficoltà a percepire, stimare e gestire il passare del tempo in modo accurato. Chi la sperimenta può faticare a capire quanto durerà un’attività, sottovalutare o sovrastimare i tempi, perdere la percezione del tempo mentre è concentrata su qualcosa, oppure avere difficoltà a pianificare e rispettare scadenze. Non è una semplice distrazione, ma un aspetto legato al funzionamento esecutivo: il tempo viene vissuto più come “adesso” e “non adesso”, piuttosto che come una sequenza continua e prevedibile.

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Grazie per leggere e sostenere Atipiche!

Un abbraccio

Anna

Read on atipiche.substack.com

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