Psicologhe e psicologi sono abbastanza concordi nel dire che i conflitti vanno risolti. Immagino che questo assunto valga doppiamente per chi è ADHD, vista la nostra tendenza alla ruminazione a oltranza e all’impulsività, che ci porta a dire e fare cose di cui ci pentiamo un minuto dopo averle dette e fatte.
Il conflitto, per chi è ADHD, è legato a doppio filo con la regolazione emotiva: se di base facciamo fatica a riconoscere e regolare le emozioni, figuriamoci quando c’è un conflitto di mezzo. Ma come si fa?
La verità è che dovrei ammettere subito: non ne ho idea. Sono una pessima diplomatica, quando si tratta di gestire il conflitto. Chi mi conosce bene lo sa: ho la pazienza di una martire, ma quando arrivo al mio personale limite, esplodo. E non è per nulla piacevole quando succede. Da piccola risolvevo le discussioni scappando in camera mia con eccessivo clamore: porte sbattute, imprecazioni ad alta voce e pianti a dirotto. Ora va un po’ meglio, perché i figli sono una grande palestra anticonflittuale. E perché sto studiando come fare.
Il conflitto può assumere molteplici facce: spesso è solo nella nostra testa, dove avvengono discussioni immaginarie con la persona depositaria del nostro rancore e in cui sappiamo sempre cosa dire e come dirlo (certo, è un copione che scriviamo noi). È il momento in cui il conflitto si autoalimenta al punto da diventare realtà. Sempre e solo per noi, però, perché l’altrə non ha idea di aver litigato furiosamente con noi nella nostra testa. È una sorta di realtà parallela, in cui siamo bravissime ad avere l’ultima parola e a zittire il nostro interlocutore.
La realtà dei fatti è sempre molto diversa dai nostri film melodrammatici. Può succedere che l’altrə litigante non abbia idea di aver scatenato un terremoto emotivo interiore e rimanga basitə di fronte alle nostre sfuriate. O che, presə alla sprovvista, ribatta con recriminazioni e invettive che ci lasciano spiazzate. Ed è lì che inizia il circolo vizioso che ci porta a litigi furibondi o profonde incomprensioni. Questa è la dinamica di chi vuole vincere a tutti i costi. Quella per cui, cascasse il mondo, ho ragione io, perché non è contemplato l’ascolto delle ragioni dell’altrə. Un win-lose, dove però chi vince ha ben poco da festeggiare.
C’è poi chi fugge, come la me bambina, perché il carico emotivo in quel momento è troppo da sopportare e da gestire. Il conflitto rimane in sospeso fino a data da destinarsi e non fa altro che fomentare incomprensioni di fondo. Un bel lose-lose, palla al centro. Ammetto che spesso ricorro ancora a questa opzione, perché trovo che prendermi il tempo per sbollire e riconoscere le emozioni che sto provando sia necessario per affrontare più lucidamente la discussione dopo qualche ora. O il giorno dopo. O forse mai.
La rinuncia al conflitto è un’altra opzione che spesso affligge chi è ADHD. Dico affligge perché poi arriva la ruminazione, il rancore o quel senso di inefficacia che sgretola - un litigio alla volta - l’autostima. Della serie: neanche mi ci metto a discutere, perché sono una schiappa pure a litigare.
Declinare la responsabilità è un altro modello tipico dei conflitti, non necessariamente ADHD. Delegare le decisioni, e pure le discussioni, ti illude di evitare il conflitto. In realtà succede che spesso entrambe le parti sono scontente, perché - diciamoci la verità - non esiste un’esistenza in cui tutto ti aggrada.
La chiave di una gestione ottimale del conflitto non è, come spesso si crede, il compromesso. La teoria per cui, se ognuno rinuncia a qualcosa allora si trova la soluzione, non sempre fa contente entrambi le parti. Anzi, spesso genera amarezza mascherata da compiacimento, perchè ha più il sapore dell’ennesimo lose-lose.
Quello che suggeriscono psicologhe e psicologi è di usare il pensiero laterale per trovare una terza via che sia soddisfacente per tutte le parti in causa. Questa terza via si chiama consenso, ed è molto diversa dal compromesso
Analizzare il conflitto, snocciolarlo e scovare una exit strategy che sia del tutto nuova.
In questo senso, l’ADHD è una risorsa preziosa, perché può permetterci di usare l’iperfocus e la creatività in modo alternativo. La terza via è quella che più assomiglia a un win-win. Quella a cui non avresti mai pensato, ma che la tua dopamina riconosce come stimolo per superare anche la litigata peggiore del secolo.
Del mio amore per le liste ho già parlato. Quello che ho omesso è che sono la migliore a fare liste irrealistiche. Cosa succede quando fai una lista delle cose da fare? Che se sei ADHD diventa l’ennesimo motivo di frustrazione.
Da una parte, le liste aiutano con i pensieri intrusivi e l’overthinking: se scrivo nero su bianco tutto quello che ho in testa, sarò più focalizzata sulle priorità. D’altro canto, le liste troppo lunghe rischiano di essere un diktat interiore su quello che devi fare. E finché non hai fatto tutto, continuerai a dirti che sei la solita inconcludente. Che hai perso tempo, ti sei distratta, sei incapace di portare a termine i compiti.
Il punto non è spuntare ogni compito della lista, ma andare alla fonte del problema: se ogni giorno fatico a portare a termine tutti i compiti che mi sono data, forse il problema è la quantità di punti messi in lista. Una lista realistica e fattibile include dai 3 ai 5 compiti, non dieci né due. Diminuire i compiti quotidiani significa diminuire le proprie aspettative e vivere con un pizzico di serenità in più.
Ogni settimana scegliamo una parola che racconta il mondo Atipiche
Masking: nell’ambito della neurodivergenza, il masking è il processo attraverso cui una persona nasconde o compensa i propri tratti per apparire più “adeguata” alle aspettative sociali. Può significare sforzarsi di restare immobili, controllare l’impulsività, preparare mentalmente ogni intervento, imitare il comportamento degli altri o lavorare il doppio per non mostrare difficoltà di attenzione e organizzazione. Spesso è una strategia appresa fin dall’infanzia per evitare critiche o giudizi, ma nel tempo può risultare molto faticosa e contribuire a stress, esaurimento e senso di inautenticità.
Grazie per supportare Atipiche, a venerdì prossimo!
Un abbraccio
Anna

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